Nel messaggio pasquale, il vescovo di Nola richiama alla responsabilità dei cristiani tra conflitti, fragilità sociali e desiderio di pace: “Essere luce nel buio del nostro tempo”
In un tempo segnato da guerre, smarrimento e fragilità diffuse, il messaggio di Pasqua del vescovo Francesco Marino si apre con una domanda tanto semplice quanto drammatica: “Come cantare l’esultanza pasquale nella notte della guerra?”. È da questa tensione – tra dolore e speranza – che prende forma la riflessione del presule alla comunità della Diocesi di Nola.
Il cuore del messaggio è profondamente radicato nella liturgia pasquale, in particolare nel Preconio (Exultet), il canto che annuncia la Risurrezione come vittoria della luce sulle tenebre. Tuttavia, osserva Marino, oggi questo canto si intreccia con il grido di un’umanità ferita: guerre sempre più aggressive, il rischio nucleare, le vittime innocenti – soprattutto bambini – e una società segnata da solitudine e perdita del senso di comunità.
Il vescovo descrive una condizione di “esilio” contemporaneo: non geografico, ma esistenziale. Un allontanamento dai valori fondanti della convivenza civile e dalla fraternità, che rende gli uomini “estranei tra loro”, anche in un mondo iperconnesso. Da qui la fatica, ma anche l’urgenza, di riscoprire il senso autentico della Pasqua.
Eppure, proprio in questo scenario, emerge un segno di speranza: i giovani. Marino racconta gli incontri recenti con studenti delle scuole del territorio, nei quali ha colto un desiderio autentico di futuro e di cambiamento. A loro affida un compito concreto: costruire una “civiltà pasquale”, fondata sull’amore fraterno e sull’impegno, anche attraverso il volontariato.
Il messaggio si sviluppa poi lungo cinque passaggi simbolici, ispirati alle strofe dell’Exultet. Il primo richiama la responsabilità dei cristiani nel riconoscere e riflettere la luce della Risurrezione nel mondo, anche attraverso la cura del creato. Guerra e crisi ambientale, sottolinea il vescovo, sono strettamente legate: distruggere la natura significa alimentare nuovi conflitti.
Nel secondo passaggio, il riferimento all’Esodo diventa chiave per leggere le “schiavitù moderne”: individualismo, indifferenza, isolamento. Il Battesimo è indicato come via di liberazione e fondamento di una vita nuova, capace di promuovere giustizia e pace.
Il terzo punto insiste sulla centralità della comunità ecclesiale: vivere la Chiesa oggi, afferma Marino, è quasi “un atto di ribellione non violenta” in un mondo frammentato. Nonostante le fragilità interne e la crisi culturale, ogni credente è chiamato a essere luce nella notte, testimone concreto di speranza.
Particolarmente significativo è il richiamo al paradosso della “felice colpa”: il male, alla luce della Pasqua, può diventare occasione di redenzione. Solo chi si riconosce perdonato, scrive il vescovo, può diventare costruttore di pace. In questo contesto, il riferimento a san Francesco d’Assisi – di cui si ricordano gli ottocento anni dalla morte – rafforza l’invito a vivere il Vangelo nella concretezza del “pace e bene”.
Infine, il simbolo del cero pasquale diventa immagine della preghiera e dell’impegno quotidiano. Pregare non è evasione, ma forza trasformante: una luce che apre strade di dialogo, anche nelle situazioni più chiuse. Da qui l’appello esplicito alla comunità internazionale: aprire negoziati, costruire corridoi umanitari, scegliere il dialogo come unica via alla vita.
Il messaggio si chiude con un richiamo forte alla responsabilità dei cristiani nella società: la Pasqua non è una semplice ricorrenza, ma un’esperienza viva che chiama alla carità concreta, alla giustizia e alla costruzione del bene comune. Ogni gesto di pace, ogni scelta di solidarietà diventa così testimonianza visibile della Risurrezione.
In un mondo che fatica a trovare parole di speranza, il vescovo Marino invita a riscoprire il coraggio del canto pasquale: non come fuga dalla realtà, ma come atto di fede e responsabilità. Anche – e soprattutto – nella notte della guerra.



