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Ottajano, 1827: gravi accuse del sindaco all’ingegnere che dirige i lavori sugli alvei della città. Il Vesuvio e la caffettiera di Kounellis…

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Il sindaco di Ottajano, Basilio Di Prisco, accusa pubblicamente uno dei più noti architetti- ingegneri napoletani, Bartolomeo Grasso, di avere eseguito sui “valloni” che attraversano la città lavori utili “non per la comunità, ma per un paio di amici”. L’ “affare” dell’eruzione diventa un “luogo comune” dell’immagine di Napoli e del Vesuviano, come ‘”na tazzulella ‘e café”.

Il primo atto della polemica si svolse a Ottajano nel novembre del 1827.  Il sindaco Basilio di Prisco accusò tre ingegneri della Direzione di Ponti e Strade,  Policano Ponticelli, Giuliano de Fazio e Bartolomeo Grasso, che era anche ispettore,  di aver sprecato tempo e danaro nei lavori eseguiti lungo  i “valloni” Rosario, San Leonardo e Lavinaio per imbrigliare i ” torrenti  conseguenti dell’ultima eruzione vesuviana “. Ma avendo i tre dimenticato di costruire  ” le catene da passo in passo formate in gradoni”, la cui utilità già era stata sperimentata proprio dal De Fazio nei due alvei di Pollena, le piogge continue avevano provocato l’alluvione del  23 novembre: dalle acque del Rosario era stata seppellita la casa del ” negoziante Aniello Manichino con la perdita di più migliaia di ducati del suo negoziato”,  mentre il San Leonardo ” sboccando nei suoi lati allagò il casamento del sacerdote don Paolo Ammendola, sotterrando vinajo e cantina; la stessa cosa avvenne al negoziante Vincenzo Cutolo e stava per accadere nei quartieri Crocevia, Rossilli e Catapani.”

Nel dicembre del ’28 il Direttore di Ponti e Strade chiese notizie più precise, e il Di Prisco gliele diede, con inusitata asprezza.  ” Il citato ispettore – dichiarò il sindaco a verbale -, facendo non da ingegnere revisore, come  conveniva, ma da progettista, par che si avesse dovuto occupare prima in osservare la causa motrice, che produce l’alluvione, in secondo luogo come la corrente delle acque porta seco pietre, sassi e terra, in terzo luogo in che modo dovevano formarsi i lagni. Se di tanto si fosse occupato, avrebbe al certo rinvenuto che tra le varie cagioni produttrici dell’alluvione la principale è quella della levigatezza della superficie della terra,  là sulla Montagna, prodotta dalla grande quantità di fango che colà cadde con la pioggia durante l’eruzione medesima. Sicché a togliere una tal cagione”  avrebbe dovuto far zappare “ la cima della montagna detto Spennato e proteggere con canali i vigneti”.  Un architetto di tale fama – continuò il sindaco- avrebbe dovuto capire che era necessario “fortificare” le rive degli alvei con argini e muri di pietra, per bloccare i movimenti delle acque e del fango.

In realtà dei muri erano stati fatti, ammise il sindaco: ma nei valloni Travi, Scannagatta e Oliveto, e ” sulle sponde del Passo e Rizzi “, ” luoghi tutti fuori  Abitato e senza il pericolo di inondazione “. Inoltre, le acque ” di più vallonate ” erano state convogliate, senza alcuna ragione, nei letti del San Leonardo e del Lavinaio, che però non erano stati predisposti a ricevere un flusso maggiore. Ma la stoccata finale fu veramente micidiale. Non potendosi mettere in dubbio la ” dottrina e l’ argutezza ” del Grasso, il Sindaco si vide costretto a pensare che l’ispettore avesse ” operato  per deferenza e riguardi ” verso qualcuno, avesse cioè preso provvedimenti utili non per la comunità, ma solo per un paio di amici. A meno che non avesse ” altre mire, e cioè di disgustare la popolazione “. Dunque, era necessaria una ispezione sull’ ispettore: il Sindaco non solo la pretese, ma chiese al Ministro dell’Interno di non affidarla alla Direzione di Ponti e Strade, ” giacché Grasso ha una grande influenza sopra i soggetti che la compongono “.  Il coraggio di un sindaco…..

L’ingegnere fu difeso da uno dei consiglieri comunali – allora si chiamavano “decurioni” -, e cioè da quell’architetto  Pasquale De Rosa che era uno dei signori dei Lavori Pubblici: in quei tempi si incontravano spesso tali signori, negli Uffici Tecnici. Ma un altro decurione, Michele D’Ambrosio, dichiarò a verbale che quella difesa non lo sorprendeva: Grasso e De Rosa erano ” sempre d’accordo nei progetti e perizie di lavori pubblici ”  e  i muri nel vallone dei Travi erano stati fatti dal tecnico napoletano ” per rispetto e riguardo ” nei confronti del collega ottajanese, che in quel vallone possedeva ” un vigneto”.

E’ una polemica assai interessante: per la durezza dei toni, a cui la burocrazia borbonica non era abituata, per l’importanza dell’argomento, quello dei valloni vesuviani, che tocca la politica,  le tecniche e la storia del costume; e, infine, per la fama di Bartolomeo Grasso, di cui il Sindaco aveva l’esatta misura. Nel 1833 l’ingegnere – architetto completò, a Posillipo, la costruzione della villa di Marcantonio Doria, principe di Angri e duca di Eboli, e dieci anni prima aveva diretto, alla Riviera di Chiaia,  i lavori  dei palazzi di Francesco Pignatelli di Strongoli.  Dalle eruzioni della seconda metà del Settecento il Vesuvio e le sue eruzioni erano diventate un affare per molti, nel segno degli interventi di emergenza. E questo “affare”  dell’emergenza “vulcanica” si è trasformato, nel tempo, in un “luogo comune” della  storia sociale di Napoli e del Vesuviano: come il caffè, nell’installazione di Kounellis, la cui immagine correda l’articolo. La caffettiera poggia su una copia del Diario del  famoso ballerino Niiinsky e su una copia del saggio  che Pietro Citati dedicò a Tolstoj. In un prossimo articolo cercheremo di capire perché l’artista ha scelto proprio queste due opere.

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