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Non fiori ma opere di… volontariato

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Aumentano a dismisura le proclamazioni di lutto cittadino, nelle nostre zone e dappertutto. Non è che in parallelo aumentino fatti drammatici che giustifichino tale incremento. Omicidi efferati, incidenti d’ogni genere, giovani vite infrante, morti sul lavoro, militari uccisi, eccessi incontrollati di esponenti delle forze di polizia, la morte di persone illustri e popolari: sono episodi che si ripetono da sempre. Per gran parte di tali fatti non scattavano i meccanismi che oggi portano a forme collettive di partecipazione, fino alla proclamazione del lutto cittadino.

Proclamazioni sempre meno “istituzionali” e più provenienti dal basso. Ci sono le spiegazioni, due le più importanti, tra loro collegate: i mezzi di comunicazione di massa e una diversa sensibilità civica delle persone. I mass media si impadroniscono, com’è naturale, degli episodi di cronaca. Dei morti, dei parenti, degli amici, delle foto, dei video, dei luoghi. Immagini del quartiere e dei suoi abitanti, e interviste, scorrono sugli schermi in ripetizione. I social network fanno il resto: gruppi, pianti, insulti, appuntamenti. Le persone, anche lontane, si addolorano come se la vittima fosse del proprio quartiere, e s’indignano. Vanno al cuore della tragedia, individuano responsabilità, connivenze e colpevoli.

Nascono, come momenti di un rito consolidato, marce di protesta, assedio di luoghi istituzionali, fiaccolate, veglie di preghiere, fiori lumini biglietti sul luogo della tragedia. Poi le scene strazianti del funerale: il dolore dei familiari sommersi da una folla emotivamente fragile. Pronta ad esplodere di fronte a un bambino che piange, a una persona che ricorda il defunto, a un’autorità che entra in chiesa. E il celebrante, prete o vescovo che sia, chiamato a rappresentare religione e politica, la misericordia di Dio e l’indignazione dei cittadini. Infine, quelle figure ormai popolari: una mamma, una sorella, un parente, un amico.

Hanno deciso di dedicare il resto della vita alla memoria del “loro” morto, alla ricerca della verità e delle responsabilità. Organizzano incontri nelle scuole e nelle piazze. Sono presenti in tutte le situazioni nelle quali il dramma del loro caro può essere rievocato. Viene il dubbio che in tante forme di lutto collettivo, proteste, memoria, il morto (o i morti) diventi un punto di partenza, uno strumento, un pretesto. A volte le proteste sono “politicizzate” o degenerano in violenza, addirittura c’è chi approfitta del clima che si vive in certi giorni per inserire altre proteste e altre violenze. C’è chi coglie l’opportunità del funerale spettacolarizzato per far conoscere altri problemi o per farsi pubblicità. Per vedove e figli delle vittime si apre, a volte, perfino una carriera politica e parlamentare.

Possiamo fare tutte le considerazioni che vogliamo ma è evidente che non si possono cambiare per decreto abitudini, mode, usanze. Non c’è niente da fare, o forse qualcosa si può tentare. In particolare colpisce la forza che si sprigiona dai grandi gruppi, giovani ma anche anziani. Tutta l’energia che s’incanala nella protesta ma non si esaurisce in essa e neppure nelle altre forme di partecipazione. Allora si potrebbe fare una proposta a tutte queste persone, o almeno a quelle più generose e genuine: impegnatevi per qualche giorno nel volontariato “Sottoscrivete” una settimana di lavoro volontario presso le associazioni del Terzo Settore. Non fiori ma opere di volontariato, si potrebbe dire.

Molti sarebbero emotivamente e politicamente disponibili. Ne deriverebbero vantaggi enormi. Chi sceglie di fare tale attività, capirebbe e sperimenterebbe il fare, oltre la protesta, magari proprio nell’ambito nel quale si è sviluppata la tragedia. La società vedrebbe progredire a vista d’occhio la cittadinanza attiva e responsabile. Le famiglie stesse delle vittime potrebbero riavere i loro cari e piangerli in privato, in silenzio, con pudore. Riconosceremmo tutti che questi morti sono persone come noi. Ridiamogli la dignità di persone normali e non di eroi per forza.