Un colpo di sonno dell’autista, il pullman che si rovescia e il Caso che spezza le vite di ragazze che credevano nell’ Europa della cultura, nella bellezza della conoscenza e dell’amicizia.
La tragedia delle ragazze italiane morte in Spagna domenica scorsa nel pullman che si è ribaltato lungo l’autostrada Valencia – Barcellona diventa, nel racconto dei loro amici e nella descrizione delle ultime cose che hanno fatto e delle ultime parole che hanno pronunciato, il simbolo di una generazione che vuole realizzare i progetti e dar corpo agli ideali, e, per farlo, deve combattere con gli ostacoli della storia e della società, e con la cieca ferocia del Caso. Venivano da ogni parte dell’Italia e la partecipazione al progetto “Erasmus” le aveva portate a incontrarsi a Barcellona, a conoscersi, a conoscere altri ragazzi , a credere che la cultura potesse dare all’ Europa quell’unità che la politica non riesce a dare o non vuole dare. Avevano consacrato la loro giovane vita al viaggio: al viaggio negli spazi del continente, al viaggio ideale che ogni giovane compie alla ricerca di sé, alla scoperta dei valori a cui ispirare la propria esistenza. “Erasmus” può essere l’ acronimo di alcune parole inglesi che significano “progetto europeo per la mobilità degli studenti universitari”, ma è anche il riferimento a Erasmo da Rotterdam, il grande intellettuale del Rinascimento che vide e spiegò la sostanziale unità e la salda coerenza della civiltà europea, che fu fermo sostenitore del primato della ragione, ma la cui fama è legata a quell’ “Elogio della Follia”, in cui egli riconobbe, con ironica amarezza, che la “follia” fa parte della personalità di ciascuno di noi ed è protagonista delle vicende della storia.
E così il racconto delle ultime ore delle ragazze e del modo con cui il Caso le ha strappate alla vita e all’amore ci getta nello sconforto, ci pone delle domande, ci tormenta con quei dubbi a cui solo la fede nell’ordine superiore della Provvidenza può dare risposte che consolino. Viaggiare e conoscere: la loro casa a Barcellona era diventata un punto di riferimento per molti altri giovani. La torinese Serena Saracino elencava in un quaderno tutti i luoghi della Spagna che aveva deciso di visitare: lo racconta la toscana Francesca Giachi, che doveva essere su quel pullman maledetto con le amiche, ma poi aveva deciso di partire per Firenze. Valentina Gallo, fiorentina, si era innamorata di Barcellona e aveva chiesto di prolungare fino a luglio la permanenza in Spagna. Sabato aveva “postato” l’immagine di un locale dove si suona jazz e quella di un piatto alla carbonara: un inno alla vita. Elena Maestrini, grossetana di Gavorrano, sabato aveva mandato ai suoi genitori attraverso facebook il suo ultimo post per chiedere scusa: “in questi giorni non mi sono fatta sentire”, e per fare gli auguri al padre, per la festa del papà. L’udinese Elisa Valent era partita per la Spagna il 20 febbraio, e prima di partire aveva scritto su facebook: “Mi piange il cuore, neanche stessi andando in guerra.”. Il giornalista della “ Repubblica” (22 marzo) racconta che Elisa amava il mondo della letteratura e che sul suo diario virtuale aveva espresso sconforto per la morte di Umberto Eco. Ora decisioni, gesti e parole, letti alla luce di ciò che è avvenuto domenica, diventano dei “segni” laceranti, pervasi dalla forza della premonizione: leggi, e vedi il filo della vita che si spezza, il sogno che si infrange, il Caso che sceglie, costringe, recide e rompe. E ti chiedi: perché ? Perché proprio loro?
Tornavano da Valencia, dalla festa di “Las Fellas”: i quartieri della città costruiscono enormi statue di legno, che durante la notte vengono bruciate. Tornavano con quelle immagini negli occhi pieni di sonno. E poi il sonno, o un malore, dell’autista ha bruciato le loro vite.
Il milanese Stefano Fiorini è riuscito a salvarsi: dice che porterà a termine “ Erasmus”, che ama la Spagna, che gli automobilisti si sono fermati per soccorrere i feriti, che “una donna è scesa dalla macchina e ci ha portato una coperta per proteggerci dal freddo”. Questa immagine forse dà, a posteriori, un accettabile senso a una vicenda che pare tutta dominata dalla cieca crudeltà di un caso che mi immagino come la “ Fortuna senza testa” che apre l’articolo.



