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Le ricette di Biagio: melanzane al cioccolato. E togli subito la maschera a chi ti sta parlando. Ma conviene sempre?

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Scrive Marianna Ventre che i frati francescani di Tramonti “si dilettavano di alta cucina e che le melanzane al cioccolato, una specialità gastronomica della costiera amalfitana di antichissima tradizione, nacquero nella cucina del convento dove i monaci preparavano le melanzane fritte ricoperte da un intingolo dolce.” (Civiltà della tavola, n.246, 2013). E i monaci francescani, presenti da subito nel Nuovo Mondo, sarebbero stati i primi a usare la cioccolata “come intingolo dolce”. Ricordiamo che Tramonti è famosa anche per la pizza alla mozzarella.

Don Biagio ha seguito, sostanzialmente, la ricetta pubblicata da Marianna Ventre. “Si friggono le melanzane come per la parmigiana, poi si passano nello zucchero e nel cacao amaro. Per l’intingolo si procede con latte, farina, zucchero e cacao, come nella tradizionale cioccolata. Si aggiungono a questo intingolo pezzetti di cioccolato fondente amaro, un bicchiere di liquore per ogni mezzo litro di intingolo e si formano gli strati di melanzane. Il tocco finale è costituito dalle ottime amarene di Tramonti cosparse su questo antico dolce”. Marianna Ventre consiglia di usare il liquore “Concerto”, l’antico rosolio della costa amalfitana: Don Biagio ha usato la “China Pisanti” e sull’ultimo strato ha collocato non le amarene, ma le sanguigne ciliegie di Ottaviano.

Scrissi anni fa che i succhi amari e il colore viola- il colore di maghe e fattucchiere, il colore di Satana – e una cervellotica etimologia – melanzana, da “mens insana”, il “cervello di un pazzo” – tennero a lungo l’ortaggio nell’ombra del sospetto. Sospetto che diventava paura manifesta, quando certi medici, ancora sul finire dell’Ottocento, sentenziarono che la melanzana provoca l’anemia e spegne, nei maschi, l’impulso e il seme dell’eros. Tra i tanti meriti culinari i Napoletani hanno avuto anche quello di incominciare a colorare di rosa la fama delle melanzane, sollecitati dal fatto che l’ “umore” dell’ortaggio coltivato nella piana della Campania Felix era meno amaro rispetto agli “umori” delle altre melanzane: inoltre, più gradevole era anche il suono della parola che a Napoli indica l’ortaggio, “mulignana”: a pronunciarlo lentamente, suggerisce l’immagine dei denti che entrano piacevolmente nel corpo della parmigiana. Perfino il colpo che ha prodotto una lividura, se questa lividura la chiami, per associazione cromatica, “mulignana”, si sopporta meglio. E poiché incominciò a farsi strada l’idea che il viola fosse il colore degli esorcismi che rendono impotenti i diavoli, si diffuse l’opinione che le melanzane potenziassero le capacità fisiche e intellettuali di chi ne consumava porzioni copiose. Per esempio Camilleri “santifica” le melanzane della caponata siciliana di cui Adelina è magistrale cuoca e Montalbano è insaziabile goloso: è il miracolo della letteratura, che rende patrimonio nazionale due “valori” siciliani, un “piatto” e un personaggio. E pare che proprio le melanzane accendano la luce – una luce “santa”, ma un poco ancora diabolica – nella mente del commissario e lo aiutino a risolvere il giallo. Figuriamoci cosa succede quando al potere illuminante della melanzana si unisce quello della cioccolata. Dunque, la melanzana aiuta a “smascherare” gli autori di un delitto. Ma dall’’800 a oggi quel verbo – “smascherare”-  è diventato un groviglio di significati letterali e metaforici: è la parola dominante del nostro vivere. Ogni giorno ognuno di noi, prima di uscire, si comporta come il protagonista nel quadro di Magritte che correda l’articolo: sceglie la “maschera” con cui si coprirà il volto, e si prepara ad usare modi, linguaggio e comportamenti corrispondenti sul “palcoscenico” della vita quotidiana, e a “smascherare” gli altri. Non sempre ci riusciamo, perché Pirandello ci ha insegnato che siamo “uno, nessuno e centomila” e che maschere numerose si susseguono su ogni volto, anche sul nostro, e perciò, mei momenti di solitudine, ci chiediamo talvolta: “chi sono, veramente?”. E’ una domanda a cui è necessario rispondere, anche se non è facile. Recitare il sé stesso autentico nel teatro dell’esistere può condannarci alla solitudine, a parlare con pochi, a non credere più nei “giochi” che costituiscono la trama della vita sociale. Forse avevano ragione Torquato Accetto, Machiavelli, Guicciardini e Luigi de’ Medici: la via della salvezza può essere l’arte della dissimulazione onesta. E se proprio la situazione diventa insopportabile, possiamo sostenerla aumentando la dose di cioccolata. Ma è un tema che impone un approfondimento.

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