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Quando la lingua napoletana si diverte: tene ‘e ccèuze e alice ‘e matenata

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Dalle lingue classiche la lingua napoletana ha ereditato la “passione” per i giochi metaforici e dai grandi scrittori latini dell’età imperiale, soprattutto da Petronio, da Marziale, da Giovenale, l’inclinazione a vedere negli alimenti e nella “tavola apparecchiata” l’immagine concreta dei “modi” della vita sociale. Pensiamo ai “significati” metaforici che la lingua napoletana attribuisce, per esempio, a “maccarone, trippa, pagnotta, vruoccolo, marenna, cavulisciore, ricotta, ricottaro.” Dicevano Giuseppe Marotta e Luciano De Crescenzo che il ragù napoletano “quanno pappèa” vuole dirci che “sta pensando”. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Francesco Netti “Donna che legge”.

 

 

Le more di gelso nero suggerivano ai Napoletani l’immagine delle “emorroidi”, che, come si sa, provocano in chi ne soffre ansia, agitazione e irrequietezza: e dunque “ tene ‘e ccèuze” si diceva, e ancora si dice, di chi mostrava di non conoscere calma e tranquillità: parlando di questi tipi, se appartenevano a clan avversari, i camorristi dicevano “a chist’ ‘e pror’ ‘o c….o”, e il detto talvolta suonava come una sentenza di morte. Ma l’espressione “tene ‘e ccèuze” poteva riferirsi anche a giovani astuti, capaci, soprattutto nelle contese d’amore, di organizzare trappole e tranelli e di nascondere la propria responsabilità. Un significato particolare è stato commentato da Francesco D’Ascoli nel libro “La Filosofia popolare Napoletana”.

 

Il detto si riferiva anche al Vico Lungo Gelso, in quella parte della città in cui prima della costruzione dei Quartieri Spagnoli c’erano piantagioni di gelsi destinati all’allevamento dei bachi da seta: nel Vico ai tempi della dominazione spagnola “fioriva” anche la prostituzione, con tutti gli annessi e i connessi. E dunque “tene ‘ e ccèuze” si diceva sia di chi frequentava questi luoghi come cliente, sia dei “ricottari” che gestivano l’attività delle prostitute. E non meno complesso è il discorso su un altro detto celebre, “alice ‘e matenata”. Le alici appena pescate e messe in vendita di primo mattino sembrano ancora vive e i loro colori, l’argento e il grigio, sono ancora intensi: Leopardi andava spesso a godere lo spettacolo del mercato del pesce a Posillipo. Nell’’800 il detto prese di mira “quelle donnine che fin dalle prime luci dell’alba si appostavano sui marciapiedi o agli angoli di strade e piazze per adescare i passanti.”( F. D’Ascoli). Queste “donnine” di mattina risplendevano, ma con il trascorrere delle ore la lucentezza delle creme si appannava e la vivezza dello sguardo si offuscava, soprattutto se l’incasso era misero.

 

Nella seconda metà dell’’800, quando le donne incominciarono a combattere per la loro libertà e per i loro diritti, e incominciarono a scrivere romanzi, a leggere i giornali, come fa la signora nel quadro di Francesco Netti, e a curare il loro aspetto esteriore, gli antifemministi sottolinearono sarcasticamente l’abuso che le donne facevano di creme, unguenti e profumi  e ricordarono che alla fine il trascorrere delle ore è maligno, perché toglie la maschera e svela il vero aspetto della signora “’ncannaccata”, che, come l’alice ‘e matenata, risplende solo la mattina, quando le creme sono ancora fresche. Mi auguro che nell’imminente “sagra delle ceveze” che, come ogni anno, si terrà alla “Zabatta” gli organizzatori ricordino al pubblico che la coltivazione alla Zabatta e a Terzigno del gelso bianco (Morus Alba) e del gelso rosso-nero (Morus Nigra) venne favorita tra il ‘700 e l’800 da Michele I Medici e dalla moglie Carmela Filomarino, da Giuseppe III Medici e dalla moglie Vincenza Caracciolo dei principi di Avellino, e infine da Maria Isabella Albertini, moglie di Michele II Medici, la quale estese la coltivazione dell’albero prezioso anche a Piazzolla, nelle terre della sua famiglia, a partire dal Bosco Gaudo.

 

L’obiettivo primo dei Medici era l’allevamento dei bachi da seta: e in altri articoli ho già parlato dell’importanza delle “setajole” ottajanesi, che anche dopo il 1861 tessevano e ricamavano camicie e foulard per gli ufficiali del reggimento di cavalleria di stanza a Nola. Nel 1892 a Ottajano funzionavano ancora 190 telai domestici, riservati alla lavorazione di stoffe “eleganti”, non ordinarie: sette tessitrici di piazza San Giovanni, dirette da Vincenza Mormile, lavoravano camicie “doppie” per gli ufficiali dell’Esercito e rivestivano di “trame in seta” i corsetti delle signore. I contratti matrimoniali ci dicono che nei corredi delle spose “di famiglie cospicue” non potevano mancare “drappi e lenzuola” “ricamate e trattate” a mano dalla tessitrice Erminia Parisi, di “Casalvecchio”, strada storica di Ottajano, e dalle numerose sue collaboratrici.

 

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