PER IL 2010 SPERIAMO DI ESSERE UTILI AL PROSSIMO

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Scrivendo, in particolare, di Scuola e Politica, non ci sarebbe da stare allegri per l”anno nuovo. Ma auguriamoci lo stesso qualcosa di diverso.

Caro Direttore,
si chiude un altro anno. Questa sera, col cenone ed i fuochi d”artificio, si brinderà al 2010. A me fa una certa impressione scrivere 2010; pensa che, abituato a scrivere il 9 come ultima cifra del 2009, mi viene consequenziale scrivere 20010: un salto di diciottomila anni! Chissà, allora, come saranno il mondo, l”Italia, il nostro territorio? E se cambierà qualcosa nella costruzione del futuro!

“Arrivava sempre nel cuore dell”inverno, all”incirca durante le prime due settimane di gennaio, nel periodo in cui le segretarie spesso si sbagliano nello scrivere l”anno in fondo alle lettere e i calendari vecchi vengono gettati via, e il futuro è una pagina di trentun righe bianche tutte da riempire.”, (Tullio Avoledo, “L”anno dei dodici inverni”, Einaudi, 2009).

Ogni fine anno è tempo di bilanci. Ho cominciato a collaborare al giornale on line, da te diretto, il 5 marzo scorso, a cadenza settimanale; con quello di oggi è il mio 34° appuntamento. La settimana scorsa sono stato impedito dal poter partecipare all”incontro redazionale per lo scambio degli auguri. Me ne dolgo. So che hai dato dei numeri. Mi riferisco a dati, stai tranquillo, non a tue solite elucubrazioni! So che i visitatori de “Il Mediano”, nel raffronto con i dati del 2008, sono raddoppiati, hanno varcato la soglia del milione. Bella soddisfazione!

Sono andato a rileggere i miei contributi; sono dominanti i temi riguardanti la politica e la scuola. E, poi, quelle citazioni tratte da opere letterarie, che per vezzo amo introdurre, so che hanno ingenerato una certa curiosità nella lettura. Qualche visitatore del tuo giornale on line mi ha fatto sapere di aver cominciato a comporre una sorte di inventario, di catalogo: citazioni tratte da libri esplorati (noti, letti) e citazioni tratte da libri ancora da esplorare (non conosciuti o non letti).

I libri sono stati e continuano ad essere i miei compagni più cari. Ne ho letti tantissimi e ne dispongo anche di un discreto numero. Non sono, però, un bibliofilo. Sono solo uno che legge, che ama i libri, che vive dell”odore della carta stampata. A volte, ti confesso, è come se ci facessi l”amore, toccandoli, annusandoli, stringendoli. Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere, personalmente, anche molti autori di libri, che mi hanno onorato con una loro dedica. Pensi stia bluffando? Te ne enumero qualcuno. Ho libri con dediche autografe, per citarne qualcuno, di Giorgio Saviane (Eutanasìa di un amore), Lidia Ravera (Porci con le ali, edizione 1976), Maria Orsini Natale (La bambina dietro la porta), Dacia Maraini (Bagheria), Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran), Fabrizia Ramondino (Star di casa), Giovanna Mozzillo (La signorina e l”amore), Ernesto Ferrero (Lezioni napoleoniche).

Anche tantissimi anni fa, quando sono stato bambino, ho passato il mio lungo tempo ad ascoltare i racconti dai miei zii o a leggere Salgari, Alcott, Defoe, Cooper:Certo, non c”era la televisione e, se c”era, non troneggiava in tutte le case.
Direttore, non so perchè ti sto raccontando queste cose! Consideralo uno sfogo di fine anno. La lettura, come ben sai, è un”estensione della mente. Spesso, ti trovi invischiato nelle storie che leggi ed hai la certezza di esserci finito dentro, perchè già lo conoscevi quel personaggio, quello scorcio, quell”episodio tanto simile all”altro capitato anche a te.

E, dunque, se uno scrive non lo fa solo per il gusto di esibirsi, per la soddisfazione di leggere e far leggere la propria firma. Vorrà pur dire qualcosa, comunicare una sensazione, un malessere, una gioia, una riflessione. Io chiudo l”ennesimo anno (ne sono troppi, ormai!) con un”angoscia dentro. La politica non è più politica e la scuola neanche. Come farà questo paese a sopravvivere?
Caro Direttore, la democrazia sta vivendo il suo momento peggiore ma nessuno se ne importa. La politica sta dando il suo peggior spettacolo; è inutile sperare in un progetto, nella costruzione del futuro, in un”idea di domani. Interessa solo il particolare, il personale, il vantaggio immediato.
Basta guardare un poco oltre il nostro naso. Paesaggi deturpati, ambienti inquinati, confronto inesistente:siamo quasi, di nuovo, alla legge del Taglione: occhio per occhio, dente per dente! E, poi, diciamo la verità, chi fa più politica per il trionfo di una nobile idea? Guardati, intorno, Direttore, solo interessi, interessi, interessi.

E la scuola? Forse, è l”anno zero. Mai visto tanto sfascio, tanta disinteresse, tanta superficialità. Tra pochi giorni, alla ripresa dopo le vacanze, molte scuole non avranno nemmeno i soldi per comprare la carta igienica. Sono stati tagliati i precari, sono stati promossi i deficienti ai posti di comando, sono state vanificate le sperimentazioni, sono stati buttati anni di innovazioni. Ma a che serve lamentarsi?
“Sai, figliolo, continuò, hai voglia di raccontare i tuoi ricordi agli altri, quelli stanno a sentire il tuo racconto e magari capiscono tutto anche nelle minime sfumature, ma quel ricordo resta tuo e solo tuo, non diventa un ricordo altrui perchè lo hai raccontato agli altri, i ricordi si raccontano non si trasmettono”, (Antonio Tabucchi, Bucarest non è cambiata per niente, in Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, 2009).

Direttore, mi auguro e ti auguro che col nuovo anno tutti si possa riavere la capacità e la voglia di rinascere, di essere utili al prossimo, al paese, al territorio di appartenenza. E tutti, ma proprio tutti, ci si possa fermare per un momento a riconsiderare il proprio modo di vivere, la propria vita, il proprio impegno nella società, atei e cattolici, marxisti e buddisti, giovani e adulti, reazionari e rivoluzionari.

“Farla non puoi, la vita, / come vorresti? Almeno questa tenta/ quanto più puoi: non la svilire troppo/ nell”assiduo contatto della gente/ nell”assiduo gestire e nelle ciance./ Non la svilire a furia di recarla/ così sovente in giro, e con l”esporla/ alla dissennatezza quotidiana/ di commerci e di rapporti,/ sin che divenga una straniera uggiosa.”, (Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, 1972).

Forse, sarebbe bello che ciascuno di noi lo dicesse nello scambio degli auguri, domani. Altrimenti, a che servirebbe augurare qualcosa di diverso?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

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Le BR rapiscono Aldo Moro e lo uccidono dopo 55 giorni di prigionia, durante i quali la democrazia italiana viene pesantemente condizionata. Negli stessi anni scoppia lo scandalo P2.
Di Ciro Raia

Il 16 marzo 1978 le B.R. alzano il tiro e, a Roma, sequestrano l”onorevole Moro, dopo aver falcidiato la sua scorta. Il parlamentare si sta recando a Montecitorio, dove sta per essere presentato il programma del (quarto) governo presieduto da Giulio Andreotti. Il nuovo governo è un monocolore democristiano con l”appoggio esterno dei comunisti, voluto proprio da Moro e Berlinguer, entrambi alla ricerca di una unità di indirizzo, per cercare di sconfiggere il terrorismo.

Moro resta nelle mani dei terroristi per 55 giorni, durante i quali le forze politiche e l”opinione pubblica si dividono tra “linea della trattativa” e “linea della fermezza” con le BR. Il 21 aprile anche il papa Paolo VI rivolge ai terroristi un appello per la liberazione di Moro: “Vi prego in ginocchio, liberate l”onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, (:) in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità”. Ma è tutto inutile; il 9 maggio, il cadavere dell”esponente democristiano viene trovato nel bagagliaio di una Renault rossa, in via Caetani, a Roma.

L”8 luglio dello stesso anno, al sedicesimo scrutinio, al posto del dimissionario Leone, è eletto, con una maggioranza altissima di voti (ben 832), il nuovo Presidente della Repubblica. È il socialista Sandro Pertini, ex partigiano, antifascista, definito da Craxi “simbolo ed espressione di tutto l”arco costituzionale, che rappresenta l”unità nazionale”. Nel suo messaggio inaugurale Pertini ripropone i valori dell”antifascismo e della Resistenza, non trascurando un forte richiamo all”unità nazionale da realizzarsi con tutte le forze democratiche.

Anche la Chiesa, in seguito alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), elegge un nuovo papa: è il cardinale Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Ma il nuovo pontefice, dopo solo 33 giorni di papato, muore. L”improvvisa scomparsa di Giovanni Paolo I accende una ridda incontrollata di voci: morte naturale, avvelenamento, suicidio? Il 16 ottobre, quindi, i cardinali riuniti in conclave eleggono papa il polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, che prende il nome di Giovanni Paolo II. Il discorso programmatico del nuovo papa è una dichiarazione di fedeltà alle decisioni del Concilio Vaticano: libertà religiosa, collegialità dei vescovi e disciplina nella Chiesa.

Intanto, con le elezioni del 1979, gli Italiani bocciano i cosiddetti governi di solidarietà, sostenuti all”esterno dai comunisti. Dopo il nuovo scioglimento anticipato delle Camere, infatti, le urne ripropongono un recupero della DC e del PSI ed un arretramento del PCI. Il nuovo governo –sostenuto da DC, PSDI e PLI- è presieduto dal democristiano Francesco Cossiga. Alla Presidenza della Camera, per la prima volta nella storia d”Italia, è eletta una donna: la parlamentare comunista Nilde Jotti.

La situazione del paese è sempre più preoccupante, per vari fatti che ne minano la credibilità politica. Il finanziere Michele Sindona, accusato di avere stretto legami con personalità della DC, a cui ha versato ingenti somme di denaro in cambio di favori ed agevolazioni, lascia l”Italia e si rifugia negli Stati Uniti. Lo scandalo ENI-Petronim coinvolge esponenti della P2 (la loggia massonica di Licio Gelli) ed alcuni politici, colpevoli di avere intascato una tangente pagata dall”Arabia Saudita.

Le B.R., da parte loro, continuano a seminare morte. Cadono sotto il fuoco dei terroristi il sindacalista Guido Rossa, i magistrati Fedele Calvosa, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, il colonnello Antonio Varisco, il maresciallo Vittorio Battaglieri, il carabiniere Mario Tosa, il giornalista Walter Tobagi, il dirigente Fiat Carlo Ghiglieno.
E la mafia non è da meno! Sotto i colpi dei mafiosi siciliani restano vittime Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, ed il giudice Cesare Terranova, per due legislature già deputato del PCI.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA DEL “900

LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA. FILMS PER CONOSCERE LA STORIA

Il film “La masseria delle allodole” ha stupito gli alunni-spettatori, perchè la tragedia degli armeni massacrati dai turchi è stata completamente rimossa dal dibattito storico-politico.
Di Annamaria Franzoni

Nel corso degli incontri del Progetto “Abitare la Legalità Interculturale”, svolto presso il liceo Mercalli nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, gli allievi delle istituzioni scolastiche e i giovani del territorio hanno affrontato tematiche legate all”integrazione interculturale attraverso un ciclo di film che hanno reso possibile una attenta riflessione su culture diverse a confronto.

Le storie proposte hanno evidenziato, nei modi più svariati, quanto sia complesso il tema dell”integrazione soprattutto quando entrano in ballo gli interessi economico-politico-sociali che hanno caratterizzato la storia del “900, sfruttando la paura dell”altro, dello straniero, del diverso per colore della pelle, per religione o cultura a scopi di prevaricazione sul debole se non di sterminio e genocidio.

È il caso del film “La masseria delle allodole”, tratto dal romanzo del 2004 di Antonia Arslan e ambientato sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915 vengono trucidati dai turchi i maschi armeni , adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia, all”interno dei quali subiscono ogni sorta di violenza e sopruso.

Un genocidio dimenticato, ignorato dalla storia e poco affrontato nella letteratura e nella cinematografia mondiale per tutto il secolo intercorso da quei tragici giorni: la responsabilità dei turchi nella Prima Guerra Mondiale non è da considerarsi inferiore a quella tedesca durante la Seconda, ma, mentre i tedeschi hanno riconosciuto i reati perpetrati dinanzi alla storia e all”umanità, i turchi negano le proprie colpe secolari e chiedono di entrare a far parte dell”Unione Europea senza aver chiesto ufficialmente scusa per aver massacrato decine di migliaia di armeni cristiani, contando probabilmente sul fatto che tali eventi atroci siano caduti nel dimenticatoio.

L”emozionalità forte, esternata nel “dopo film” dai ragazzi che hanno assistito col fiato sospeso alla proiezione, è stata certamente provocata dalle scene fin troppo sconvolgenti che i Fratelli Taviani hanno offerto con grande maestria, ma si è concentrata, in modo evidente, sullo stupore dei ragazzi di ignorare completamente questi eventi storici: è emersa così un” intensa tristezza per i principi violati, una palese frustrazione derivante dalla consapevolezza che questi fatti sono accaduti davvero e che nessuno ne parli, nè ne abbia parlato per circa 100 anni.

Gli armeni nel mondo sono più di sei milioni ed è necessario che il governo turco ammetta le proprie colpe dello sterminio: è un omaggio dovuto ai numerosissimi defunti armeni e un riconoscimento ai sopravvissuti.
Il sentimento unanime emerso in questo focus che ha raccolto in effetti le emozioni dell”intero ciclo di film sull”interculturalità è riassumibile nel desiderio forte di ribaltare i termini di una storia che i ragazzi rifiutano: hanno infatti espresso a gran voce che è inaccettabile, nel terzo millennio, che l”uomo non abbia ancora superato l”incapacità di accettare l”altro indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dalla cultura, dalla provenienza.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CAMORRA É LA FORMA DELLA POLITICA

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In Campania la politica si configura come un”industria della “protezione”, esattamente speculare a quella delle organizzazioni criminali.
Di Amato Lamberti

Il rinnovo dell”amministrazione regionale e di molte amministrazioni locali, in Campania, avrebbe dovuto sollevare almeno qualche dibattito sugli errori commessi in questi ultimi dieci anni, per capirne le ragioni ed evitare almeno di ripeterli. Non mi riferisco tanto agli errori politici, come quello di voler tenere dentro la coalizione di governo tutto e il contrario di tutto pur di assicurarsi non il governo ma la gestione degli affari della Regione.

Anche se, già l”occuparsi solo di gestione delle risorse e di distribuzione dei fondi e delle opportunità nell”ambito di clientele, gruppi di pressione, comitati, associazioni, dominate dalla sola logica dell”appartenenza e dello scambio, la dice lunga sul prevalere degli interessi particolari rispetto a quelli generali della collettività. Lo scambio clientelare è una gabbia, o se volete un meccanismo, che immobilizza tutta la società, tanto a livello di struttura che di funzionamento.

Se la logica, tanto per fare un esempio, di una azienda ospedaliera è quella che si tratta di una macchina per raccogliere consenso elettorale e per distribuire risorse finanziarie e occupazionali che servono a farla funzionare in maniera ottimale, è inutile porsi problemi come quelli della qualità del servizio e dell”assistenza sanitaria, della manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura edilizia, dell”aggiornamento del personale medico e paramedico, della pletora inutile e costosa del personale amministrativo, delle modalità di assegnazione degli appalti di opere e, soprattutto, di forniture: devono funzionare in quel modo, anche per assicurare un certo livello di assistenza agli utenti dei servizi, perchè bisogna ottimizzare il controllo di quella posizione in vista del raggiungimento del risultato “politico”.

Il fatto che queste gabbie siano permeabili alla imprenditoria criminale e alla criminalità organizzata, anzi, che siano perfettamente funzionali alle modalità di infiltrazione e controllo delle amministrazioni locali da parte del crimine organizzato, non preoccupa nessuno perchè, a ben guardare, è evidente a tutti, anche se nessuno osa dichiararlo pubblicamente, che “la camorra è la forma della politica in Campania”.

Anche se la formula può sembrare un po” forte basta riflettere sul fatto che la politica in Campania si configura come una vera e propria industria della “protezione”, esattamente speculare a quella messa in campo dalle organizzazioni criminali: hai bisogno di una autorizzazione per iniziare una attività imprenditoriale, di una licenza per costruire, vuoi aggiudicarti un appalto, una fornitura, una consulenza, un incarico professionale, una nomina in un Consiglio d”amministrazione, ecc.,ecc., hai bisogno di una referenza politica, o meglio della protezione attiva di un politico. Una protezione permanente che si paga con la fedeltà alle esigenze e agli obiettivi del politico di riferimento che così può disporre di una pedina da utilizzare per eventuali necessità.

Una fedeltà che può anche essere rinforzata attraverso l”attribuzione al “grande elettore” di un ruolo amministrativo che consente di controllare e dirigere l”attività di una pubblica amministrazione. Si crea così quella ragnatela di interessi, fedeltà e appartenenze che bloccano innanzitutto il ricambio politico perchè ricreano logiche di clan fortemente personalizzate attorno alla figura del leader titolare di tutte le opportunità, di tutti i rapporti e le conoscenze necessari per raggiungerle e distribuirle.

Anche in questo caso la sovrapponibilità tra politica e camorra è evidente, con tutte le conseguenze che questo fatto comporta, a cominciare dalla definizione come “capi bastone” dei politici con un bacino consolidato di consensi e con notevoli capacità di controllo e distribuzione delle opportunità istituzionali. Capacità che vengono spesso utilizzate anche in prima persona da politici a amministratori, come avviene nei settori della sanità, dei trasporti, della formazione professionale, dell”ambiente, dell”agricoltura.

Nessuno sembra meravigliarsi del fatto che politici, consiglieri regionali, provinciali e comunali, sindaci e assessori, dirigenti regionali, sono spesso titolari, direttamente, come attraverso “prestanome”, di strutture sanitarie private, di centri assistenza disabili, di laboratori di analisi cliniche, ma anche chimiche, fisiche, merceologiche, di centri di formazione professionale, di aziende private di trasporti, di strutture ricettive, centri congressi. A parte situazioni dove il controllato è anche controllore, c”è un palese conflitto di interessi che produce quelle distorsioni della spesa pubblica che ben conosciamo e che configura sempre l”interesse privato in atto d”ufficio.

Un capitolo su cui, stranamente, nemmeno la magistratura cosi attenta agli abusi di potere e alle pratiche corruttive nella pubblica amministrazione, ha mai posto l”occhio, come se si trattasse di modalità di comportamento quasi legittimate dal fatto che sono molti a praticarle senza neppure sollevare più scandalo. Questo intendo dire con “la camorra è la forma della politica”, in Campania, ma non solo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

SE LA VITTIMA É UN MINORE TUTTO É PIÚ DIFFICILE

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I processi in cui sono coinvolti come vittime i minorenni, sono difficili, e non è facile rimanerne distaccati. La testimonianza del minore avviene attraverso il cosiddetto ascolto protetto.
Di Simona Carandente

Nell”ambito del diritto penale, sia sostanziale che processuale, coesistono forme di tutela differenziate, modulate sulla scorta dell”interesse primario da salvaguardare e sulla stessa persona offesa dal reato.
Quando la vittima del reato è un soggetto minore l”interesse alla corretta applicazione della giustizia è, verosimilmente, ancor più pregnante, posto che il delicatissimo equilibrio psicofisico del l”infradiciottenne è, senza dubbio, il bene maggiormente degno di tutela.

Quelli in cui sono coinvolti, in qualità di vittime, soggetti minorenni sono processi particolarmente difficili, nei quali è difficile rimanere distaccati e far sì che il rapporto avvocato-cliente, specie se persona offesa, rimanga asettico e su di un piano di professionale distacco.
Sia quando occorre procedere nelle forme dell”incidente probatorio, che nel corso del dibattimento, è frequente la necessità di dover acquisire, quale elemento di prova, la testimonianza del minore, che segue pertanto delle regole proprie e differenti rispetto ad una normale escussione testimoniale.

Innanzitutto, l”audizione avviene in apposite aule del tribunale, alla presenza dei giudici e dei difensori delle parti, mentre il minore viene collocato in una stanza attigua, collegata alla prima mediante dispositivi audiovisivi, alla sola presenza di una psicologa nominata dal giudice.
Il minore, ovviamente, non può nè vedere nè sentire quello che avviene nella stanza principale: tutte le domande gli vengono poste attraverso il filtro del giudice, che interloquisce con la psicologa, unico soggetto ammesso a parlare con il minore ed a porgergli domande dirette.

Non è facile mantenere distacco rispetto alle dichiarazioni del minore: spesso si tratta di soggetti vittime di violenze sessuali, spesso da parte di uno o di entrambi genitori, più raramente da persone estranee alla famiglia, ma sempre e comunque di soggetti deboli, anzi indeboliti dalla mole di violenze che sono stati costretti a subire, in episodi isolati o nel corso di mesi, talvolta anni.

In uno degli ultimi incidenti probatori cui ho assistito, proprio a fianco di un minore vittima di violenza sessuale, ho capito che il processo mentale, e spesso anche quello fisico, che porta un ragazzo a denunciare fatti così gravi è particolarmente irto di difficoltà: occorre innanzitutto vincere il proprio, naturale senso del pudore e parlarne con la propria famiglia, con il rischio di gettare anche questa in un baratro; esporre i fatti innanzi all”autorità giudiziaria, e pertanto prima alle Forze dell”Ordine in sede di denuncia, poi al Pubblico Ministero, infine innanzi ad un giudice seppur in forma protetta; infine, cercare di lenire la propria, indelebile sofferenza, senza cadere nella “tentazione”di darsi la colpa di quanto accaduto, cercando inoltre di non proiettarla sui propri genitori, qualora incolpevoli.

Ancora una volta, in casi come questi, il processo penale dimostra tutte le sue debolezze: anche se l”orco verrà rinchiuso in carcere, evitando per un po” che faccia male ad altri, anche se subirà una condanna penale, chi rimarginerà le ferite dell”animo, se non addirittura quelle fisiche?
La soluzione non è contenuta in una formula matematica: è opportuno che il minore sia fortemente supportato, dal contesto familiare e da uno specialista, nel difficile percorso verso il ritorno ad una vita normale.

L”interazione tra i due fattori, difatti, appare l”unica via concretamente percorribile, e senz”altro auspicabile, anche se il raggiungimento di un risultato concreto appare legato, a filo doppio, all”entità e alla durata delle violenza subite, nonchè ovviamente alla stessa personalità del soggetto vittima di abusi. (mail: simonacara@libero.it)

LA RUBRICA

LETTERA APERTA A SERGIO MARCHIONNE AMMINISTRATORE DELEGATO FIAT

“Caro Marchionne, le imploro il coraggio di sviluppare il lavoro a Pomigliano e di mettersi nei panni di quei genitori che stanno perdendo il lavoro alla Fiat. Non giochi con la vita delle persone”. Così scrive in un passaggio, don Aniello Tortora.

Carissimo Dott. Marchionne,
le scrivo all”inizio di questo nuovo anno 2010.
Conservo ancora nel mio cuore le lacrime dei lavoratori, dei loro figli, mogli, familiari, durante la S. messa celebrata dal nostro vescovo e pastore P. Beniamino il giorno di Natale e partecipata dai parroci, dalle comunità parrocchiali e dall”intera città, che si è stretta intorno a persone disperate per il rischio della perdita del “loro” lavoro.
Ho partecipato anche, a nome del vescovo, all”incontro del 30 dicembre con il Prefetto di Napoli.
Devo dire che mi sono molto arrabbiato, come del resto tutti quanti eravamo aquel tavolo, per l”assenza di rappresentanti autorevoli della Fiat.
Volevamo solo ragionare insieme, dialogare, confrontarci sul futuro dei lavoratori e della fabbrica di Pomigliano. Crediamo ancora nella democrazia e in democrazia ci si confronta, magari anche aspramente, ma poi insieme si cammina verso la meta del bene comune.
Ma l”Azienda Fiat ha pensato bene (pardon, male!) di non presentarsi al tavolo.
È stato un atto di un”arroganza unica. È quanto più di disumano e di antidemocratico ci sia al mondo. Carissimo Dott. Marchionne, mi permetto umilmente di dirle: non ci si comporta così nella vita. Qui si tratta di persone, non di “cose”. È anche una questione di galateo, di buona e sana educazione, come ci insegnavano una volta alla scuola elementare.
Con quel gesto la Fiat ha lanciato un messaggio a noi molto chiaro: comando io, sono il padrone assoluto e faccio quello che voglio. Mi permetto di ricordarle che non è così. Anche la Chiesa nel suo Magistero sociale ricorda a tutti che nel rapporto tra capitale e lavoro è l”uomo il “centro” di tutto il processo economico e che “i mezzi di produzione non possono essere posseduti per possedere, perchè l”unico titolo legittimo al loro possesso è che essi servano al lavoro” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens ).
E, ancora, lo stesso Papa nella Centesimus Annus afferma: “La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell”azienda. Tuttavia, il profitto non è l”unico indice delle condizioni dell”azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell”azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l”efficienza economica dell”azienda. Scopo dell”impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l”esistenza stessa dell”impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell”intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell”azienda, ma non è l”unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell”impresa.
Vorrei, infine, richiamarequanto dice, a questo proposito, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: Il benessere economico di un Paesenon si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbero consentire di avere a disposizione ciò che serva allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona. Un”equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre alvalore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono. Un benessere economico autentico si persegue ance attraverso adeguate politiche sociali di redistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.
È in base a questi principi che la Fiat non può ritenersi “padrona” assoluta della fabbrica o di un territorio. L”azienda non può giocare con la vita delle persone: lo ha gridato benissimo il nostro vescovo. Dopo aver “invaso” un territorio e averlo sfruttato a proprio piacimento secondo le leggi di un mercato che sta uccidendo l”uomo riducendolo a merce, prendendo tutti gli utili, i profitti e facendo pagare ai lavoratori e alla collettività i “costi” di un liberismo selvaggio, senza un”etica e un cuore, adesso la proprietà “pretende” di decidere da sola sulla pelle della povera gente e non ascoltando quel “grido di dolore” di una chiesa e di un”intera città.
È tempo, caro Dott. Marchionne, di RESTITUZIONE. La Fiat deve imparare a restituire ai lavoratori e al territorio quanto finora ha solo preso.
Deve restituire innanzitutto la dignità agli uomini e alle donne del mondo del lavoro.
È in atto, oggi, un vero cambiamento nella stessa cultura operaia. I nostri lavoratori non sono più lamentosi e rassegnati. Vogliono solo lavorare. Hanno capito che il lavoro non è solo un diritto ma anche un dovere e hanno raggiunto livelli professionali altissimi, contribuendo a tenere alto il marchio-Fiat nel mondo.
Il nostro è un Sud che, anche con il contributo “sociale” della chiesa,sta mettendo in atto una verarivoluzione sul piano sociale e culturale. I giovani oggi pretendono solo dignità e il diritto al lavoro. Un lavoro che dia loro sicurezza per il futuro e per poter “sognare” di realizzarsi nella vita.
All”inizio di questo nuovo anno le chiedo, Dott. Marchionne, il “coraggio” del cambiamento.
Certo,capisco, le regole del mercato sono spietate. Chi non le rispetta rimane indietro e rischia molto. Ma lei non potrebbe dare il suo contributo perchè il mondo cominci finalmente a cambiare? È proprio impossibile “globalizzare la solidarietà?”.
I soldi non sono tutto. Nella vita esistono altri valori. E non dimentichiamo mai che un giorno tutti risponderemo al Signore delle nostre azioni. Ci giudicherà sulle opere di giustizie e di amore concreto.
E allora le chiedo il “coraggio” di mettersi nei panni di tanti papà e mamme che chiedono solo di guardare negli occhi i loro figli, senza sentirsi “uomini inutili”, solo perchè stanno perdendo un lavoro, senza nessuna colpa.
Le chiedo il “coraggio” di rinnovare il contratto di lavoro ai 93 lavoratori che stanno vivendo momenti drammatici all”inizio del nuovo anno.
Le imploro il “coraggio” di conservare, anzi, di sviluppare il lavoro a Pomigliano. Questo stabilimento, ormai storico nel Sud e in Italia, con le sue migliaia di lavoratori ha dato tanto alla Fiat e ora vuole solo chele sia restituito un lavoro dignitoso per tutti, nessuno escluso.
Tutti devono rimanere al loro posto di produzione!
Anche se ormai la Fiat, da quel poco che capisco, sta diventando una vera multinazionale, non deve assolutamente dimenticare le sue radici e le sue origini.
Tutti stiamo facendo la nostra parte: i lavoratori con le loro famiglie, i sindacati, l”Amministrazione comunale, la Regione, la chiesa. La faccia anche lei, glielo chiedo in nome di Dio: vogliamo tutti, insieme, “organizzare e costruire la speranza” a Pomigliano e nel nostro bellissimo Sud.
Le auguro un Anno Buono, di coraggio, di riflessione e di solidarietà.

I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”

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Sono migliaia i bambini che hanno uno dei genitori in carcere. Per evitare ulteriori guasti e disagi, è necessario intervenire con strumenti adatti per favorire la loro crescita personale e culturale.
Di Silvano Forcillo

La complessa realtà carceraria e il peso che essa ha sulle famiglie e sui figli dei detenuti, è un fenomeno, che investe non solo i singoli individui, o le singole famiglie, ma tutta la società, chiamata a interrogarsi su questo tema, per trovare risposte che non riguardino solo la “rimozione” e la “delega coatta”, che vede nel carcere l”unica soluzione dei problemi, ma anche soluzioni alternative, che prevedano la cura del disagio affettivo, economico, sociale, della devianza e della povertà.
Nei paesi dell”Unione Europea sono 800mila i bambini separati ogni anno dai loro genitori detenuti e il 30% delle persone detenute è a sua volta figlio di genitori detenuti.
In Italia sono circa 4.500 i bambini che hanno la mamma in carcere, mentre 90mila quelli che hanno il loro padre in cella.
Ci sono tantissimi bambini, che hanno più di 10 anni e non vivono il carcere con la madre, ma ne varcano tutti i giorni la soglia per incontrare il loro genitore detenuto, ed è bene ricordarlo, senza voltare insensibili, o inconsapevoli, la faccia dall”altra parte, che anche il genitore detenuto, rappresenta per questi bambini il legame fondante e irrinunciabile per la loro crescita affettiva e sociale.
Solamente ad un terzo dei bambini viene detta la verità sul genitore detenuto, agli altri vengono raccontate bugie o addirittura non viene data nessuna spiegazione per l”assenza, per anni e anni, del papà o della mamma, nè tanto meno viene loro spiegato e ricordato, che il genitore continua a volergli molto bene, anche se è in carcere e che anche lui soffre terribilmente per la mancanza del figlio.
I bambini di genitori detenuti sono, peraltro, quelli “doppiamente” colpiti, perchè non soffrono solo per la separazione dal proprio genitore, ma soffrono quotidianamente, anche a causa del marchio del reato, della vergogna, del rifiuto sociale e del conseguente isolamento che ne deriva.
Cosa si può fare per questi bambini e, in particolare, cosa possono fare i principali vicari e responsabili dell”educazione: docenti, genitori e professionisti della relazione d”aiuto, per favorire la crescita personale e culturale di questi bambini e il loro sano, attivo e partecipe inserimento sociale?
Anzitutto, bisogna essere ben preparati e aggiornati sugli insegnamenti delle nuove tecniche educative e di apprendimento e sulle nuove teorie della psicologia scolastica, dello sviluppo e, soprattutto, sulla dinamica e l”importanza della soddisfazione degli irrinunciabili bisogni dell”essere umano così, come insegna la psicologia della “Terza Via”, o “Umanistico-esistenziale” di Maslow e Rogers. I due studiosi, infatti, sostengono la necessità di saper riconoscere, definire e rispettare i bisogni fondamentali dell”individuo in crescita, perchè si crei un efficace e motivato rapporto sociale, in particolare, nei bambini di genitori detenuti, ma anche nei bambini che non vivono questa difficile e complessa realtà:
“Need for affiliation”: bisogno di stabilire o ripristinare rapporti positivi, sotto il profilo sociale e affettivo con gli altri. Il bisogno irrinunciabile di essere accettati, rispettati, stimati, amati e integrati nel gruppo-classee nel gruppo-sociale.
“Need for power”: bisogno di esercitare la propria influenza sugli altri, di determinare il comportamento degli altri, di controllare i mezzi atti a subordinare gli altri alle proprie decisioni, o al proprio volere.
“Need for achievement”: bisogno di successo, bisogno di raggiungere parametri eccellenti nelle proprie “perfomances”, di realizzare gli obiettivi prefissati nel migliore dei modi.
L”adolescente cerca, sperimenta e costruisce la propria identità, attraverso le interazioni e le relazioni con gli altri e i rischi che comportano una conoscenza e un apprendimento statico e obsoleto sono molto pericolosi e, peraltro, sviluppano e reiterano maggiormente, in loro, gli atteggiamenti inaccettabili e negativi, quali:
ostacolo alla crescita personale, sociale e interpersonale
impedimento al cambiamento e al miglioramento
aggressività, bullismo, violenza e anomia.
Un efficace e positivo processo di cambiamento, lo determina, senza alcun dubbio, anzitutto, un diverso modo di vedere e di porsi nei confronti dell”adolescente. Il bambino/persona va visto come un “essere in sviluppo”, senza condizionamenti legati al suo passato, o alla vita dei suoi genitori. Trattare e considerare l”altro, come diverso, immaturo, problematico, nevrotico o sofferente, ostacola il suo processo di cambiamento e miglioramento culturale, sociale e interpersonale e, soprattutto, diminuisce le opportunità di essere quello, che secondo la sua tendenza attualizzante tenderà a diventare.
Spesso i docenti e i genitori si lamentano per l”atteggiamento aggressivo e violento, in classe e in casa, di questi bambini, visti, proprio per questa loro aggressività, come “diversi”, “svantaggiati” e, come un serio pericolo per i bambini “buoni, attenti, volenterosi e meritevoli” che, invece, soddisfano le attese e le aspettative dell”adulto: “effetto pigmalione”.
I docenti e gli adulti dimenticano, o forse non sanno, che l”aggressività fa parte delle componenti affettive della persona, fa parte del suo potenziale di azione e di attività, e positivamente considerata può avere, anche, un valore di efficace e positivo dialogo.
L”aggressività serve al bambino, proprio per soddisfare i suoi bisogni, quindi, è utile alla sopravvivenza e alla vita. L”aggressività, infatti, è una delle tre fondamentali emozioni primarie e positive (considerate positive e vitali, per lo sviluppo e la crescita personale e sociale dell”individuo, dalla psicologia umanistica) con le quali nasciamo: paura; rabbia; aggressività. L”aggressività è “Io sono“, “c”è anche il mio spazio!“. L”aggressione è sempre reattiva, essa è la reazione ad una minaccia interna, o esterna. Non a caso i grandi protagonisti della persona umana sono: l”amore e la paura. L”amore per se stesso e la paura dell”altro.
Allora cosa fare?
È necessario aggiornarsi, formarsi e acquisire le tecniche innovative della comunicazione e della relazione efficace e utilizzare le tecniche della conduzione e dinamica di gruppo. Occorre fare uso di un metodo didattico ed educativo, che non sia nè autoritario, nè permissivo, ma “non-direttivo” (Approccio Centrato sulla Persona e Approccio Centrato sul Discente).
In che modo:
Partecipando a corsi di formazione e aggiornamento professionale, per docenti, educatori e genitori, inerenti le nuove teorie, le tecniche e gli insegnamenti fondanti della psicologia della “Terza Via”, per acquisire le abilità e le competenze sinergiche alle personali responsabilità, e per svolgere efficacemente il ruolo di genitore, docente educatore.
L”Associazione per lo Sviluppo della Persona e del Potenziale Umano (ASPU), è da un decennio attivamente impegnata a diffondere la psicologia della “Terza Via”, in ogni ambito del vivere umano e a fare acquisire ai docenti, ai genitori, agli educatori e ai professionisti della relazione d”aiuto i suoi tre elementi costitutivi e fondanti: “accettazione e rispetto dell”altro, in quanto Persona;congruenza; empatia. Ma si può, anche, leggere libri specifici, per cominciare a familiarizzare con questa nuova e innovativa psicologia. Mi limito a suggerirne due: Thomas Gordon: “Insegnanti Efficaci”, ed. Giunti & Lisciani, Torino– Thomas Gordon: “Genitori Efficaci”, ed. La Meridiana, Bari.
Desidero formulare, alle care lettrici e ai cari lettori de “ilmediano.it”, i miei più cordiali, sinceri e gioiosi auguri di un sereno, prospero e felice 2010.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE IMMAGINI PIÚ SIGNIFICATIVE DELL’ULTIMO DECENNIO DI GOVERNO REGIONALE

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Le elezioni regionali si avvicinano, ma la Campania ha mancato quasi tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e rilancio economico. È fondamentale un sussulto di dignità.
Di Amato Lamberti

Le elezioni regionali si avvicinano a grandi passi. Sarebbe ora di tirare le somme di dieci anni di governo regionale che sembrano aver mancato tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e di rilancio economico della Campania.
L”immagine emblematica di questo decennio potrebbe essere quella degli operai della Fiat di Pomigliano che festeggiano, si fa per dire, il Natale nella fabbrica occupata per difendere il posto di lavoro di un centinaio di precari che già sanno di essere stati licenziati.

Oppure, quella della S.Messa celebrata dal vescovo di Nola, con gli operai, nella sala consiliare del Comune di Pomigliano, per ricordare alla politica e alle pubbliche amministrazioni quali dovrebbero essere le loro preoccupazioni costanti, l”occupazione e lo sviluppo del territorio. Oppure, ancora, le immagini di tante altre fabbriche occupate, degli operai sui tetti delle aziende, dei bivacchi notturni nei capannoni illuminati e riscaldati da falò improvvisati. Il fallimento sta tutto lì: fabbriche che chiudono, lavoratori buttati sulla strada insieme a tutte le loro speranze di futuro, un territorio devastato dalla speculazione, le amministrazioni locali nella tenaglia della camorra.

Senza dimenticare una emergenza che tutti si affannano a dichiarare superata ma che si presenta ancora per le strade della provincia di Napoli, quella dei rifiuti, che ha fatto il giro del mondo e che da molti viene considerato il manifesto dell”incapacità e della ciarlataneria di una politica che a parole dichiara di voler combattere malaffare e criminalità ma nella pratica quotidiana li alimenta e ne favorisce la diffusione. Basta un viaggio notturno sui grandi assi di scorrimento delle province di Napoli e Caserta per rendersi conto, guardando le lingue di fuoco e le colonne di fumo che si alzano al cielo, che lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non conosce sosta, nonostante i militari dell”Esercito che presidiano le aree più compromesse dalla presenza di organizzazioni criminali.

La camorra ha svolto sicuramente un ruolo importante nel far precipitare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ma per capire quello che era successo forse bisognava partire dai consorzi intercomunali per lo smaltimento dei rifiuti, dove, presidenti e consigli d”amministrazione, tutti rigorosamente di nomina politica, hanno badato solo a ottimizzare il rendimento di rendite di posizione coltivate, con la complicità dei partiti di riferimento, per realizzare guadagni economici e politici, personali e di partito. Tanto è vero che sono stati sciolti per cattiva amministrazione senza però modificare una situazione segnata da operazioni clientelari di assunzioni nelle quali la camorra ha avuto un ruolo non marginale, che oggi si ripercuote, dopo tanti travasi e passaggi di cantiere, negli organici degli enti pubblici.

Ma in questi dieci anni, in regione Campania, non ci siamo fatti mancare niente: le frane e gli smottamenti che hanno anche provocato vittime oltre che danni alle abitazioni e alle attività economiche, troppo numerosi per citarli tutti; gli scandali dell”abusivismo edilizio che a Casalnuovo hanno visto crescere una nuova città abusiva e a Giugliano, la nascita della prima cosca criminale composta unicamente da vigili urbani. Questo secondo episodio, di cui per la verità c”era stata, qualche anno fa, già una avvisaglia a Ottaviano, è sconvolgente e preoccupante perchè dimostra quanto la cultura del malaffare, della sopraffazione, della corruzione, abbia già scavato cunicoli impensabili nel profondo dei comportamenti e delle coscienze dei cittadini, anche di quelli più garantiti.

Toccato il fondo si può solo risalire, ma il problema che abbiamo davanti non è solo quello di continuare almeno a galleggiare. Senza un sussulto di dignità, senza uno scatto d”orgoglio, rischiamo di vedere consumate tutte le speranze di cambiamento per noi e per i nostri figli.

CITTÁ AL SETACCIO

STORIE DI STALKING

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La triste vicenda di E., giovane, imprenditrice, determinata, ridotta in fin di vita dall”ex compagno.
Di Simona Carandente

Si è detto che la violenza sulle donne non è, come si potrebbe credere, prerogativa dei ceti meno elevanti della popolazione: essa non risparmia nessuna, e non vede differenza di razza o cultura. Tuttavia, vi sono alcuni popoli per i quali la donna gode di particolare spregio, perchè vista come un bene di proprietà del maschio, padre-padrone, che appare in grado di poterne disporre a piacimento, quasi fosse un essere inanimato.

Tale premessa fa da sfondo allo storia di E., extracomunitaria trentenne, venuta anni fa nel nostro paese allo scopo di sfuggire alla fame ed alla guerra del suo paese, la Nigeria. Con estremo sacrificio, riesce ad insediarsi nella comunità di connazionali, in una nota zona del casertano, ed avvia anche una piccola, ma fiorente, attività commerciale.
Ad un certo punto la bellissima E. ha la sfortuna di conoscere F., un nigeriano che le manifesta subito un sentimento d”amore. I due cominciano una relazione, coronata anche dalla nascita di un bambino.

Nel corso del tempo, F. comincia a manifestarsi per quello che è realmente, probabilmente infastidito dalla condotta di vita “libertina” della sua compagna, che osa frequentare delle amiche, lavorare, curare il proprio aspetto.
Ne conseguono delle manifestazioni di violenza allucinanti: una sera F. raggiunge E. in casa di amiche e, senza alcun motivo, la massacra letteralmente di botte, scaraventandola verso una porta a vetri. E. giunge in ospedale in condizioni piuttosto gravi, con una prognosi di 20 giorni ed un braccio fratturato, tanto da dover ricorrere ad un intervento chirurgico.

Un po” per amore, un po” per timore di nuove aggressioni, E. perdona il suo compagno e rimane incinta di due gemelli. Proprio questa nuova, indesiderata gravidanza farà scatenare nuovamente l”ira del suo aguzzino, che aveva cercato invano di farla abortire.
Non essendoci riuscito con le buone, F. attua il suo proposito criminoso con l”unico modo che conosce, la violenza fisica: una sera riempie la sua compagna di botte sulla pancia, tanto numerose e violente che uno dei due gemelli morirà mentre l”altra, riuscita a salvarsi, riporterà seri danni neurologici per i colpi subiti.

A questo punto E. ne ha abbastanza: denuncia il suo oramai ex compagno, che verrà condannato per le sole lesioni alla pena di diciotto mesi di reclusione, coperti dalla sospensione condizionale della pena.
Successivamente alla condanna F. cambia paese e va a vivere all”estero, ma ogni volta che lo ritiene opportuno torna in Italia, libero ed indisturbato, e continua a rendere all”ex compagna la vita impossibile. Con la scusa di voler vedere i figli, gli stessi figli che aveva rinnegato, si presenta sotto casa dell”ex compagna, nel locale di sua proprietà, ubriacandosi fino a sconnettere completamente ed a rendere necessario, più volte, l”intervento della polizia. Attualmente, pende nei suo confronti un nuovo procedimento penale per stalking.

Vi sono situazioni, e persone, che arrecano di per sè enormi sofferenze: ma quando la vittima, già di per sè debole, appare anche indifesa la situazione è di gran lunga più complessa. E. può, nonostante tutto, ritenersi una ragazza fortunata: la comunità di nigeriani le è sempre stata vicina, ha trovato persone in grado di aiutarla ad occuparsi dei propri figli, è riuscita a portare avanti un”attività lavorativa.
Oggi è una giovane donna che guarda lontano, nonostante tutto e nonostante le ferite del cuore, soprattutto per dare un futuro ai propri figli. Nella speranza che non sappiano mai che persona è il loro padre naturale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA DONNA VITTIMA E CARNEFICE

SCUOLE APERTE A “PARADA”: UNA STORIA INVEROSIMILMENTE VERA!

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Attraverso il film “Parada”, i ragazzi che partecipano a “Scuole Aperte” hanno toccato con mano l”importanza di realizzare la vera legalità interculturale.
Di Annamaria Franzoni

Un autentico messaggio di pace e di rispetto della diversità è giunto ai ragazzi del Liceo “G. Mercalli” e della Scuola Media “C. Poerio” attraverso l”avventurosa storia di Miloud che con il suo Progetto ha salvato migliaia di ragazzi di strada.

Incredulità , sorpresa, amarezza, dolore intenso, disperazione hanno inizialmente segnato l”animo dei giovani spettatori .Tuttavia, ben presto, nel momento della condivisione e della riflessione comune, che abitualmente segue alla visione del film, i ragazzi sono riusciti a convertire in positivo il loro sentire e ad aggiungere all”albero delle Emozioni foglie sulle quali si leggeva la speranza, la gioia di vivere , l”amore , la ricchezza che nasce dal dare e non dall”avere, l”apprezzamento per chi davvero si schiera con tutto se stesso verso l”altro realizzando la vera legalità interculturale.

Il nostro appuntamento con il film del mercoledì ha come obiettivo quello di sviluppare la consapevolezza che la dignità, la libertà, la solidarietà non possano mai considerarsi acquisite per sempre, ma perseguite nel corso della vita e protette una volta conquistate e questo film ha colpito nel segno.
“Parada”, forse più degli altri film, ha fatto da “apri strada” ad un discorso complesso che ogni singolo adolescente ha intrapreso con se stesso mentre lanciava ai coetanei, nel circle time, le riflessioni personali sull”argomento scottante e complesso della propria relazione con i bambini rom.

Al riaccendersi delle luci in sala, i loro occhi lucidi e disincantati sono rimasti incollati sui titoli di coda e sulle informazioni che il film è tratto da una storia vera e che Milaud oltre un decennio fa ha creato davvero a Bucarest la Fondazione Parada: la storia presentava, infatti, tratti inverosimili e soprattutto risultava inaccettabile scoprire che possano esistere simili realtà nell”Europa del terzo millennio.

La visione del film li ha così catapultati in una dimensione nuova che ha mutato giudizi e ridotto pregiudizi, ha acceso fantasie ed ha spento paure metropolitane; ma il suo maggior merito è stato quello di aprire gli animi alla speranza attraverso l”esperienza di un clown che è riuscito, con il suo naso rosso e i suoi giochi, ad avvicinarsi ai bambini romeni che vivono nei canali, a cui ha insegnato i primi segreti dell”arte del circo.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI