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“‘O strummolo, ‘e palline, ‘a ‘munnezza è ‘a mia”: giochi di un tempo lontano, quotidiane lezioni di alta filosofia

La “filosofia” dei giochi di anni assai lontani. Il gioco delle palline di vetro ci insegnò l’importanza della “munnezza”. “‘ O strummolo” non corrisponde pienamente alla trottola: un politico – trottola è ben diverso dal politico – strummolo.

Il motto “munnezza è ‘a mia” non ha nulla a che vedere con quella verminosa marmaglia, mista di delinquenti comuni e di delinquenti della politica, che dieci anni fa innalzò, nel Napoletano e nel Casertano, piramidi di munnezza alte, scrisse Eugenio Scalfari, fino alla luna. Le cronache di quei giorni di “lutamma”, di cui noi tutti siamo responsabili, dovrebbero essere affisse in ogni scuola, e lette ogni giorno, anche in memoria degli innocenti che hanno pagato e rischiano di pagare con la vita la sacrilega vergogna di quella vicenda. Mi auguro, almeno, che la marmaglia che lucrò somme enormi sull’affare dei depositi delle balle non lucri danaro anche sullo smantellamento e sul trasferimento dei “mostri”: a Napoli può succedere di tutto, tutto “se po’ fa”.

Il motto “munnezza è ‘ a mia” è legato alle “palline di vetro”, un gioco della fanciullezza nostra, roba degli anni ’60: il giocatore con un tocco misurato del pollice e dell’indice metteva in moto la propria pallina  – ce n’erano di due misure – e la pallina rotolando sulla terra battuta andava a colpire la pallina degli avversari o cadeva nella buca. Chi conduceva il gioco diventava padrone del terreno, “‘ a munnezza è ‘a mia”, e gli avversari non potevano sgombrare la pista che la loro biglia avrebbe dovuto percorrere dagli ostacoli naturali, sassolini e fili d’erba. Imparammo così due verità essenziali: che “‘a munnezza” ha sempre un padrone e che può impedire anche alla biglia meglio manovrata, alla sferica biglia simbolo della perfezione, di raggiungere il suo obiettivo. Per fortuna, “’a munnezza” non si può nascondere, la puzza la scanaglia, la puzza reale e la puzza metaforica: ne parleremo quando affronterò l’argomento di certa “monnezza” che recentemente ha tentato di ingombrare le piste ottajanesi di FB.

E poi c’era ‘o strummolo, la trottola di legno, a forma vagamente conica, che terminava con una punta di ferro, innestata nel legno: gli strummoli a tecnologia avanzata erano forati in modo tale da permettere che si cambiasse la punta, anche durante il gioco. Il corpo della trottola era rigato da solchi lungo i quali si avvolgeva lo spago,“ ‘a funicella”, che il movimento della mano del giocatore, energico e netto come una frustata, tirava via imprimendo allo strummolo il movimento circolare: nel “bozzetto” che apre l’articolo Palizzi ha disegnato il gesto in modo magistrale. L’abilità del giocatore stava nel far sì il che il movimento della trottola durasse il più a lungo possibile e che fosse una “ruota certa”, una “seta”, insomma che la trottola non sbandasse subito, non “scacasse”: ‘o strummolo “scacava” quando per difetto di costruzione o per errore del lanciatore incominciava da subito a roteare lentamente  inclinandosi su un lato per poi spegnersi adagiandosi a terra.

Si capisce agevolmente perché in quegli anni “ si’ ‘no strummolo scacato” era una ingiuria oltraggiosa. Lo “strummolo ‘a tiriteppete” era difettoso all’origine, perché la punta di ferro “ballava” nel buco, troppo largo, e dunque il suo  movimento  non era coordinato con quello del corpo di legno: uno strummolo così era destinato a uno “scacamento” quasi istantaneo, con un rumore che il termine onomatopeico “tiriteppete” rende con sufficiente precisione. Francesco D’ Ascoli spiegò il vero significato del proverbio “s’è unito ‘o strummolo a tiriteppete e ‘a funicella corta”: non può essere di alto livello un lavoro che un pessimo pagatore – ‘a funicella corta – ha commissionato a un artigiano incapace, ‘o strummolo a tiriteppete.

L’espressione “’a spaccastrummoli” da qualche studioso di cose napoletane, che forse non ha mai giocato con gli “strummoli” o ricorda male, viene spiegata in modo impreciso. La scena finale di un duello tra “strummoli” era sempre la stessa: uno strummolo crollava a terra scacando, mentre l’altro continuava a ruotare saldo sulla punta, e senza far rumore: insomma, una “seta”. Il padrone della “seta” lo prendeva da terra sul palmo della mano, con un gesto abilissimo che imprimeva al ruotare un nuovo slancio, si avvicinava allo strummolo spento, e gli lanciava addosso il suo strumento ruotante, in modo tale che la punta di ferro ferisse il legno: l’azione poteva essere ripetuta più volte – non si aveva pietà per i vinti – fino a spaccare l’arnese che giaceva a terra: l’agonia era breve, se il legno era scadente. Da qui il proverbio: “‘a chisto lignamme chisti strummoli”: credo che non sia necessaria la traduzione.

Se ogni gioco è metafora della vita, non è difficile capire cosa ci dicesse il gioco degli “strummoli”. Quando si sparse la voce che uno del nostro gruppo s’era fatto fare da un falegname uno strummolo calibrato, e per di più in legno di quercia, stabilimmo che nelle gare avremmo usato solo gli arnesi costruiti in serie e comprati nello stesso negozio, in piazza Municipio, il negozio di Benedetta. Ci illudemmo di aver risolto il problema, di aver tutelato il primato dell’abilità. Ma non ci abbandonò mai il sospetto che il nostro amico continuasse a usare l’arnese “personalizzato” e che Benedetta si prestasse all’imbroglio…Non a caso da quel gruppo uscirono molti democristiani.

Giro per i siti dei giornali locali alla ricerca di commenti e di “immagini” che ai lettori ispirano i politici del loro Comune, del loro territorio. Si trovano talvolta delle “perle”, che meritano di essere raccolte e pubblicate. La metafora del politico – trottola è frequente, e non è velenosa: ci dice che il personaggio si muove in modo frenetico, per cercare nuovi alleati, per cercare voti, per risolvere i problemi, o solo per essere sempre presente in scena. Una sola volta mi sono imbattuto nella metafora del sindaco– strummolo, in un commento a un articolo pubblicato da un quotidiano del Casertano. E’ una metafora maligna, perché all’immagine dello strummolo si associa fatalmente quella del lanciatore che fa muovere l’arnese quando e come vuole. E poi non si riesce a immaginarla, una trottola che “scaca”.  Dunque, è inesatto tradurre “strummolo” con trottola: ma l’italiano non ci offre di meglio.

Perché la mano stringesse più saldamente il capo dello spago, della “funicella”, questo capo veniva incastrato in un tappo metallico opportunamente spianato, che aderiva al “taglio” del palmo della mano.

 

Foto: F. Palizzi, “Il gioco dello strummolo”

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