La “casa da gioco” è già citata nei documenti connessi alla “prammatica” del settembre del 1735 con la quale il re Carlo di Borbone – diventato, come re di Spagna, Carlo III – incominciò a regolare la complicata materia del gioco d’azzardo, il cui disordine giovava a tutti, ai “direttori” delle case e anche a chi avrebbe dovuto controllare la situazione. Sto tentando di scrivere un libro sulla storia sociale degli Ottajanesi nell’’800 – attività, alimentazione, mestieri – e ci sono mestieri particolari, di cui non è giusto tacere. Correda l’articolo l’immagine del quadro di Filippo Palizzi “Giocatori della morra”.
Carlo di Borbone decise di “reprimere l’audacia e la nera malizia dei giocatori”, di bloccare tutto il complicato sistema delle frodi che si commettevano nelle bische e, soprattutto, di impedire che crescesse la potenza delle famiglie che prestavano ai giocatori danaro ad usura e pretendevano “regalie” da quelli che vincevano somme consistenti: era l’alba della storia della camorra, e probabilmente il termine “camorra” deriva proprio dal gioco della “morra” e dal nome di una casa da gioco che si trovava di fronte al Palazzo Reale. I provvedimenti di Carlo portarono qualche danno alle casse dello Stato, perché fu abolito il sistema dell’arrendamento e dunque venne cancellata la gara di appalto per la riscossione delle “gabelle” che pagavano ogni anno i “tenutari” delle case da gioco.
Fu dichiarato illegale il gioco dei dadi e vennero chiuse 10 case in cui il gioco si praticava: ne restarono aperte solo poche, e tra queste alcune frequentate anche dai forestieri, a Porta S. Gennaro, a Port’Alba (alla Sciuscella), al Mercato e quella “Camorra” di cui abbiamo già parlato. Fu ridotto il numero delle “case” in cui si praticava il gioco delle carte: restarono aperte “Babilonia”, “Sghizzitiello” e le “case” di Porta Reale e di Porta Capuana. Un documento della Polizia borbonica ci dice che nel 1837 i “tenutari” della “casa” di Porta Capuana erano gli ottajanesi Francesco Perillo e Giovanni Di Palma, la cui condotta era “in ogni momento rispettosa della legge”. I Perillo controllavano nella sola Ottajano 4 “taverne” in cui era autorizzato il gioco delle carte “fino ad ora tarda”: e di solito questa autorizzazione il Decurionato la concedeva solo a chi aveva l’autorevolezza necessaria per mantenere l’ordine e per evitare che nelle bettole il vino e il gioco alimentassero risse e confusione. Erano così “autorevoli” i Perillo che ad essi e ai Di Palma i Medici affidarono, proprio in quegli anni, il compito di vendere ai bottegai napoletani del Porto e del Mercato il vino “del Terzigno”.
E’ lungo l’elenco dei “giochi” che Carlo di Borbone vietò rigorosamente: chiunque venisse sorpreso a praticare questi giochi veniva punito con “tre anni di presidio” – una forma di “soggiorno obbligato”- “se nobile, e con tre anni di galera con la frusta se ignobile” – così si legge nel testo della “prammatica” – : però i “nobili” pagavano anche una multa di 200 ducati, mentre gli “ignobili” dovevano versare solo 20 ducati: il danaro delle multe veniva dato, di solito, come premio alle “spie” che permettevano alla polizia di sorprendere i giocatori in flagranza di reato. A dieci anni di “presidio, se nobili, di galera, se ignobili” veniva condannato anche chi fabbricava dadi falsi: una legge del 1803 dispose che i pacchetti di carte venissero suggellati da un commissario e da lui venissero aperti sul tavolo da gioco “sotto pena di 10 anni di esilio”. Ma quando Carlo se ne andò in Spagna, le sue leggi sul gioco persero a poco a poco incisività e efficacia, e il figlio Ferdinando gli scrisse che la colpa era soprattutto di chi doveva controllare, e, invece, chiudeva gli occhi e fingeva di non vedere: il danaro fa questo effetto, e la “sentenza” di Ferdinando sarebbe stata ripetuta, in tutte le salse, nei secoli a venire. Fino ad oggi.
I “tenutari” delle “case” più importanti, soprattutto di quelle in cui si giocava il “faraone”, ingaggiavano donne belle e compiacenti e “cavalieri” compiacenti e belli il cui compito era quello di “spingere” verso i tavoli da gioco signore e signori, napoletani, italici e stranieri, forniti copiosamente di moneta: si guadagnò da vivere in questo modo, nel suo soggiorno napoletano, anche il principe dei seduttori, quel Giacomo Casanova, il cui cognome ha assunto un significato metaforico. Ma di lui parleremo in un altro articolo, e un articolo dedicheremo alla protezione riservata da Carlo e dai successori al gioco del lotto, che portò copiosi tributi alle casse dello Stato e divenne tema della storia sociale e della letteratura napoletane.







