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Ottaviano: La “Sagra di San Giovanni”, il festival dello stile

Hanno partecipato alla manifestazione lo stilista Mimmo Tuccillo, le sue indossatrici e il suo team, e Antonio Merone, interprete di Nino Taranto… E poi musica, canto, danza, e la sinfonia dei sapori di una volta.

Dal 19 al 21 giugno la storica piazza di San Giovanni ha ospitato la sagra che ormai fa parte del calendario vesuviano degli appuntamenti imperdibili. La nota distintiva di questa manifestazione è stata, dal primo momento, il rispetto di una misura di stile dettata dallo splendore del luogo, dalla meraviglia del portale della Chiesa, dalla magia del quadro di De Matteis che orna l’altare maggiore. Quest’anno la misura di stile è stata posta al centro di un progetto che mirava a esaltare la creatività. Bisogna dire che gli organizzatori sono riusciti a realizzare splendidamente l’idea: poiché non possiamo citarli tutti, come vorremmo, ci limitiamo a ricordare l’impegno di Vincenzo Caldarelli, senza dimenticare, ovviamente, il ruolo del parroco di San Giovanni, padre Savino, e l’attenzione che il sindaco, avv. Luca Capasso, e l’assessore alla cultura, prof.ssa Marilina Perna, hanno dedicato alla manifestazione.

Nelle tre serate è stato presentato al pubblico un ricco campionario degli stili musicali:dalla la musica popolare del gruppo storico della Zabatta fino alla solida tecnica del Piccolo Coro dell’ Istituto Compensivo “M,Beneventano”, attraverso le voci e le note della musica classica. Il tema della manifestazione, in cui alla fine si è inserita anche la comicità di Tony Figo, uno dei protagonisti di “Made in Sud”, è stato svolto al livello più alto dalla “performance” dello stilista Mimmo Tuccillo, che ha messo in scena i suoi abiti meravigliosi, indossati dalla fotomodella Jessica Auricchio e dalla debuttante Carola Caldarelli. Ma la moda è processo creativo multiplo, pur nel segno dell’unicità del progetto. Fanno parte del team di Mimmo Tuccillo Amabile Bijoux che crea luminosi gioielli artigianali, il visagista Gianni Avino Narciso, Rosario Balestra “hair stylist”, la scenografa Dirce Iervolino, Maria Annunziata della “Casa dei fiori”, Pina Duraccio e Dante Desiderio che curano la direzione artistica. Mimmo, le sue indossatrici e il suo team hanno ancora una volta dimostrato, in piazza San Giovanni, che la perfezione è armonia di dettagli. A predisporre gli occhi e la mente del pubblico alla percezione di tanta bellezza hanno provveduto, con strepitose figure di danza, Svetlana Kostenko e Francesco Esposito, campioni mondiali di balli caraibici.

Domenica sera, l’altro vertice: Antonio Merone ha interpretato Nino Taranto. E’ stato un saggio prezioso dello spettacolo in cui l’attore napoletano si confronta con l’arte della grande “maschera napoletana” e riesce, recitando e cantando le immortali “macchiette”, a riprodurre, nel segno di una lettura originale, tutto il registro di una comicità che il tempo non fiacca perché nasce dall’ osservazione intelligente della realtà e perciò sa essere beffarda, sarcastica, sentimentale, malinconica. Chi sa quali e quante “macchiette” inventerebbe Nino Taranto, se vedesse certi tipi che oggi usurpano il titolo di “comico”, e non sanno fare altro che ripetere, fino ad annoiarci, fino ad “ammorbarci”, la stessa stupida battuta, lo stesso intercalare, la stessa smorfia. La maturità dell’arte di Merone è splendidamente dimostrata dalla capacità dell’attore di esprimere con naturalezza, senza sforzo, tutte le sfumature dei testi.

Meriterebbero un articolo a parte le cuoche e i cuochi, tutti “volontari” ovviamente, che rappresentano le molte virtù del popolo del quartiere: la disponibilità e il senso dell’ospitalità, prima di tutto, e poi la capacità di leggere la tradizione con spirito creativo. Gli artisti dal palcoscenico provvedevano ad incantare gli occhi, l’udito e la mente del pubblico, e intanto dalla cucina uscivano, a conquistare il gusto, squadroni di “cuoppi” di polpette di vario tipo e schiere di delicate pizze “montanare” che mettevano pace nel tumulto dei sensi e confermavano in tutti una meravigliosa certezza: l’arte e lo stile fanno sì che il cibo dello spirito sazi anche il corpo, e il cibo del corpo alimenti anche lo spirito.

Gli applausi convinti del pubblico suonavano come riconoscimento dell’alta  qualità della manifestazione, ma anche come avvertimento: non bisogna fermarsi. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito.

 

 

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