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Licenziamenti nei call center partenopei: la viceministro non vuole parlare di Napoli

Teresa Bellanova si dichiara preoccupata in generale. Ma su Almaviva via Brin e Gepin Casavatore non intende pronunciarsi.  

“La viceministro non intende rilasciare interviste sulla situazione di Napoli. Ha già diramato un comunicato sulla vertenza Almaviva”. Queste parole sono del portavoce della viceministro alle attività produttive Teresa Bellanova. Dunque, l’esponente del governo Renzi non vuole pronunciarsi sull’ennesima ingiustizia che sta subendo Napoli: un call center, il Gepin di Casavatore, da far sparire licenziando tutti i 220 dipendenti e un altro, quello di Almaviva, in via Brin, da dimezzare nonostante le sue commesse non siano in discussione, a differenza di quanto sta accadendo nelle altre sedi Almaviva di Palermo e Roma. “Il governo è preoccupato”, aggiunge comunque  Bellanova, che non nasconde i timori che possono derivare da una vertenza come quella di Almaviva. Vertenza che si è subito manifestata pesante e complicata, sia per il numero elevato di esuberi che per il contesto, quella della globalizzazione dei mercati, in cui si sta consumando. “Invitiamo l’azienda a fermarsi – l’appello della viceministro – chiediamo una moratoria immediata dei licenziamenti annunciati”. La domanda ricorrente nei call center minacciati dai tagli è comunque sempre la stessa: cosa sta facendo il governo ? “Sui call center – spiega Teresa Bellanova – ho convocato il tavolo. Inoltre – specifica – il governo ha messo a disposizione ammortizzatori sociali fino al 2017 e soluzioni per dare una decisa sterzata al settore, dal nuovo codice degli appalti, all’inasprimento delle sanzioni per chi delocalizza, norma ribadita con un emendamento al ddl Concorrenza, in cui viene estesa la responsabilità in solido tra chi affida a terzi e il gestore per qualsiasi violazione”. Intanto le aziende committenti, spesso a partecipazione statale, sembrano però inamovibili perché proseguono sulla strada della delocalizzazione dei servizi telefonici negli stati in cui il costo del lavoro pesa meno di niente. “Ho anche  convocato tutte le imprese committenti – chiarisce la viceministro – chiedendo il rispetto dei contratti di lavoro nei bandi ma Almaviva sta ignorando tutto questo scegliendo la strada più facile e drammatica”. Dal canto loro le aziende italiane chiedono sgravi, una maggiore flessibilità del mercato interno insieme a regole più chiare.“Abbiamo tolto – puntualizza l’esponente del governo – dalla base di calcolo dell’Irap il costo del lavoro a tempo indeterminato, che per le aziende del settore incide maggiormente. Poi abbiamo messo in discussione una volta per sempre il massimo ribasso sugli appalti e ci siamo mossi per finanziare la solidarietà e la cassa integrazione con un intervento per coprire fino al novembre 2017″. Sotto il profilo occupazionale appare però importante la clausola sociale, cioè la possibilità di trasferire i lavoratori in esubero nelle aziende che vincono i nuovi appalti dai grandi committenti. “La clausola sociale – spiega a questo proposito Bellanova – è stata approvata ed è ora affidata alla contrattazione tra le parti, per garantire i posti di lavoro preesistenti. I soldi ci sono per affrontare le criticità del settore e c’è un tavolo riconvocato con le parti sociali per il 18 aprile: tutte cose che sanno anche i manager di Almaviva”. Ma Almaviva risponde a distanza alla viceministro, attraverso un comunicato molto chiaro. “Il piano – replica l’azienda – è diretto al necessario obiettivo di garantire condizioni di equilibrio industriale e di avviare, nel medio periodo, un percorso di rilancio del posizionamento di mercato nel settore italiano”. Almaviva parla di norme rimaste solo sulla carta perché “in uno scenario di mercato dominato da fattori distorsivi che seguitano ad alterare profondamente il contesto competitivo, dal mancato rispetto delle norme sulle delocalizzazioni di attività in paesi extra UE all’utilizzo opportunistico degli incentivi per l’occupazione, contrassegnato dal calo progressivo dei volumi totali lavorati in Italia e dalla continua compressione del prezzo dei servizi, si è dovuto registrare tra il 2011 e il 2015 una contrazione dei ricavi del 33% sul mercato italiano”.

 

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