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Niente acqua per il campo rom: il comune di Acerra restituisce i soldi alla Città Metropolitana

I finaziamenti per la condotta idrica dopo tre anni sono stati rispediti al mittente. Permangono i gravi problemi sanitari e ambientali nel sito di Candelara.  

Non possono scampare alla sete, alla mancanza quotidiana di acqua, anche se erano scampati alle fiamme scaturite dall’incendio doloso del campo di Secondigliano, assaltato nel 1999 dalla gente inviperita del posto. Subito dopo il fattaccio i rom furono trasferiti ad Acerra, in una campagna inquinata, località Candelara, di fronte allo stabilimento della Fiat. E nel 2012, dopo aver stipulato un protocollo d’intesa, la Provincia di Napoli diede al comune 10mila euro per installare tra la baracche una condotta dell’acqua. Ma il comune ha appena restituito il finanziamento: niente più prezioso liquido nel villaggio assetato. I soldi non sono stati utilizzati dalla municipalità per tre anni, cioè ben oltre il tempo limite concesso da piazza Matteotti, che aveva promesso altri 10mila euro se fossero stati avviati i lavori. ” Ma il danaro è stato trattenuto indebitamente dal comune “, scrive nell’ingiunzione il dirigente dell’ufficio immigrazione della Città Metropolitana. L’altro giorno il comune di Acerra ha firmato la determina per la restituzione della somma. Il danaro per portare l’acqua nella baraccopoli-discarica  di Candelara non c’è più. I rom dovranno continuare ad arrangiarsi come sempre, facendo la spola con le fontanelle della zona. “Non abbiamo realizzato l’acquedotto e quindi abbiamo restituito il finanziamento perché il campo sorge in una proprietà privata”, si giustifica, attraverso il suo ufficio stampa,  l’amministrazione comunale di Acerra retta dal sindaco Raffaele Lettieri. Tutti da queste parti sanno che però la realtà è un’altra e cioè che la maggior parte della gente della zona e degli altri comuni vicini, Pomigliano, Brusciano, Castello di Cisterna, quel campo rom non lo vuole. Alcuni mesi fa il meetup locale del Movimento Cinque Stelle ha segnalato alla magistratura e alle forze dell’ordine l’esistenza all’interno del campo di un vero e proprio inceneritore di rifiuti “fai da te”. Per non parlare delle scorie accumulate nel corso del tempo dentro e attorno il perimetro del disastrato villaggio: una ventina di baracche, più o meno grandi, popolate da circa 150 persone. I controlli sono anche scattati. Poi però non se n’è fatto più niente. “E ora il comune non mette nemmeno l’acqua, per la quale aveva avuto il finanziamento dalla Provincia – lamenta l’ambientalista Alessandro Cannavacciuolo – eppure le condizioni igieniche peggiorano ma l’ente, preposto a salvaguardare la salute pubblica, resta immobile”. E’ una storia paradossale, fatta di incredibili ritardi. Il finanziamento per Acerra di 20mila euro complessivi viene approvato dalla Provincia nel 2008. Il protocollo d’intesa conseguente viene stipulato nel dicembre del 2012 tra piazza Matteotti e il Comune, retto dal commissario prefettizio Fulvi. Obiettivo: la realizzazione dell’acquedotto nel campo rom, appunto. Poi Fulvi, poco prima di andarsene per cedere il posto al sindaco neoeletto, Lettieri, mette in bilancio la prima tranche incassata del finanziamento. Da allora però non è stato fatto più nulla. I bambini del campo sono rimasti sporchi come sempre. E lo rimarranno per chissà ancora quanto. Restano però notevoli contraddizioni. Continuano infatti i roghi di rifiuti nel campo. Ogni notte da qui si leva un fumo tossico che raggiunge soprattutto i comuni di Pomigliano e di Castello di Cisterna. A seconda dei venti i gas velenosi raggiungono anche Acerra. Intanto c’è un contenzioso giudiziario. I proprietari del terreno su cui sono state realizzate le baracche hanno chiesto al tribunale di Nola di far sgomberare tutto.

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