Il 29 luglio 1975, esattamente cinquant’anni fa, si concludeva trionfalmente la tournée della Paranza d’Ognundo negli Stati Uniti. Il gruppo, formato da contadini e operai delle frazioni di Macedonia e Rione Trieste di Somma Vesuviana, con l’innesto di Giovanni Coffarelli, Ciccio Salierno, Giuseppe Martone e Felice Ronca, era stato scelto per rappresentare l’Italia a un festival organizzato in occasione del Bicentenario della fondazione degli Stati Uniti d’America.
Un impegno e un grande onore per quindici cittadini di Somma Vesuviana, ambasciatori della millenaria tradizione della nostra cultura popolare. La decisione di inviare negli Stati Uniti proprio questo gruppo — insieme a un pifferaio del Molise e a un altro suonatore calabrese — fu presa da Annabella Rossi, direttrice del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, da Roberto De Simone, tra i massimi esperti in ambito antropologico e culturale, a livello nazionale e internazionale e da Paolo Apolito.
Lucio Albano, detto Zì Gennaro, contadino e fondatore della Paranza d’Ognundo nel 1947, amato e rispettato da tutti, fu il capo indiscusso della spedizione italiana e si distinse per le sue straordinarie qualità umane.
Il successo dei contadini sommesi negli Stati Uniti fu clamoroso. Il pubblico americano fu conquistato dalla musica e dal ritmo travolgente degli strumenti a fiato e a percussione in legno. I concerti si tennero in sedi prestigiose, tra cui il Metropolitan di New York, sotto la statua di Abramo Lincoln a Washington, nel Nuovo Messico, in Texas, a Boston e in altri teatri e festival in varie città americane.
Su Zì Gennaro si narrano ancora oggi episodi che hanno il sapore della leggenda. A Boston, ad esempio, pretese che anche un autista afroamericano potesse sedere alla mensa dei musicisti, nonostante all’epoca non gli fosse normalmente concesso. Incurante del rigido cerimoniale americano, prima di un concerto sotto una diga a New York ottenne che venisse osservato un minuto di silenzio in onore delle vittime italiane che avevano contribuito alla costruzione di quella struttura.
In un altro episodio, tra le proteste di alcuni membri del gruppo, si oppose alla ripresa televisiva di un concerto quando si accorse che tra i brani eseguiti veniva trasmessa pubblicità di carne in scatola. “Siamo venuti qui per omaggiare il popolo americano, non per fare vendere prodotti commerciali”, disse con fermezza.
Il capo paranza di Somma fu una figura scomoda per alcuni organizzatori, che però rimasero colpiti dalla coerenza e dalla forza dei suoi principi. La cultura popolare, con la sua autenticità, finì per imporsi sui protocolli ufficiali, e Zì Gennaro non arretrò mai di un passo: al primo posto, per lui, venivano il rispetto per le persone, la tradizione e la devozione.
Al ritorno dalla tournée, mostrò una visione lucida e profonda del paese che aveva visitato.
“Hanno le strade pulite – mi disse – perché possono permettersi di far raccogliere i mozziconi
a chi è costretto a lavorare per un salario misero. Non c’è un monumento che non sia stato
costruito da italiani, spagnoli o altri emigranti. Ma alle finestre delle case non ho mai visto un fiore”.
Zì Gennaro, scomparso nel 1989, ha lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva di Somma Vesuviana e non solo. In suo onore è stata intitolata una strada.
“È una delle pochissime in Italia – ha detto l’antropologo Paolo Apolito – dedicate a un contadino”.
Un gesto simbolico, che rende giustizia non solo a un uomo, ma a una visione del mondo dove la cultura popolare non è folklore da vetrina, ma testimonianza viva di identità, dignità e libertà.
(FONTE FOTO:ROSARIO SERRA)




