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Primavera del 1861, la “cazzimma” dei “galantuomini” vesuviani, filoborbonici a chiacchiere

Certo, i Piemontesi vennero a Napoli da conquistatori, ma i documenti ci dicono che, tornati sul trono dopo Murat e il Congresso di Vienna, i Borbone non riuscirono a riconquistare il favore popolare. Conviene riflettere senza pregiudizi sul complicato processo dell’unificazione in un momento in cui si avverte, sempre più forte, in Italia, l’azione di chi vuole separare il Sud dal Nord e difendere, in ogni modo, solo gli interessi delle regioni settentrionali.

 

Non ci sono le prove che esistesse a Napoli, nel 1861, un Comitato Centrale filoborbonico incaricato di coordinare l’attività delle “comitive” di briganti e l’opposizione militare al nuovo governo. La polizia, che era convinta dell’esistenza del Comitato, cercò, inutilmente, di dimostrare che il duca di Caianiello e il conte di Camaldoli ne erano i capi. Ma funzionavano certamente comitati locali, controllati nell’ombra da personaggi importanti, il cui sostegno al brigantaggio fu ambiguo, quasi che essi, non nutrendo fin dal primo momento alcuna illusione sul ritorno di Francesco II, mirassero soltanto a tenere agitate le acque dell’ordine pubblico e a costringere i “liberali” a una riappacificazione totale, stretta non tra vincitori e vinti, ma tra “partiti” di pari dignità.

Nell’aprile del 1861 la polizia napoletana trovò in casa di Giovanni D’Ambra una lettera indirizzata a Francesco II, in cui un “umilissimo obbediente suddito”, che si firmava G.S., comunicava al re di aver incontrato con il monsignor Trotta il principe di Montemiletto e altri nobili, di cui credeva di conoscere “ricchezza e attaccamento”, ma tutti si erano rifiutati di “cacciar danaro” per alimentare il brigantaggio e la rivolta contro i Piemontesi, “nonostante venisse assicurato che il disborso di duc. 1000 produceva l’incasso di duc. 1500”: e sarebbe stato veramente difficile trovare un Napoletano, nobile o “ignobile”, pronto a prendere per buona una panzana del genere. L’ “obbediente suddito” giudicò “ritrosi e vili” i ricchi che si proclamavano fedeli a Francesco II: “non ho potuto trovare alcuno che mi avesse dato tanto per imbarcare la compagnia Tallarico, onde riunirla nella capitale a tre altre comitive, e specialmente quelle di De’Martini e la Vammana, le quali unite, mediante i forti partiti dei buoni fucili dei Panarielli, Boschese e Punzo danno sicurezza del favorevole esito dell’impresa”.

Chi fosse quel G.S. la polizia lo scoprì dopo l’uccisione del brigante Vincenzo Barone, quando il D’Ambra venne arrestato. Egli raccontò che nel febbraio lui e suo zio Giovanni Sepe si erano recati in Napoli a comprare “partite” di limoni. La sera avevano preso alloggio nella locanda di Donna Rosaria al n°8 della strada San Nicola alla Dogana, e qui avevano incontrato Vincenzo Barone “caporale della gendarmeria borbonica”. Vincenzo aveva confidato di essere appena tornato dallo “Stato Romano” e aveva consegnato al Sepe, pregandolo di farne una copia, una lettera che doveva essere trasmessa a Francesco II. Sepe aveva portato la lettera a Ischia e incaricato Catello Paumgardhen di copiarla. Quel “fesso” di Don Catello aveva però scritto in coda al testo le iniziali di Gennaro Sepe, come se lui fosse il mittente. Sepe aveva consegnato la lettera al nipote “perché la lacerasse”, ma il nipote l’aveva conservata in casa sua.

La deposizione del D’Ambra, piena di incongruenze, è tuttavia importante, perché dimostra quale fosse il livello di quei borbonici che nella primavera del ’61 credevano che fosse ancora possibile il ritorno di Francesco II. Il re aveva garantito a Giovanni Sepe che la rivoluzione sarebbe scoppiata in quell’aprile agitato dal decreto sugli sbandati e sui “renitenti alla leva e dai moti di piazza per il rincaro del pane e della pasta”. Negli stessi giorni la polizia informò la Luogotenenza che influenti membri del partito borbonico si erano riuniti più volte a Portici, nella villa del Montemiletto, e a Napoli, in casa Caracciolo: e non per parlare di rivoluzione armata, ma per favorire, nelle imminenti elezioni, l’ingresso di “membri borbonici” nel Consiglio Comunale di Napoli: per questa campagna elettorale – riferirono gli informatori -il gruppo disponeva dell’astronomica somma di 4 milioni di ducati.

La provincia di Napoli non era un terreno adatto alla guerriglia dei briganti, e lo stesso Somma-Vesuvio, accessibile per larghissima parte grazie alla fitta rete di sentieri che tagliavano orti, vigne e selve, poteva essere agevolmente circondato e isolato dalla pianura e dalla costa. Inoltre il territorio brulicava di soldati e di carabinieri e, anche se le guardie nazionali non erano più leali che altrove, i servizi di informazione erano stati organizzati con tale rapidità e con tale cura che le congiure di Frisio e del barone Cosenza, le più minacciose, vennero sventate sul nascere e fu subito bloccato un traffico di armi in cui erano coinvolti due svizzeri – il mercante di armi Amedeo Berner e il suo commesso Enrico Harschock- , il marchese de Turris, una fabbrica di armi di Brescia e forse agenti del governo austriaco. Ma per i Borbone la provincia era stata il vivaio di impiegati, di funzionari, di soldati di ogni ordine e grado, molti dei quali restarono fedeli a Francesco II o per un sentimento di lealtà o perché troppo compromessi con il sistema borbonico.

C’erano, poi, in gran numero, chiese e conventi che molto dovevano alla generosità della dinastia, e le ville, i palazzi, le operose masserie delle più nobili famiglie napoletane che facevano pesare sulla vita e sulla organizzazione dei Comuni vesuviani non solo il prestigio del nome, ma anche i cospicui capitali investiti nelle attività economiche. La trama assai fitta delle connivenze che si sviluppavano attraverso tutto il sistema sociale fu dunque l’acqua in cui i pesci del brigantaggio vesuviano navigarono in un primo momento: ma rapidamente entrò nelle menti più lucide il sospetto che ancora una volta i “galantuomini” si servissero dell’ “infima classe” per i giochi della politica: dopo aver garantito ai Piemontesi che avrebbero posto fine, in ogni modo, ai moti di piazza e alle scorrerie dei briganti, avrebbero chiesto di far parte del nuovo sistema, di entrare nella squadra del potere piemontese, e, raggiunto l’obiettivo, avrebbero abbandonato “l’infima classe” al suo destino. La “cazzimma” dei Napoletani danarosi.

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