QUEGLI STRANI ANNI “80

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Gli “80 sono anni di violenza e di effimero. Malavita e terrorismo non conoscono tregua. Sono gli anni della strage di Bologna e dello scandalo P2.
Di Ciro Raia

Gli anni “ottanta” si presentano con una caterva di avvenimenti, i cui risvolti non possono essere ancora letti in una prospettiva storica. Mancano molti documenti, ancora tenuti segreti, mancano alcuni anelli di congiunzione importanti, mancano le analisi a posteriori che spaziano su tempi lunghi e legano fatti, personaggi, comportamenti, piccole emozioni.

Gli anni “ottanta” sono anni strani, anni di sconvolgimenti totali, di stragi, ma anche di effimero. In Italia si aprono con apprensione e dolore per la morte di Pietro Nenni, un padre nobile della patria, e quella di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, ammazzato dalla mafia il 6 gennaio 1980. Quindi, le morti eccellenti proseguono con la violenta azione delle B.R., che uccidono il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, il giudice Guido Galli, il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Nicola Giacumbi, il dirigente della Digos, Alfredo Albanesi, il consigliere regionale della Campania, Pino Amato.

Sempre gruppi terroristici, poi, ammazzano il generale dei carabinieri Errico Galvaligi ed il giudice Mario Amato. La violenza mafiosa elimina, invece, Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo; la camorra, da parte sua, si macchia del delitto del sindaco di Pagani, cittadina in provincia di Salerno, Marcello Torre. Ma la strage che fa più impressione è quella consumata alla stazione di Bologna, dove, alle 10,25 del 2 agosto, una bomba provoca 85 morti e 203 feriti tra i viaggiatori in attesa di treni. Già il 28 agosto la Procura del capoluogo emiliano emette 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra, tra i quali Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti, Aldo Semerari.

Alla guida del governo si alternano i democristiani Francesco Cossiga (a capo di un tripartito DC-PSI-PRI) e Arnaldo Forlani (a capo di un quadripartito DC-PSI-PSDI-PRI).

Il 23 novembre 1980 una violenta scossa sismica riduce in macerie gran parte dell”Irpinia e del Napoletano. Interi paesi sono completamente rasi al suolo; si contano oltre 6.000 morti. Nel 1976 un terremoto di forte intensità aveva colpito il Friuli: i morti erano stati circa 1000 e moltissimi i centri distrutti. In Irpinia, così come era già avvenuto nel Friuli, sono stanziati ingenti fondi per la ricostruzione, ma i risultati ottenuti evidenziano una forte frattura tra il Nord ed il Sud. A molti, infatti, l”opera di ricostruzione avviata in Irpinia appare come un tributo da pagare al sistema politico-clientelare vigente nel Sud.

C”è grande fermento nella classe operaia. Scioperi e cortei degli operai FIAT –l”industria automobilistica ha annunciato la cassa integrazione per 78.000 dipendenti- paralizzano la città di Torino. Enrico Berlinguer, segretario del PCI, in un intervento ai cancelli del Lingotto e di Rivalta si spinge a dire che “il PCI sosterrebbe gli operai anche se scegliessero la forma di lotta più estrema”.

A maggio del 1981 la presidenza del consiglio annuncia di aver ricevuto, dai giudici di Milano, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, l”elenco di 962 presunti affiliati alla loggia massonica P2 (Propaganda 2) di Licio Gelli. Ci sono imprenditori e sindacalisti, militari, uomini di cultura, di spettacolo e della politica, tra cui spiccano i nomi di Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo, Fabrizio Cicchitto, Enrico Manca, Gaetano Stammati, Beniamino Finocchiaro, Michele Sindona, Franco Di Bella, Duilio Poggiolini, Angelo Rizzoli, Roberto Gervaso, Alighiero Noschese, Roberto Calvi, Vittorio Emanuele di Savoia, Vito Miceli, Pietro Longo, Artemio Franchi.

La maggioranza dei politici è composta da democristiani e socialisti. Silvana Mazzocchi così scrive su La Repubblica: “[:] ministri e deputati, senatori della Repubblica, ma anche funzionari di partito, ambasciatori, sindaci, imprenditori, industriali, giornalisti, scrittori, sindacalisti, commissari di polizia:I documenti sequestrati a Gelli sono stati definiti una miniera:a Palazzo Chigi è iniziato un vero terremoto”. Tra le carte di Gelli emerge un documento, il Piano di rinascita democratica, che chiarisce tutti gli obiettivi della P2, tra i quali: controllo della Magistratura da parte del Governo, opposizione alla linea di collaborazione col Pci, abolizione dello Statuto dei Lavoratori, riforma della Costituzione, attenta vigilanza sui partiti e sui sindacati, attraverso la sistemazione di uomini di fiducia nei posti nevralgici delle predette organizzazioni.

Viene istituita una commissione parlamentare, presieduta da Tina Anselmi, che nel 1984, concludendo i propri lavori, scrive “la P2 ha svolto opera di inquinamento della vita nazionale, mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni, secondo un progetto che mirava allo snervamento della democrazia”.

E il terremoto politico non manca. Infatti, il presidente del consiglio dei ministri, Forlani, preoccupato della notorietà dei nomi e dell”appartenenza politica degli stessi, tiene nascosta la lista per ben due mesi ed è costretto, per questo, a dimettersi.

Al suo posto è incaricato di formare il nuovo governo il senatore repubblicano Giovanni Spadolini. È la prima volta che un laico sostituisce un democristiano alla guida del governo. Durante il dibattito sulla fiducia al nuovo esecutivo, il segretario del PSDI, Pietro Longo, uno degli iscritti alla Loggia P2, attaccando violentemente la magistratura, propone che la stessa debba essere controllata dal governo. Attacchi alla magistratura vengono portati anche da Bettino Craxi (PSI) e Flaminio Piccoli (Dc).

(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SOLIDARIETÁ NON É MORTA. STA SOLO POCO BENE

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L”epurazione avvenuta a Rosarno è scandalosa, una vera e propria rappresaglia di stampo razzista. Ma la solidarietà non può essere morta all”improvviso.

Caro Direttore,

l”altro giorno, mentre facevo un po” di pulizia sulla mia scrivania, è riemerso un foglio-appunto, che avevo archiviato e che non riuscivo più a trovare. Vorrei proportene, sinteticamente, la lettura:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l”acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Tra di loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. [:] Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. [:] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare. [:] Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione provengono dal sud dell”Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”, (Relazione dell”Ispettorato per l”Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, ottobre 1912).

I fatti di Rosarno si aggiungono a quelli di Castelvolturno e di tante altre piccole realtà del sud e del nord dell”Italia, dalle quali non giunge più nemmeno l”informazione. Perchè sono fatti ripetitivi, quasi stucchevoli. Non fanno notizia, annoiano. Vuoi mettere la statua di una madonna che lacrima, il probabile ritorno di Totti in Nazionale, l”intitolazione di una piazza a Craxi o il puttanificio che alligna nei palazzi del Potere? Sono tutt”altra cosa! E solo su queste vale veramente la pena discutere, arrabbiarsi, venire, eventualmente, anche alle mani, per affermare il proprio punto di vista!

Caro Direttore, è quasi inutile ribadirlo, sono dalla parte “degli sporchi negri”. Come ero dalla parte degli indiani della prateria, molto prima di aver visto “Soldato blu” o di “Balla coi lupi”; com”ero dalla parte degli indios, conquistati alla cristianità, molto prima di aver assistito a “Mission” e, vivendo nell”attualità, come sono dalla parte del “popolo Na”vi” di “Avatar”. Gli sporchi negri hanno avuto il coraggio (sempre mancato a gran parte di noi) di mettere il dito nella piaga, di essere il bambino della favola del “re nudo”, di ribellarsi ad un lavoro servile all”interno di un”organizzazione criminale (in Calabria, nelle mani delle “ndrine; in altri posti, nelle mani della mafia, della camorra o di insospettabili agenzie di collocamento).

Eppure, in un paese che si sta educando alla dottrina del revisionismo-negazionismo (gli ebrei nelle camere a gas sono stati in numero esiguo, i confinati politici nei regimi dittatoriali hanno vissuto da villeggianti ed altre amenità simili), che ci vuole a dire che le organizzazioni criminali non esistono? L”altra sera, in televisione, l”immagine del giovane rosarnese che ballava e si abbracciava al passaggio del pullman degli immigrati che andavano via, non è stata edificante. A chi gli chiedeva il perchè di tanto gaudio, il giovane rosarnese rispondeva, semplicemente, “perchè non li vogliamo!”.

E, se si fosse continuato ad intervistarlo, avrebbe detto che la “ndrangheta non esiste; come più volte è stato ribadito da molti suoi coetanei a proposito della mafia o della camorra. E meno male che questi elementi sono una minoranza, in un universo giovanile caratterizzato dall”impegno nel volontariato, nella sussidiarietà, nella cooperazione, nella solidarietà!

L”Istituto statistico europeo, Eurostat, ha disegnato l”Italia fra un cinquantennio. La previsione è che nel 2060 il nostro paese avrà lo stesso numero di abitanti di oggi: circa 60 milioni di persone. Ma, per mantenere questo numero, bisognerà tener conto dell”ingresso di 12 milioni di immigrati!

Intanto, per un caso o per pagare una cambiale alla Lega Nord, nei giorni dei fatti di Rosarno, l”ineffabile ministro Gelmini ha proclamato, per il nuovo anno scolastico, un tetto del 30% di alunni stranieri per ogni classe. Caro Direttore, non voglio affrontare, non avendone per altro la competenza, la costituzionalità o meno della “pensata gelminiana”. Non voglio nemmeno affrontare, in questa sede, l”astrattezza e l”inapplicabilità (ci sono scuole, che io conosco molto bene, dove a costituire il tetto del 30% sono gli alunni indigeni [per capirci meglio, gli italiani]).

Vorrei solo fare una considerazione sulla permanenza del pregiudizio (prevenzione, cattivo giudizio anticipato, opinione erronea, credenza infondata) nei confronti del diverso e dello straniero in genere nella nostra cultura. Anni di atteggiamenti concilianti e civili non sono serviti a svellere opinioni radicate nella nostra società. Sono sempre i diversi da noi quelli che sbagliano, che puzzano, che violentano, che rubano, che limitano l”apprendimento nelle classi.

E sempre a proposito di scuola, la mia ormai nota collega di Groppello Cairoli, molto griffata e molto navigata (lei si dichiara anche molto di sinistra ma è molto poco creduta), sostiene che la presenza degli stranieri nelle classi danneggia il corretto andamento didattico e che le diverse etnie rendono impossibile fare un lavoro adeguato.

In un collegio dei docenti, però, un”umile maestrina di Paternopoli (poco griffata, poco navigata e, forse, molto poco disponibile a sventolare il vessillo di una cosiddetta sinistra) le rispose: “Se hai uno straniero in più non riesci a fare lezione? Ti dico che non ci riesci, comunque, se la lezione non la sai fare”.

Corrado Alvaro scrisse un bel racconto, “La zingara” (in “Gente in Aspromonte”, 1930), in cui parla di Crisolia, una giovane donna marchiata dal pregiudizio di appartenere ad una tribù di nomadi e, solo per questo, vista sempre come una ladra. Nel novembre del 2008, a Ponticelli, ci fu l”assalto a un campo rom della zona da parte di un intero quartiere indignato e preoccupato, si disse, per il tentato rapimento di un bambino messo in atto da una zingara. Dopo pochi giorni si scoprì, invece, che le cose non stavano proprio nei termini descritti. Venne fuori, infatti, che gli inquilini delle palazzine prospicienti il campo rom da giorni si riunivano, per organizzare lo sgombero degli zingari e delle loro masserizie.

Caro Direttore, non giudicarmi un “laudator temporis acti”, però, ci sono stati giorni in cui i treni per Reggio Calabria portavano migliaia di lavoratori alla manifestazione del 22 ottobre 1972. “Quanti abbracci e quanta commozione/ il Nord è arrivato nel Meridione/ e alla sera Reggio era trasformata/ pareva una giornata di mercato./ Quanti abbracci e quanta commozione/ gli operai hanno dato una dimostrazione”, (Giovanna Marini e Francesco De Gregori, “Il fischio del vapore”, 2002).

E, poi, sai che ti dico? Io continuo a essere fiducioso. Il popolo che è nato nella civiltà e nella cultura della Magna Grecia non può avere azzerato la propria sensibilità ed intelligenza, così, all”improvviso. Qualche mela marcia ci può anche stare. Importante è che non attacchi tutta la cesta!

(Fonte foto: Euronews.net)

UN ESAME DI COSCIENZA

La grave crisi economica e sociale che stiamo vivendo, ci deve spingere a rivedere e mettere in discussione le teorie alla base delle politiche economiche, “per rendere onore ai gigli del campo che non seminano e non filano…

In questo anno della crisi finanziaria e pensando anche alla crisi che sta vivendo tutto il mondo del lavoro nel nostro territorio viene spontanea una riflessione ed un esame di coscienza “socio-economico”.

È necessario, penso, in questo momento storico, ri-vedere i presupposti culturali delle politiche economiche.

Non sono un economista, ma ho letto qualcosa a questo proposito.

Ci sono alcune teorie (ad es. la Scuola di Chicago) le quali affermano che l”interesse personale guida i mercati verso risultati di maggior efficienza. Il governo non deve intervenire nell”economia, poichè gli individui razionali, perseguendo il proprio interesse personale, prevengono o curano rapidamente la maggior parte dei guasti del mercato.

La recente crisi economica ha messo, però, in discussione questa tesi.

Non sempre gli uomini di affari sono razionali e non sempre i mercati si autocorreggono, se non c”è un”etica, una morale della persona.

Allora la domanda che dobbiamo porci è: l”avidità è positiva? La ricerca dell”interesse personale migliorerà l”interesse globale? La risposta è non sempre. C”è una branca della ricerca economica che conferma l”antica convinzione che –una volta saziati i bisogni essenziali– il denaro ha una relazione debole con la felicità. Una volta che il prodotto interno lordo pro capite di un paese supera un moderato livello di reddito, le società – bisogna ribadirlo – non diventano più felici solo perchè divenute più ricche.

La verità è che l”uomo “desidera” sempre di più. Siamo immersi in una routine edonistica. Più abbiamo e più vogliamo avere (una casa più grande, una macchina in più, l”ultima generazione dei telefonini:). Lo stoico Seneca, al suo tempo, già così commentava: “Per quanto tu possieda molto, se c”è uno più ricco di te, ti sentirai inferiore proprio di quanto lui ha in più”.

È l”invidia che mantiene in forza l”edonismo in cui viviamo.

E allora sarà necessario superare l” “interesse personale” , anche negli “affari economici”, per “promuovere”, tutti, una vita etica di carità, e di dedizione all”interesse comune, che rischia oggi di diventare anacronistica.

Papa Giovanni XXIII affrontò questo tema nell”enciclica Mater et Magistra (1961): “La ricchezza economica di un popolo non è data soltanto dall”abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro reale ed efficace redistribuzione secondo giustizia a garanzia dello sviluppo personale dei membri della società, ciò che è il vero scopo dell”economia nazionale (n. 61).

In altre parole, solo se sapremo guardare oltre il nostro interesse personale, sopravviveremo, e tutti.

Dobbiamo, in sintesi, secondo la bellissima espressione di Giovanni Paolo II, “globalizzare la solidarietà”.

E allora sarà necessario ri-esaminare alcuni presupposti delle politiche economiche attuali.

Mi piace concludere queste brevi riflessioni con uno scritto del celebre economista Jhon Maynard Keynes, il quale affermava che solo facendo tale esame di coscienza saremo capaci di “ritornare ad alcuni dei princìpi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l”avarizia è un vizio, l”esazione dell”usura una colpa, l”amore per il denaro spregevole, e che chi meno s”affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bello all”utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l”ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, ai gigli del campo che non seminano e non filano.

(Fonte foto: Rete Internet)

DIETRO I FATTI DI ROSARNO. SOVRANITÁ MAFIOSA E SCHIAVITÚ

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Quanto successo a Rosarno dimostra il circuito perverso di un territorio malato di mafia, che altera il mercato e crea i nuovi schiavi.
Di Amato Lamberti

I fatti recenti di Rosarno, in Calabria, forse potevano servire, oltre che a costruire cronache indignate e alti richiami ai doveri di solidarietà ed accoglienza, a ragionare, in termini non soltanto emotivi, di un fenomeno, come quello dell”immigrazione, che sta esplodendo in Italia a causa di un approccio sbagliato da molti punti di vista. Il sonno della ragione genera mostri: proviamo a ragionare su dati di fatto incontrovertibili di natura economica.

Nell”attuale situazione economica, demografica, occupazionale italiana (con una enorme dilatazione dei servizi alla persona su cui non si riflette per niente), servirebbero molti più immigrati di quelli attualmente disponibili, ma si è invece diffusa nell”opinione pubblica, la convinzione che gli immigrati sono già troppi e bisogna cominciare a controllare gli afflussi e ad espellere i clandestini. Questa convinzione si allarga tra la gente ad opera sia di un vero e proprio martellamento continuo da parte di un partito, quello della Lega Nord, che ne ha fatto una bandiera in difesa dell”identità nazionale, ma soprattutto per il modo in cui gli organi di informazione affrontano il problema dell”immigrazione.

A parte il fatto che le teorie economiche suggeriscono che la migrazione dalle regioni in cui la forza lavoro è in esubero e a buon mercato verso regioni in cui è scarsa e cara, porta ad un benessere complessivo, c”è da considerare attentamente alcuni dati relativamente alla situazione italiana. Oggi la popolazione italiana è di circa 57 milioni ma è interessata da un processo di diminuzione, per effetto della denatalità, che la porterà nel 2020 a 52 milioni e nel 2050 a soli 41 milioni. Gli ultrasessantacinquenni oggi sono il 18,2% della popolazione, ma diventeranno il 21,1% nel 2020 e il 34,9% nel 2050. Per cui, per mantenere gli attuali livelli di popolazione, servirebbero almeno 240 mila immigrati l”anno.

Ma se l”obiettivo fosse quello di mantenere gli attuali livelli di popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, di immigrati ne servirebbero non meno di 350 mila l”anno. Se infine l”obiettivo fosse quello di mantenere inalterato il rapporto tra popolazione in età lavorativa ed anziani, per assicurarci il pagamento delle pensioni, servirebbero 2,2 milioni di immigrati l”anno, molti dei quali da utilizzare nell”area dei servizi alla persona, non solo domiciliari ma sanitari, scolastici, turistici e ricreativi. Come si vede bene l”atteggiamento del governo, vessillifero il ministro Maroni, di chiusura con ogni mezzo, a partire dal respingimento sistematico, verso il fenomeno migratorio, è non solo miope ma sbagliato, perchè non tiene conto delle reali esigenze del nostro Paese.

Da un punto di vista strettamente economico, i dati sono chiari e incontrovertibili. In Italia vivono circa 4milioni di persone straniere con regolare permesso di soggiorno; oltre 700mila sono quelli “clandestini”, privi cioè del permesso di soggiorno. L”impatto sull”economia di questa presenza è pari al 9.2% del PIL. Dal 2000 questa percentuale si è quasi triplicata, come si sono triplicati gli immigrati occupati e più che triplicati i versamenti all”INPS, che hanno superato i 5miliardi di euro. Aumenta anche il numero degli imprenditori stranieri, sono oggi circa 165mila, con una crescita del 17% nell”ultimo anno nonostante la congiuntura economica sfavorevole.

Il contributo degli immigrati per quanto riguarda le imposte dirette è di circa 5.5miliardi di euro, mentre l”incidenza sulle spese pensionistiche totali è dell”1.2% e solo dell”1% sulla spesa pensionistica complessiva. Inoltre, l”incidenza della spesa sociale dei Comuni a favore di cittadini stranieri è pari soltanto al 2.1% della spesa complessiva. Bastano questi dati per far vedere come gli immigrati non sono un costo ma una risorsa preziosa per le imprese e le famiglie dove sono occupati, ma anche, e soprattutto, una presenza determinante per l”intero sistema sociale e produttivo italiano.
Naturalmente, come la Storia ci insegna, poichè le esigenze economiche finiscono sempre per prevalere, si tratta di controllare questi processi perchè se non regolati possono produrre distorsioni strutturali a livello di mercato del lavoro e di organizzazione produttiva.

La logica delle restrizioni agli ingressi legali, per ragioni che non si sa come definire se non come ideologiche o “viscerali”, perchè contrastano sia con le leggi dell”economia che con le esigenze del controllo e della sicurezza, finisce per alimentare la clandestinità e, quindi, i flussi illegali, ma anche il lavoro nero, lo sfruttamento della manodopera, il controllo del mercato dei prodotti agricoli, la dequalificazione degli apparati produttivi, la formazione di aree di marginalità e degrado totalmente sottratte ad ogni controllo di legalità, e, cosa più grave forse di tutte, favorisce la crescita e il rafforzamento di tutte le organizzazioni criminali che, grazie al controllo del territorio e a rapporti consolidati con i diversi livelli istituzionali, possono facilmente controllare e incentivare questi processi in funzione di nuove forme di accumulazione economica malavitosa.

Quanto è successo a Rosarno, in questi giorni, a scavare sotto la cronaca, dimostra il circuito perverso che si può instaurare su un territorio a sovranità mafiosa: produzione agricola con manodopera a bassissimo costo; intermediazione negli acquisti a prezzi non remunerativi per i produttori, costretti quindi a svendere o abbandonare il campo; trasporto e commercializzazione, in regime di monopolio violento, dei prodotti verso i mercati remunerativi;

capitalizzazione e reinvestimento in produzioni agricole che si reggono solo sullo sfruttamento del lavoro (foto) di un esercito di diseredati senza diritti che non possono neppure ribellarsi perchè privi del diritto minimo di esistenza, il permesso di soggiorno; settori però che grazie a sovvenzioni, sussidi, integrazioni, misure di sostegno di natura istituzionale consentono, alle organizzazioni malavitose, di lucrare anche ad altri livelli, compreso quello della acquisizione del consenso nella popolazione che finisce per beneficiare del controllo del mercato della occupazione stagionale e della distribuzione di sovvenzioni e sussidi.

In pratica, i braccianti di Rosarno, utilizzano i contratti stagionali solo per truffare l”INPS, perchè non lavorano, fanno lavorare gli immigrati ad 1/5 del salario permettendo così ai proprietari di arricchirsi nonostante la scarsa rimuneratività del prodotto, non ostacolano anzi favoriscono il controllo mafioso del trasporto e della commercializzazione dei prodotti, terminato il contratto stagionale ricevono il sussidio previsto dalla legge e si dedicano ad altre attività legali e non legali.
Naturalmente la truffa può essere anche ulteriormente sofisticata, mettendosi in malattia, facendosi riconoscere una sostanziosa invalidità. Così si guadagna di più sia quando si risulta ufficialmente occupato, e sia quando si è in regime di sussidio di disoccupazione.

Tutte situazioni ben note in tutto il Mezzogiorno, a partire dagli anni “80, ma che si è preferito non arginare consentendo, colpevolmente, alle organizzazioni criminali di acquisire una sovranità sempre più estesa sulla produzione, il trasporto e la commercializzazione di interi settori della produzione agricola, soprattutto di quelli interessati alla trasformazione industriale.

L”unica risposta vincente possibile è quella di reintrodurre la legge, tutte le leggi, sui territori a sovranità mafiosa. La desertificazione, il famoso “modello Caserta”, del ministro Maroni può servire solo a fare propaganda a buon mercato, ben ripresa dai corifei della carta stampata, per lasciare esattamente le cose al punto in cui stanno.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA STORIA DI L. TESTE OCULARE DELL’OMICIDIO DI SUO MARITO

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Vi raccontiamo la storia di una donna coraggiosa, fiduciosa nella giustizia e in attesa di guardare in faccia chi le ha ucciso il marito e traumatizzato il figlio di cinque anni.
Di Simona Carandente

È la vigilia di Natale dell”anno 2006: L. e suo marito A., ucraini, sono intenti a vendere prodotti tipici con la loro bancarella, in un giorno uguale a tanti altri, nella zona di Via Brin a Napoli. Come tanti connazionali, sono costretti a sbarcare il lunario così, da ambulanti, sottoposti a continue estorsioni della malavita napoletana e di quella dei loro stessi connazionali, in una vita incerta lontano dal proprio paese di origine.

Dopo una banale colluttazione, nella quale rimarranno coinvolte anche diverse persone, intervenute a sedare la rivolta, A. viene colpito in petto da tre colpi di arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata da una persona che, evidentemente, non ne tollerava la permanenza all”interno del mercato. Alla scena assistono numerosi testi, tra cui la moglie L. ed il figlio della coppia, di appena cinque anni.

Per la povera L. è l”inizio di un lunghissimo calvario: il figlio ha un serio trauma, legato alla morte del padre, al punto da dover necessitare di lunghe e complesse sedute specialistiche che, tuttavia, non appaiono risolutive. Nel frattempo, dopo aver subito un intervento all”anca che ne limita la mobilità, L. è costretta a sbarcare il lunario come può, lavorando presso signore italiane che prendono a cuore la sua sofferta storia.

Parallelamente, le indagini dell”autorità giudiziaria vanno avanti, ma senza alcun esito positivo. Difatti, anche se l”omicidio è avvenuto in pieno giorno, nella vigilia di Natale, in una zona affollata ed alla presenza di numerosissimi testi oculari, nessuno è un grado di riferire con certezza le fattezze fisiche dell”assassino del povero A. Viene anche fatto un identikit, ma questi non corrisponde ad alcuna delle foto segnaletiche che vengono mostrate ad L., in più occasioni.

Nonostante l”attività di indagine, nonostante alcuni testi abbiamo vinto il legittimo timore a testimoniare, in presenza di una precisa descrizione dell”assassino, la Procura della Repubblica è costretta a richiedere l”archiviazione del procedimento penale, a causa dell”impossibilità di poter dare a questi un nome ed un volto.
Quando L. si rivolge al legale è piena di dubbi; vuole sapere se è possibile la riapertura dell”indagine, se può fornire nuovi elementi in suo possesso, se vi è qualche possibilità che giustizia venga finalmente fatta. Dal momento dell”omicidio difatti, oltre a trovarsi in serie difficoltà economiche, è stata costretta anche a separarsi dal figlio, che ha deciso di tornare al paese di origine per provare a dimenticare.

La forza di volontà di L. è davvero fenomenale: ha lottato con ogni mezzo per far riaprire il processo, ha fornito tutto il proprio contributo allo sviluppo delle indagini, si è fatta parte diligente nel cercare la verità e con essa nuovi elementi di prova. Con tutti i suoi problemi fisici, distante dai propri affetti, in un paese che non è stato gentile con lei continua ogni giorno la sua lotta per la vita, certa che la giustizia farà il suo corso e che l”assassino di suo marito, così barbaramente ucciso, avrà presto un nome ed un cognome. (mail: simonacara@libero.it)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

L’IMPORTANZA DI RICONOSCERE I PREGIUDIZI

Gli studenti che hanno partecipato al progetto “Abitare la Legalità Interculturale”, adotteranno un film e un personaggio.
Di Annamaria Franzoni

La rassegna cinematografica dedicata ai giovani utenti del territorio del Liceo Mercalli di Napoli, intitolata “Abitare la Legalità Interculturale”, ha proposto finora sei film nei quali sono stati rappresentate eterogenee difficoltà, divergenze ed incompatibilità culturali, sociali, religiose che hanno caratterizzato il “900, secolo per certi versi “breve” per altri “lungo”, come molti storici l”hanno definito.

Mi sembra utile ripercorrere rapidamente i prodotti cinematografici selezionati per comprendere come essi abbiano costituito per i giovani spettatori un valido strumento di interpretazione della realtà:

“Il sapore della vittoria”, (Remember the Titans ) Boaz Yakin .USA 2001
“Il bambino con il pigiama a righe” (titolo originale The Boy in the Striped Pajamas) Mark Herman USA-Gran Bretagna 2008
“Freedom writers”, Richard LaGravenese, Gran Bretagna, USA 2008
“Il giardino dei limoni” (Lemon Tree) Eran Riklis, TEODORA FILM 2008
“Parada” lungometraggio di Marco Pontecorvo, Italia 2008
“La masseria delle allodole”, Italia, Bulgaria, Francia, regno Unito, Spagna, Paolo e Vittorio Taviani, 2007.

La macchina da presa ritrae in modo magistrale e secondo il crescendo emozionale che caratterizza i grandi prodotti del cinema nazionale ed internazionale, conflitti interculturali a tutto tondo: lotte razziali tra bianchi e neri, la shoah, le lotte tra gang di giovani emarginati, il conflitto arabo-palestinese, il dramma dei rom e la loro triste realtà, il genocidio armeno.
Tempi e spazi lontani, confini che si perdono in realtà che convergono in una dimensione che ci fornisce ritratti indimenticabili di diritti violati e negati.

I titoli inseriti nella rassegna sono stati il frutto di una attenta programmazione orientata al raggiungimento di competenze volte a sviluppare disponibilità verso l”impegno interculturale, rifiutando ogni forma di discriminazione: negli incontri del Mercoledì pomeriggio, mi sono impegnata, infatti, ad assumere il ruolo di facilitatore ed animatore delle loro emozioni e sentimenti per favorire in loro la capacità di imparare a valutare le gravi conseguenze dei comportamenti incoerenti a questi principi.

I ragazzi sono stati, così, portati a identificare, in modo autonomo, gli stereotipi e i dannosi pregiudizi etnici, religiosi, culturali che di volta in volta emergevano.
La conclusione di questo percorso li vedrà quindi ancora di più consapevolmente operativi, ma soprattutto cooperativi: infatti, nel corso dell”ultimo incontro, Mercoledì 13 Gennaio, le modalità di lavoro che vedranno impegnati i nostri ragazzi avranno come oggetto la capacità di porre l”alterità nella propria realtà quotidiana. Essi, infatti,dopo aver ripercorso l”esperienza vissuta, saranno invitati a formare dei gruppi di lavoro e ad adottare un film nonchè un personaggio.

Elaboreranno, quindi, una presentazione in power-point sugli argomenti ritenuti maggiormente significativi sul piano storico, sociale, culturale ed emozionale.
Il lavoro prodotto da ciascun gruppo nel laboratorio informatico in cooperative learning, sarà esposto, in plenaria, agli altri gruppi per condividerne i risultati. Verrà così fuori il mondo delle emozioni, dei sentimenti di giovani adolescenti nel riconoscimento etico e civile delle leggi violate dalle tragedie storiche del 900, per un trionfo vero della legalità interculturale.

LA RUBRICA

BENI SEQUESTRATI ALLA CAMORRA. PARLANO I MAGISTRATI

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Un emendamento approvato al Senato prevede che i beni confiscati possano essere messi all”asta; iniziativa che sembra favorire la criminalità, col rischio di vanificare il lavoro di forze dell”ordine e magistrati.

Il 1996 segna l”inizio di un”epoca per il nostro paese: viene approvata difatti la legge 109/96, cd. legge antimafia, che riesce a regolare per la prima volta e concretamente la destinazione ai fini socialmente utili dei patrimoni confiscati alla criminalità organizzata. La norma fa seguito al disegno di legge Rognoni-La Torre del 1982 in materia di confisca dei beni ai mafiosi, che il promotore Pio La Torre pagò con il sacrificio della propria vita.

Grazie alla legge un albergo confiscato ai Casalesi è diventato una scuola per sub, una piscina sottratta ad un clan è utilizzata per riabilitare portatori di handicap, un bene confiscato in Cancello ed Arnone è divenuto un caseificio, gestito dalla cooperativa “Le terre di don Diana”: si tratta solo di alcuni esempi di come patrimoni, un tempo appartenenti alla criminalità organizzata, possano essere trasformati in beni della comunità, e servire scopi istituzionali, aggregativi, sociali.

Si consideri che, alla data del 30 giugno 2009, si contano in Italia ben 8933 beni confiscati, collocati per l”83% nelle regioni meridionali, con prevalenza in Sicilia (46%) e Campania (15%): tra essi palazzi, dimore d”epoca, terreni, interi fabbricati e persino aziende agrituristiche.
Di recente il tema dei beni confiscati è tornato alle luci della ribalta: un emendamento alla finanziaria, già approvato dal Senato, prevede che tali beni, se non formalmente assegnati entro tempi brevissimi, vengano di nuovo posti in vendita attraverso aste giudiziarie, facendo sì che possa rientrare dalla porta ciò che si è cercato di cacciare dalla finestra.

“A causa dei tempi di gestione lunghissimi lo Stato, per fare cassa, consente che gli immobili non ancora assegnati vengano riacquistati attraverso prestanome”- afferma Francesco Menditto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli. ” Del resto chi, se non una testa di legno- prosegue il magistrato- potrebbe essere in grado di acquistare appartamenti e terreni dal valore economico così ingente? Eppure, per rimanere nel campo delle ipotesi, proprio i numerosi beni già confiscati a Secondigliano, territorio di elezione della sanguinosa faida, potrebbero essere utilizzati per farne una Caserma dei Carabinieri o un Commissariato”.

Dello stesso avviso è il dott. Carlo Alessandro Modestino, giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Napoli: “La destinazione dei beni confiscati è il più importante esempio di come l”intervento sociale, in un campo minato come quello criminale, possa procedere di pari passo con quello giudiziario. Non si può non considerare -prosegue il magistrato- che la confisca, e la successiva destinazione dei beni, abbiano un indubbio significato simbolico. Entrambi coinvolgono la parte buona della società civile, quella che ha bisogno di punti di aggregazione, di valori in cui credere, di sapere che lo Stato può fare, e molto, nell”eterna lotta alla criminalità”.

I numeri tuttavia parlano chiaro: degli 8631 immobili confiscati dal 1982, solo i due terzi risultano essere stati destinati a finalità pubbliche, con tempi di gran lunga superiori all”anno e costi di amministrazione e gestione che, sovente, lo Stato non può permettersi.

“Basterebbe stabilire delle priorità”, è l”opinione del dott. Modestino. “L”esigenza statale di far cassa, del resto, potrebbe considerarsi prioritaria rispetto al raggiungimento dello scopo sociale? Non è la vendita dei beni, da operare peraltro in tempi brevissimi ed impossibili da rispettare, che può risolvere il problema. Occorrerebbe agire con delle logiche politico-legislative di carattere diverso, che non si limitino a dare rilievo al solo valore economico del bene, privilegiandone altri aspetti”.

Il nodo irrisolto del problema sta, ancora una volta, nella gestione economica dei patrimoni: all”esigenza statale di “far cassa” si contrappone la difficoltà nella gestione del bene confiscato, spesso in condizioni non ottimali e necessitante di ingenti, e costose, opere di ristrutturazione. “Eppure –conclude il giudice Menditto- l”emendamento rischia di vanificare il lavoro, peraltro complicatissimo, di forze dell”ordine e magistrati, quotidianamente impegnati nella lotta alla criminalità, portata avanti ogni giorno con strutture e mezzi spesso inadeguati, se non addirittura insufficienti”.
(Fonte foto: Rete Internet)

VIOLENZA E ABUSO SESSUALE SULLE DONNE. PER CAPIRE BISOGNA METTERSI IN QUEI PANNI

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Non si saprà mai dare nessuna valida soluzione a chi ha subito la traumatica esperienza della violenza, se non ci si sforza di sentire, con empatia, il dolore in cui versa la persona ferita.
Di Silvano Forcillo

Nel mio precedente articolo: “L”uomo violento. Padre e marito da rinnegare”, (VEDI), ho già avuto modo di prendere in esame le principali cause che portano al perpetrare, da parte di alcuni uomini, episodi di violenza e abuso nei confronti delle donne. Voglio ricordare solo alcuni importanti punti della precedente trattazione, prima di considerare un altro aspetto, non meno importante, di questo deprecabile fenomeno.

Non bisogna credere, come ci condiziona e ci influenza a fare l”informazione giornalistica, che il fenomeno della violenza fisica e sessuale sulle donne sia in netto e preoccupante aumento, come non bisogna dare serio credito a chi sostiene che l”escalation della violenza sia attribuibile alla massiccia e incontrollata presenza degli extracomunitari nel nostro Paese.

Una recente indagine statistica effettuata dall”ISTAT sul fenomeno, ha messo, invece, in evidenza che la violenza fisica e gli abusi sessuali sulle donne sono compiuti, soprattutto, all”interno delle proprie famiglie e che gli stupri sono maggiormente attuati da italiani: ben otto italiani su dieci. Inoltre, occorre tenere presente, come il “maschio” abbia del tutto perso, al giorno d”oggi, il suo indiscusso potere sulla donna, legittimato per secoli, da una morale comune, che considerava la donna, unicamente come una preda e una schiava, sottomessa ai desideri e ai voleri dell”uomo.

Oggi, non vi è dubbio che l”uomo, per reggere il ruolo di “maschio” e di “padrone di casa”, impostogli dalla società, ha a disposizione ben poche armi, poichè le donne sono riuscite ad emanciparsi dal solo ruolo di casalinga, madre e amante remissiva e di fronte a donne così tanto più forti, all”uomo non è rimasta altra arma che la forza bruta, la violenza, l”aggressione e la rabbia per reagire e sopraffare la donna. Ecco, perchè, si assiste ad una aumentata violenza sulle donne, perchè l”uomo, soprattutto, quello senza cultura, non acculturatosi ed evolutosi, non sa accettare di aver perso il suo predominio e la sua superiorità sulla donna.

Il marcio della nostra società, la precarietà lavorativa, l”insicurezza del vivere, il delinquere come sistema di vita, attuato, soprattutto, da chi detiene il potere e responsabilità politiche e sociali e che, invece, dovrebbe garantire benessere, giustizia e sicurezza lavorativa e sociale, è, ogni giorno, davanti ai nostri occhi, anche se non sempre, e non ancora del tutto, è denunciato, riconoscibile e condannato. Tuttavia, l”assuefazione e la passiva accettazione, con la quale ascoltiamo e reagiamo a tutto questo ci fa rifugiare nella semplice e pura condanna dei fenomeni e cadere nei più banali biases (errori di ragionamento) attribuendo colpe, responsabilità critiche e giudizi, non avvalorati da valide teorie e inconfutabili e reali conoscenze dei fenomeni.

Pertanto, più che analizzare le cause, i motivi e le teorie, che spieghino il perchè di questo abietto comportamento a danno della donna, desidero soffermarmi sul come la donna possa imparare ad affrontare, superare e continuare a vivere al meglio del proprio potenziale umano, l”orrenda esperienza di violenza e abuso sessuale subita.

L”esperienza della violenza fisica, sessuale e delle molestie, obbliga la donna a vivere in un doloroso e inaccettabile stato di prostrazione, umiliazione e perdita della propria “dignità umana“, peraltro, il bene più prezioso e irrinunciabile dell”Essere Umano. La dignità umana è, infatti, strettamente connessa alla “libertà personale, con la quale ognuno di noi nasce, e al diritto inviolabile e inattaccabile di ogni Persona di vivere la propria vita, senza paura, angoscia, o il timore di perdere la sanità psicologica, mentale, esistenziale e fisica, per responsabilità e colpevolezze altrui“.

La perdita della “dignità umana e della libertà personale” è l”immediata e dolorosa conseguenza della violenza subita. Alla perdita della propria dignità umana, seguirà un irragionevole, e angosciante “sentimento d”irrealtà e di colpevolezza” per la violenza subita.

La “Persona” violentata, infatti, si sentirà ineluttabilmente responsabile di quanto le è accaduto, addirittura, sarà portata a pensare che in lei ci sia qualcosa di sbagliato o di provocante che abbia giustamente indotto l”altro ad abusare di lei. Infine, seguirà un altrettanto doloroso e invincibile senso di disgusto per se stessa e per il proprio corpo, ormai, ritenuto violato e contaminato e, quindi, non più capace di suscitare sensazioni positive, desiderabili e piacevoli, tanto da non accettare più nessun contatto fisico, anche carezze e semplici attenzioni donate da chi si ama.

Perchè, la maggior parte delle donne reagisce in questo modo così dannoso e invalidante per la propria vita e la propria salute psicofisica, perchè è così difficile riprendere, al meglio, la propria vita e la propria esistenza dopo siffatti deprecabili e orribili esperienze? Che cosa si può suggerire alle donne che hanno subito violenza, perchè superino il trauma e ritornino a vivere, con piacere, amore e fiducia la propria sfera sentimentale, sessuale e fisica?

Il principale motivo per il quale la Persona violentata tende a punirsi e a perdere il positivo, piacevole e sereno contatto con il proprio corpo, con la propria femminilità e la propria sessualità, è determinato dal fatto che la persona che ha subito violenza s”identifica con l”accaduto perdendo completamente il rapporto con il proprio modo di essere, di sentire e di vivere, per diventare un tutt”uno con l”onta subita, la dignità umana persa e l”ineluttabile colpa con la quale vivere il resto della vita.

In altre parole, non si riesce a dividere ciò che si è, e si sente, con ciò che si fa, si pensa, e accade. È così ci si rinnega, ci si tradisce e si pensa di trovare scampo unicamente nella razionalizzazione dei fatti che, ancora di più e contrariamente ai risultati desiderati, allontana ulteriormente da se stessi, dalla sfera emotiva e sensibile che è, e resta l”unica dimensione che ci può garantire la migliore continuazione della vita e la chiusura effettiva e positiva dei dolorosi e inaccettabili fatti che ci destina la vita.

Come si può superare la traumatica e dolorosa esperienza della violenza fisica e sessuale subita, come si deve reagire contro questi deprecabili atti di disumana cattiveria, in che modo si possa continuare a vivere la propria esistenza con fiducia, sicurezza e serenità? È molto facile offrire soluzioni, suggerire comportamenti e, soprattutto, sentirsi sicuri e decisi nel dare risposte efficaci e risolutive. Credo, che non si saprà mai dare, nè trovare, nessuna valida e buona soluzione, per la persona offesa e violata, se non ci si mette, anzitutto, nei panni dell”altra, se non ci si sforza di sentire, con onesta e seria empatia, il profondo e insostenibile dolore in cui versa la persona ferita.

La comprensione empatica e la presenza silenziosa e rispettosa sono, infatti, gli atteggiamenti idonei, necessari e imprescindibili, se si vuole portare aiuto, sostegno e incoraggiamento ai sofferenti. La donna violata e ferita non ha assolutamente bisogno della compassione e della considerazione pietosa dell”altro, nè deve essere messa in condizione di raccontare e spiegare i fatti, come, invece succede, rendendo ancora più difficile il miglioramento e il superamento della dolorosa esperienza. Al contrario questa donna ha bisogno di sentirsi stimata, accettata, rispettata nel suo giusto e sacrosanto dolore e non considerata diversa, nè considerata fragile e, ormai, compromessa.

Uno dei modi efficaci per superare la dolorosa esperienza della violenza sessuale subita, è quello di accettare e restare, per il tempo possibile, nel dolore dell”esperienza vissuta; piuttosto che sforzarsi di dimenticarla, o rimuoverla, o ancora peggio, continuando a vivere, come se non fosse accaduto nulla, così come ancora oggi è proposto e consigliato dalle sorpassate teorie psicologiche.

Accettare non significa perdonare, nè essere “tanto Buoni”, o passivi e refrattari, accettare significa: “io sono”; “io sono e resto ciò che sono”. Accettare significa essere veramente consapevoli e determinati nel sentire e credere che, niente mi è stato tolto di ciò che è veramente mio, come lo sono la dignità umana, il rispetto per se stessi, l”autostima e la fiducia. Infatti, gli altri possono solo darci o farci qualcosa, possono ferirci, piegarci, sottometterci, o schiavizzare, ma non potranno mai, e poi mai, se non sono io a permetterlo, portarmi via ciò che sono, ciò che sento e ciò che penso.

Questo vale anche e, soprattutto, per uno stupro, o una violenza subita, con la quale è stata, sicuramente, inferta una ignobile e ingiusta ferita ed è stato causato un atroce e insostenibile dolore, ma niente è stato portato via all”essere umano, nè è stata tolta, o portata via la personale libertà e la bellezza interiore della Persona.

Su questa fiduciosa e innegabile considerazione positiva di sè dovrà assestarsi la mente, il pensiero e il sentire della donna violata e ferita. I fatti, per quanto testardi, dolorosi e invincibili siano e, proprio per questo immutabili, non saranno mai in grado di dare benessere, gioia e serenità. Solamente l”accettazione incondizionata di sè, della vita, e di ciò che essa ci destina ci permetterà di “osare di vivere” e di sviluppare e realizzare il proprio potenziale umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

L’ITALIA NAVIGA VERSO GLI ANNI “80

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Il periodo che va dal 1970 al 1979 è segnato da alcune novità, come la nascita di Canale 5, e da importanti successi italiani nel campo dello sport, medicina e letteratura. Ucciso Pier Paolo Pasolini.
Di Ciro Raia

Un grave lutto colpisce il mondo della cultura: muore Pier Paolo Pasolini (foto). Il poeta friulano, voce e coscienza critica della vita politica e culturale degli ultimi vent”anni (sia negli “Scritti Corsari che nelle Lettere Luterane Pasolini aveva già invitato ad una lettura comune sulla degenerazione dei Palazzi del potere e sulla mutazione antropologica subita dal paese), viene assassinato la notte di domenica 2 novembre 1975. il suo corpo straziato è ritrovato sulla spiaggia di Ostia, luogo in cui si è consumato il crimine.

Il movente del delitto è individuato in una lite scoppiata fra le sue frequentazioni omosessuali; il suo accompagnatore di quell”ultima notte, Pino Pelosi, confessa il crimine. Qualcuno, però, non esclude un movente politico. Ninetto Davoli, attore ed amico intimo di Pasolini, così racconta l”ultimo incontro del poeta con la sua famiglia: “Ci parlò della grande violenza che ci circonda:diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta. Questi giovani si sono trasformati, non sono più genuini. Sono stati afferrati e corrotti dal turbine del capitalismo, dalla società dei consumi”.

Intanto, gli italiani –davanti alla televisione- non si accontentano più dei programmi della Rai; sempre più spesso guardano emittenti locali e straniere. Nel corso del 1979 il presentatore Mike Bongiorno avvia una collaborazione con Telemilano, una televisione privata dell”imprenditore Silvio Berlusconi. Dopo qualche mese Telemilano si trasforma in Canale 5, la cui formula pubblicitaria è: “Corri a casa in tutta fretta, c”è un biscione che ti aspetta”.

Ad Eugenio Montale, per la letteratura, ed a Renato Dulbecco, per la medicina, nel 1975, sono assegnati i premi Nobel. Al regista Elio Petri è assegnato l”Oscar (1971) per il film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Grande successo arride, nel mondo della letteratura, ad autori quali Manlio Cancogni (Perfidi inganni), Giorgio Saviane (Eutanasia di un amore), Luigi Compagnone (Le notti di Glasgow), Nanni Balestrini (Vogliamo tutto), Stefano Benni (Bar sport), Oriana Fallaci (Un uomo), Gavino Ledda (Padre padrone), Andrea Camilleri (Il corso delle cose).

Altri grandi successi baciano i colori azzurri nel mondo dello sport. Alle XX Olimpiadi (1972) di Monaco di Baviera, l”Italia vince 5 medaglie d”oro, 3 d”argento e dieci di bronzo; alle XXI Olimpiadi di Montreal (1976), invece, gli atleti italiani portano a casa 2 medaglie d”oro, 7 d”argento e 4 di bronzo. Ma si registrano buone annate per molte discipline sportive. Nel tennis, per la prima volta nella storia di questo sport, la squadra italiana (capitanata dall”epico Nicola Pietrangeli e con i giocatori Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli) conquista la coppa Davis (1976). La finale del torneo si gioca nel Cile del dittatore Pinochet, ed i nostri alfieri, agli occhi di tutto il mondo, mostrano di prenderne le distanze, scendendo in campo con una maglietta rossa!

Marino Basso (1972), Felice Gimondi (1973) e Francesco Moser (1977) vincono i campionati del mondo di ciclismo su strada. Nel 1973, il tuffatore Klaus Di Biasi vince l”oro nella prova dalla piattaforma, Marcello Fiasconaro conquista il primato mondiale degli 800 metri di corsa, Novella Calligaris, ai mondiali di nuoto, vince –prima donna italiana- il titolo e stabilisce anche il primato mondiale. Sara Simeoni (1978) eguaglia, con m.1,95, il record mondiale di salto in alto. Pietro Mennea (1979) stabilisce il record mondiale sui 200 metri con 19″”72.

(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900

UN AUGURIO A TUTTI PER IL NUOVO ANNO: OGNUNO FACCIA QUELLO CHE SA FARE!

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Se le cose non vanno bene la colpa non è del destino infame, ma di chi ha il comando per indirizzare gli eventi. È tempo che torni il principio di responsabilità.

Caro Direttore,
con l”archiviazione del periodo festivo si ritorna alle normali attività di ogni giorno, quelle, per intenderci, di routine. La scadenza elettorale del prossimo mese di marzo riaccende il parossismo solito delle formazioni politiche e di quanti intendono candidarsi per uno scranno al consiglio regionale. Alcuni peones aspiranti candidati, in occasione del Natale e del Capodanno, sono apparsi con pubblici manifesti, per fare gli auguri agli elettori.

Addirittura faccioni sorridenti si sono fatti incollare sugli spazi per le affissioni, per augurare sì buone feste, ma soprattutto per trasmettere la personale preoccupazione per come stanno andando le cose in questo paese. E come stanno andando? Male, molto male. Pensa, Direttore, che anche l”inveterata e deprecabile abitudine di ogni San Silvestro, quella dello sparo dei fuochi, nella nostra Regione, causa la concomitante crisi economica, ha subito una limitazione naturale ed improvvisa, che mille appelli, negli anni passati, non erano riusciti nemmeno a sfiorare.

La maggioranza delle famiglie vive male. Probabilmente le fatidiche tre settimane di sopravvivenza al mese si sono accorciate ancora di qualche giorno. Capi di famiglie che perdono il posto di lavoro; giovani che non riescono ad immettersi nel circuito lavorativo; uomini e donne, che, in età già avanzata ma non ancora pensionabile, sono costretti a riciclarsi, a reinventarsi una capacità produttiva in ambiti mai prima conosciuti. E gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- ripetono che la crisi sta per concludersi, che si aprono nuove prospettive per tutti, che bisogna, però, abbandonare il mito del posto fisso.

E, intanto, gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- non rinunciano al loro sabba, propongono primarie, ipotizzano alleanze inimmaginabili per ideologie e valori, si assumono la responsabilità di essere unici decisori dei destini di sfigati cittadini-elettori. Però, tutti, ma proprio tutti, sostengono che i fatti non vanno bene e che bisogna fare qualcosa per questo paese. Cosa? Trovarsi una buona raccomandazione, per esempio. Anche, magari, per iscrivere i propri figli a scuola.

“Devo iscrivere mio figlio alla scuola media, pubblica, si intende. Solita storia. Mia moglie va a prendere informazioni e torna cupissima. Solita storia, dice: quelli raccomandati andranno nelle sezioni migliori, troveranno bravi professori, attenti. Quelli raccomandati avranno maggiori possibilità rispetto agli altri. Noi che vogliamo fare? Dice lei. E che vogliamo fare. Dico. Ipotesi di mia moglie: informati un po”, vedi se conosci qualcuno che ci può risolvere questo problema.” (Antonio Pascale, “Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?”, Laterza, 2009).

È vero, la storia non si scrive e non si fa con i “se” e con i “ma”. Però, giocando con i “se” e con i “ma” si riesce a capire meglio quali possano essere state le responsabilità degli uomini. Se certe coalizioni politiche non fossero state mai battezzate, se alcuni personaggi non fossero stati mai candidati, se alcune cambiali elettorali non fossero state firmate:Certo, sono “se” con i quali non si può scrivere la storia, ma sono i “se” che, magari, ci aiutano a identificare le responsabilità degli uomini di governo, delle classi dominanti, dei governatori, dei sindaci, delle segreterie dei partiti, degli uomini che, con troppa disinvoltura, passano da uno schieramento all”altro in nome di una presunta governabilità.

E già, perchè non bisogna assolutamente tacere della funzione delle “personalità”–macro e micro- nella storia. La funzione, cioè, di coloro che hanno avuto ed hanno il compito (intenzionalmente chiesto ed ottenuto per voto popolare) di indirizzare il corso degli eventi. È la funzione della responsabilità delle persone! Alcuni amministratori, per fare un esempio, hanno avuto una funzione determinante nello snaturare il patto esistente tra elettore ed eletto, ricorrendo ad una politica basata solo sul voto di scambio. Alcuni amministratori, per continuare con un esempio, hanno avuto, per mantenere il consenso, l”ennesima funzione determinante nell”imbarbarimento e nella decadenza dei servizi ai cittadini.

Quanti primari ospedalieri non sarebbero stati degni di essere tali, quanti dirigenti scolastici avrebbero meritato di essere retrocessi, quanti vincitori di concorso avrebbero vinto “quel” concorso? Sin”anche ricorrere all”eufemismo delle “pari opportunità” appare come una presa per i fondelli. Le liste elettorali con candidati divisi, in numero pari, tra uomini e donne; il voto espresso per un uomo e per una donna, per legge. Una messinscena, una farsa, quasi un”atellana!

Quando Aimone Chevalley di Monterzuolo, segretario della prefettura, propone a don Fabrizio, il Principe di Salina, di far parte dell”elenco di nomina dei Senatori del Regno, si sente, tra l”altro, rispondere: “Non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, ed a questo legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell”affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare sè stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri?”, (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”, Feltrinelli, 1963).

Caro Direttore, concludendo questo mio ragionamento di inizio anno, penso che chi si candida alla guida delle istituzioni (con qualsiasi ruolo) debba possedere –oltre ad esperienze stratificate- idealità e valori che non possono essere semplici astrazioni. I simboli devono continuare a fare i simboli, i calciatori devono continuare a correre dietro a un pallone (un idolo della mia infanzia il lunedì mattina teneva banco, diceva anche che il mister lo apprezzava molto, tanto che lo chiamava ebete), le soubrette a battere le tavole dei palcoscenici, i mezzibusti televisivi a leggere le loro cartelle informative.

Altrimenti, perchè Incitatus, il cavallo di Caligola, non potrebbe continuare a fare il senatore (anche se, per correttezza storica, Svetonio e Cassio Dione parlano solo di volontà dell”imperatore di nominare console il suo amato quadrupede)? Perchè, forse, “i fuoriclasse oggi non sono più tali,/ di moda vanno solo i normali”, (Fernando Acitelli, “La solitudine dell”ala destra”, Einaudi, 1998).

Non è vero che le cose non possono cambiare. Con determinazione, con perseveranza, sicuramente con tempi lunghi, è fatto obbligo a noi tutti di tentare correzioni, alimentare la speranza, scrivere il futuro.
(Fonte foto: Rete Internet)