Bentornati al ventiseiesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
Oggi parleremo dello sviluppo della monodia medievale di carattere profano e non liturgico, un repertorio nato e cresciuto in un contesto di spiccata oralità che si contrapponeva alla rigida trasmissione scritta del canto gregoriano.
La produzione musicale profana non rispondeva all’esigenza di preservare una verità dogmatica immutabile, ma si basava sulla variabilità e sull’adattamento estemporaneo alle preferenze di interpreti e ascoltatori. Le prime manifestazioni scritte di questo fenomeno risalgono ai canti in latino dei clerici vagantes, noti anche come goliardi, la cui raccolta più celebre è rappresentata dai Carmina Burana; le melodie di questi componimenti satirici e amorosi venivano annotate nei manoscritti tramite neumi in campo aperto, utili soltanto come traccia mnemonica per chi già conosceva il brano. Con il progressivo declino del latino e l’affermazione delle lingue volgari, il fulcro della creazione poetico-musicale si spostò in Francia, dove nel meridione si sviluppò la lirica dei trovatori in lingua d’oc e nel settentrione quella dei trovieri in lingua d’oïl.
Il movimento trobadorico, fiorito tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, rifletteva i valori ideologici della società feudale attraverso il concetto di amor cortese, in cui il poeta si sottometteva alla nobildonna in un rapporto di vero e proprio vassallaggio amoroso. Tra i protagonisti di questa stagione figuravano sia aristocratici di alto rango sia poeti di umili origini, i quali si cimentavano in generi codificati come la canzone d’amore, il sirventese di argomento politico, il lamento funebre e l’alba. Sebbene il trovatore fosse l’autore sia del testo sia della musica, la reale esecuzione pubblica dei brani spettava spesso ai giullari, musicisti itineranti che potevano arricchire la performance con l’uso di strumenti musicali in modo eterofonico o improvvisato. I manoscritti giunti fino a noi, definiti canzonieri, non erano destinati all’uso pratico durante le esecuzioni, ma venivano redatti circa un secolo dopo la fioritura del repertorio come oggetti di lusso per le corti, configurandosi come veri e propri status symbol per celebrare una cultura letteraria e musicale d’élite.
Infine, si affronta anche il discrso di problemi interpretativi legati alla notazione musicale di queste fonti, che registrano l’altezza dei suoni ma omettono qualsiasi indicazione sulla durata delle note, lasciando aperto il dibattito storiografico tra chi sostiene un ritmo misurato sul modello della polifonia e chi predilige un ritmo libero guidato dal testo.
Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento dove analizzeremo il… ops come sempre NO SPOILER!!!
P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)








