Il concetto di sopravvivenza nell’infanzia è davvero molto complesso. La scienza lo ha studiato non solo come semplice questione biologica, attraverso il nutrimento, la protezione o la crescita fisica, ma guardando a qualcosa di più profondo. Parlare di questo delicato argomento significa interrogarsi su ciò che accade quando le condizioni ideali vengono meno.
La sopravvivenza emotiva nell’infanzia, infatti, va pensata come alla capacità del bambino di restare integro anche in contesti difficili, instabili o traumatici. Nel corso del novecento, la psicologia e le neuroscienze hanno progressivamente chiarito questo aspetto. Già con John Bowlby, fondatore della teoria dell’attaccamento, emerge che il legame affettivo con il caregiver è una condizione essenziale per la sopravvivenza psichica. Il bambino, infatti, costruisce il proprio equilibrio all’interno della relazione e, quando questa viene meno o si presenta come instabile, è costretto a sviluppare strategie alternative per adattarsi.
A partire da queste intuizioni, studiosi come Mary Ainsworth hanno osservato come i bambini reagiscono concretamente all’insicurezza affettiva, elaborando diversi stili di attaccamento. Parallelamente, le ricerche neuroscientifiche di Daniel Siegel e Allan Schore hanno dimostrato che queste esperienze plasmano direttamente la struttura e il funzionamento del cervello, influenzando la capacità futura di regolare le emozioni. In questo quadro, la sopravvivenza emotiva si configura come un insieme di adattamenti, attraverso cui tentare di contenere il dolore e, in qualche modo, trasformarlo. A tal proposito, Peter Fonagy, individua nella capacità di comprendere e rappresentare i propri stati mentali una risorsa decisiva, mentre Giovanni Liotti, che ha evidenziato come, in presenza di traumi relazionali, possano emergere forme di difesa estreme come la dissociazione.
È in questo spazio fragile e invisibile che si gioca una delle partite più decisive dello sviluppo umano e “Ci vorrebbe un libro…” per comprendere fino in fondo quanto le ferite invisibili dell’infanzia continuino a parlare dentro di noi, anche da adulti.
In Meglio così di Amélie Nothomb, edito Voland, il concetto di “sopravvivenza emotiva nell’infanzia” è uno dei nuclei. Qui la protagonista è una bambina di quattro anni intrappolata in un ambiente ostile, dominato da una figura adulta crudele. Adrienne, infatti, viene mandata lontano da Bruxelles, durante la Seconda guerra mondiale, per sfuggire ai bombardamenti. Nella casa della nonna, in cui viene ospitata, perde ogni punto di riferimento separata dai genitori e dall’amata sorella. E’ un luogo cupo, dominato da una donna ostile – la nonnina di Gand, appunto -, che non sembra amare nessuno oltre al suo gatto, Pneu. La piccola subisce privazioni, umiliazioni e isolamento, ma non può scappare, né opporsi davvero, perché non ne ha la forza.
Adrienne, quindi, vive una sorta di “prigionia infantile” e reagisce utilizzando ciò che ha a disposizione, ossia strumenti interiori, dove la frase, semplice e disarmante, “Meglio così” diventa un mantra. Persino un banalissimo cucchiaio di legno, sostituisce le bambole e diventa un gioco adorato da cui non vorrebbe mai separarsi, ma di cui dovrà imparare a fare a meno quando lascerà quella casa. Si genera una strategia cognitiva, dove non c’è rassegnazione ma una vera e propria riorganizzazione del dolore, che lo rende narrabile e lo trasforma in un “dispositivo mentale” capace di addomesticare le sofferenze. Una forma di coping per cambiare il significato dell’esperienza e poterla reggere.
Non solo la nonnina, anche le altre figure adulte della sua famiglia, nascondono interessanti risvolti dell’identità. Una fra tutte la madre. Questo personaggio, seppur fragile, non può essere visto come impotente di fronte ai fatti della vita. La sua è una presenza profondamente ambivalente e destabilizzante. Da un lato esiste un legame affettivo, dall’altro emergono comportamenti che incrinano radicalmente l’idea di protezione materna. Una donna capace di gesti disturbanti, che rivelano una violenza emotiva latente e una difficoltà nel gestire impulsi e relazioni. Allo stesso tempo, il suo modo di trattare le altre figlie appare segnato da durezza e mancanza di cura, contribuendo a creare un clima familiare tutt’altro che rassicurante. A questo si aggiunge una dimensione relazionale instabile. Intreccia rapporti con altri uomini, mentre il padre delle bambine – suo marito – è a sua volta coinvolto in relazioni extraconiugali. Ne deriva un contesto affettivo disordinato, in cui la coppia genitoriale è incapace di offrire un modello solido e coerente.
Adrienne cresce portando con sé un peso emotivo che va ben oltre la sua età. A scuola fatica, non riesce a concentrarsi: ha la mente altrove, costantemente rivolta alla sorellina più piccola rimasta a casa indifesa alla mercé delle angherie materne. Si potrebbe parlare, a questo punto, di una iper-responsabilità precoce, tipica di quei bambini che percepiscono l’ambiente familiare come poco sicuro. È un ribaltamento dei ruoli: invece di essere protetta, si sente lei stessa chiamata a proteggere.
A rendere il quadro ancora più complesso è il fatto che le figlie sono tre femmine, mentre la madre desiderava un maschio. Questo elemento, apparentemente secondario, introduce un senso implicito di inadeguatezza e mancata corrispondenza alle aspettative. Crescere percependosi, anche solo indirettamente, come “non desiderata nella forma giusta” incide profondamente sulla costruzione dell’identità. Adrienne interiorizza questa mancanza e la trasforma in tensione, attenzione costante, bisogno di controllo.
Dopo aver raccontato la storia del padre in Primo sangue, in Meglio così Amelie Nothomb dedica per la prima volta la narrazione alla figura della madre, una presenza che nei suoi libri precedenti era quasi del tutto assente. La trama, pur filtrata attraverso il tono, l’ambientazione e lo stile narrativo del romanzo, trae perciò spunto da elementi reali della vita familiare dell’autrice.
In un’intervista durante la presentazione del romanzo, Nothomb ha detto che non era mai riuscita a dire “mia madre è morta” prima di questo libro. Ha spiegato che Meglio così è stato per lei un modo per affrontare quella verità che non riusciva a pronunciare apertamente.



