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Parole e gesti nel momento del dolore

Il dolore arriva nella vita di tutti, senza chiedere permesso, e spesso ci trova impreparati: soprattutto quando non è il nostro, ma quello di chi amiamo.
In quei momenti le parole rischiano di essere troppo, o troppo poco, e ciò che davvero conta è la qualità della nostra presenza.
Questo articolo è un invito gentile a imparare l’arte di stare accanto: con ascolto, piccoli gesti concreti e un ego che finalmente accetta di farsi da parte.

Era da tempo che avrei voluto affrontare questo argomento che considero delicato tanto quanto la potenza che contiene: soggettiva, invalidante e trasformativa.

Avevo bisogno io stessa di entrare un po’ più in confidenza con voi e avevo bisogno che, la vostra conoscenza di me, vi avrebbe spinti a leggere ben sapendo che non salgo in cattedra neanche quando vi parlo “tecnicamente” della comunicazione e, in questo caso, men che meno.

Mi piace pensare di essere lì, a tenervi la mano e guidarvi ad essere accanto, con parole e gesti a chi, vicino a voi, vive un momento particolarmente difficile.

Il dolore non ha preferenze. Non guarda il conto in banca, il titolo di studio, il numero di follower. Arriva.
A volte bussa piano, altre sfonda la porta della nostra quotidianità e la lascia a pezzi sul pavimento.
Può essere un lutto, una diagnosi, una separazione, una perdita di senso.
Può essere qualcosa che “agli altri” sembra piccolo, ma che dentro di noi diventa un terremoto silenzioso.

Dal punto di vista psicologico ed emotivo, il dolore è una risposta profonda alla perdita di qualcosa che per noi contava: una persona, un ruolo, un progetto, un’idea di futuro.
È una frattura fra “com’era” e “come sarà d’ora in poi”. Ed è una frattura che, in modi diversi, tocca tutti. Nessuno ne è immune.

Possiamo illuderci di essere forti, di avere il pieno controllo sulla nostra vita, ma il dolore è lì a ricordarci che siamo umani, vulnerabili, finiti.

Il punto non è evitare il dolore, perché questo è impossibile. Il punto è: come ci stiamo dentro? E, soprattutto, come ci stiamo accanto a chi lo sta vivendo?

Perché è qui che si gioca una delle sfide più difficili, e più alte, della comunicazione umana: imparare a essere presenza, e non solo voce, nelle vite ferite degli altri.

Non basta parlare, bisogna comunicare

Quando qualcuno affronta un lutto, una malattia, un momento di grande sofferenza, spesso noi “sani”, “forti”, “operativi” andiamo in panico. Non sappiamo cosa dire, temiamo di essere inopportuni, ci sentiamo goffi.
E allora facciamo una cosa che ci viene benissimo: riempiamo il silenzio. Di frasi fatte, di consigli prematuri, di rassicurazioni troppo veloci.

Passerà. Vedrai che andrà tutto bene. Sei forte, ce la farai 

Parole dette con buone intenzioni, certo, ma che spesso suonano come una mano che, invece di accarezzare, spinge via la realtà di chi soffre.

Comunicare, però, non è “dire qualcosa”. È stare in relazione. È accordare il nostro tempo, il nostro corpo, il nostro sguardo all’esperienza dell’altra persona.
A volte, la frase più potente che possiamo dire è: “Non so cosa dire. Ma sono qui.”

In quella confessione di impotenza c’è una verità che consola più di mille discorsi: non ti aggiusto, non ti spiego, non ti giudico. Ti sono accanto.

L’arte difficilissima dell’ascolto 

Nel momento del dolore, l’ascolto non è una tecnica, è un atto d’amore. Ascoltare davvero significa rinunciare – almeno per un po’ – al bisogno di intervenire, di brillare, di avere la risposta giusta.

È accogliere lacrime, silenzi, confusione, persino rabbia. Senza prenderla sul personale, senza voler “sistemare” ogni crepa.

Ascoltare una persona in lutto o in malattia vuol dire, molto spesso, permetterle di ripetere la stessa storia dieci, venti volte. Il giorno dell’ospedale. L’ultima telefonata. L’attimo in cui tutto è cambiato. Per noi è un déjà-vu. Per chi soffre è un modo per dare forma all’indicibile, per rendere raccontabile ciò che altrimenti resterebbe un nodo in gola.

Ci vuole pazienza, certo. E ci vuole umiltà: riconoscere che in quel momento il nostro ruolo non è quello di “salvatore”, ma di testimone. Siamo lì per restare accanto, non per fare miracoli.

La presenza che parla più delle parole 

Quando la vita ferisce, la cosa di cui abbiamo più bisogno non è qualcuno che ci spieghi il senso profondo di ciò che è accaduto. Di solito non ne ha, di “senso”, almeno non subito.

Abbiamo bisogno di una presenza. Un corpo che c’è, una mano che stringe, un messaggio che non chiede nulla in cambio.

“Ti porto la spesa? Ti vengo a prendere i bambini? Vuoi che stiamo in silenzio sul divano a guardare una cosa leggera?”

Sono gesti apparentemente banali, ma in certi momenti valgono più di mille analisi psicologiche. Comunicano: non sei sola, non sei solo, il tuo dolore non mi fa scappare.

La presenza discreta è un’arte: non è invadere, non è controllare, non è pretendere che l’altro “si apra” quando noi lo desideriamo. È esserci, chiaramente ma senza rumore, e lasciare a chi soffre il diritto di scegliere quanto, quando e come appoggiarsi a noi.

Parole e gesti nel momento del dolore: mettere l’ego in panchina 

Il nostro ego è abituato a stare al centro della scena. Nelle conversazioni quotidiane fa la star: racconta, commenta, consiglia, giudica, spiega. Quando però ci troviamo davanti al dolore dell’altro, se vogliamo davvero essere di aiuto, il nostro ego deve fare una cosa che detesta: un passo indietro.

Significa, per esempio:

– Non spostare l’attenzione su di noi
   Anche se siamo in buona fede, frasi come:
È successo anche a me… So come ti senti…
rischiano di rubare il palcoscenico al vissuto dell’altro. Non sempre è il momento di raccontare il nostro dolore. A volte l’empatia è tacere la nostra storia e lasciare che la sua riempia lo spazio.

– Non voler “aver ragione”
   Nel dolore le persone possono dire cose irrazionali, contraddittorie, persino ingiuste. Il nostro compito non è correggerle, ma capirle: quella frase dura, magari, è l’unico modo che hanno per non crollare del tutto.

– Non forzare percorsi di crescita
   Il dolore talvolta porta con sé trasformazioni profonde, nuove priorità, rinascite. Ma non siamo noi a doverlo “insegnare” a chi soffre. Dire: da questa cosa uscirai più forte, mentre l’altro è ancora in ginocchio, suona come una richiesta di performance anche nel lutto. È disumano. Il tempo della crescita, se arriverà, lo deciderà la persona stessa.

La silenziosa potenza del “sono qui”
Stare accanto al dolore richiede coraggio. Non tanto per quello che dobbiamo fare, quanto per quello che dobbiamo accettare: la nostra impotenza.

Non possiamo riportare indietro chi è morto, non possiamo guarire chi è malato, non possiamo abbreviare a comando il tempo di un lutto. Possiamo però offrire la nostra presenza come un porto sicuro, una stanza calda dove il dolore non deve travestirsi da forza, né chiedere scusa.

Quando mettiamo da parte l’ego, quando smettiamo di volere la battuta brillante, il consiglio perfetto, la frase salvifica, succede una piccola magia: diventiamo davvero utili. Non perché abbiamo la soluzione, ma perché reggiamo lo spazio in cui l’altro può respirare, piangere, stare come sta.

In fondo, nei momenti più bui della nostra vita, ciò che ricordiamo non sono le frasi esatte che qualcuno ci ha detto, ma i volti che non sono scappati. Le mani che ci hanno fatto un caffè, le persone che hanno rispettato i nostri silenzi, quelle che c’erano anche quando non avevamo nulla di intelligente da dire, solo lacrime da versare.

Parole e gesti, nel momento del dolore, non sono mai neutri. Possono diventare muri o ponti. Possiamo scegliere di essere il rumore che disturba, o la presenza che sostiene. 

Non serve essere perfetti, non serve essere preparati. Serve essere autenticamente umani: meno protagonisti, più presenti; meno pronti a parlare, più disposti a restare. Nel dolore dell’altro, a volte, il gesto più rivoluzionario è questo: sedersi accanto, in silenzio, e non andarsene.

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