In una voluminosa cartella (ASN, Sotto- Prefettura di Castellammare, f. 163) trovai la descrizione analitica dell’industria della pasta tra Torre Annunziata e Gragnano nel 1878, e del difficile passaggio a nuovi metodi di produzione. Francesco Cirio venne dal Piemonte con un suo amico, Andrea Galliano, che aprì a Ottajano una distilleria di liquori diventata subito famosa. Nel 1878 il contrasto tra Cirio e i “fabbricanti” di Torre Annunziata provocò perfino un duello nell’osteria di Torre che apparteneva ai Setaro, anche essi importanti produttori di “maccheroni”.
Le centinaia di persone impiegate nell’industria della pasta tra Torre e Gragnano non solo fanno statistica, ma suggeriscono anche la forma di un mondo in cui la “ fabbrica della pasta “ riempie le strade di file interminabili di carri che portano grano e riportano indietro pastine e maccheroni, apre il porto alle navi americane, russe, turche, e l’intero territorio a mercanti e sensali lombardi, veneti, viennesi, moscoviti, e infine rimodella i sensi e la mente degli operai secondo le esigenze del lavoro, secondo le forme di quell’evoluzionismo sociologico che proprio in quegli anni si cercava di trasformare in dottrina scientifica.
Se nell’industria dei profumi i “nasi “svolgono un compito fondamentale, in quella della pasta molto dipendeva dagli “occhi “e dal “tatto “di chi controllava, ancora con i sensi, la consistenza della semola, la morbidezza dell’impasto, il calibro e la trama dei maccheroni e il grado dell’essiccatura: a cui contribuivano – notava un maligno viaggiatore belga, J. Chalon – non soltanto il sole, ma anche la polvere e la sporcizia delle strade. All’ inizio del 1878 le macchine irruppero nel processo di fabbricazione: lavavano il grano e immettevano acqua nell’impasto della semola con una regolarità e una esattezza che anche gli operai più esperti non riuscivano a uguagliare. Nell’aprile vennero licenziati un centinaio di addetti, e metà dei facchini del porto non trovavano lavoro.
Tra il 29 e il 30 maggio gli operai, i facchini e i loro famigliari – una folla di almeno 5000 persone – misero l’assedio al porto di Torre Annunziata e alle fabbriche di Vincenzo De Falco, Alfonso Cirillo e Lodovico Potestà, che lavoravano la semola, e al pastificio dei fratelli Vitiello, in cui si “fabbricavano “maccheroni. Intervenne l’esercito, ci furono feriti, anche tra i soldati, e arresti, e si innescò una crisi sociale di lunga durata. Nel 1878 c’erano, a Torre, 125 fabbriche di pasta con 1875 addetti e 85 mulini che impiegavano circa 600 persone. Alcuni imprenditori, Angelo Cirillo, Michele Iennaco e Giuseppe De Domenico, producevano solo paste corte, e quasi solo per i mercati dell’Impero Asburgico e del Brasile. A Gragnano i 1720 addetti delle 86 fabbriche di pasta sentirono meno gli effetti della crisi: producevano soprattutto spaghetti e pastine per il mercato interno, e a costi così contenuti che le macchine non sarebbero riuscite a renderli più bassi.
Inoltre in ogni fabbrica lavoravano interi nuclei famigliari, all’interno dei quali si tramandavano ruoli, tecniche e competenze. Alcuni degli imprenditori portavano nomi noti ancora oggi: Carmine Aiello, Raffaele Apuzzo fu Francesco, Antonino Afeltra fu Orazio, Gaetano, Raffaele e Nicola Faella, Aniello, Pasquale e Luigi Nastro; e poi i Coda, i Cuomo, i Cinque, i Martino, i Mosca, i Somma, i Sorvillo, i Vicinanza. Anche l’industria della pasta e dei maccheroni venne scossa dai piani industriali di Francesco Cirio, che era venuto dal Piemonte con Andrea Galliano: attratti l’uno e l’altro dalla ricchezza della produzione alimentare della provincia di Napoli e di Terra di Lavoro, e anche dall’arretratezza delle strategie del mercato e dalla inconsistenza della politica degli investimenti. Nel 1878 Francesco Cirio è già, certifica lo scrivano, “il maggiore negoziante dei prodotti orticoli d’ Italia.” I produttori di pasta ne avvertono la presenza ingombrante soprattutto quando noleggiano carri e bastimenti: i traffici che Cirio muove tra tutte le regioni italiane hanno innalzato, e non di poco, i prezzi.
E tutti sono convinti che anche il prezzo del grano si è impennato, tra il 1876 e il 1877, per la cospicua massa di capitali che egli ha investito nel mercato. Nel 1878 Francesco Cirio licenzia il suo commesso Giuseppe Parlati, che con Antonio Cesaro di Torre Annunziata e con imprenditori napoletani ha costituito una società per la distribuzione in Campania, nel Lazio e in Toscana delle patate e dei cavoli di Terra di Lavoro e dell’agro sarnese. Luigi Cibrario, un fedelissimo di Cirio, avvia contro la nuova impresa una campagna di diffamazione così violenta che nell’osteria Setaro si sfidano in un duello rusticano il Cesaro, armato di fucile, e il Cibrario, armato di rivoltella.
Ma l’oste riesce a impedire che le armi sparino. Francesco Cirio preme sul Prefetto di Napoli perché il Cesaro sia colpito almeno da un’ammonizione giudiziaria, il Prefetto preme su Pasquale Coppola, delegato di Pubblica Sicurezza di Torre, il Coppola non solo resiste alle pressioni, ma spiega al Prefetto che il Cesaro andava in giro armato di fucile solo perché era stato provocato e forse anche minacciato: egli non è un delinquentuccio qualsiasi, egli appartiene a una famiglia “che ha un ricco patrimonio “. Il punto esclamativo che chiude la trascrizione della lettera – un segno netto, calcato e ricalcato, un punto che quasi buca il foglio – dimostra ampiamente da che parte sta lo scrivano della Sotto -Prefettura.




