Vi raccontiamo la storia di una donna coraggiosa, fiduciosa nella giustizia e in attesa di guardare in faccia chi le ha ucciso il marito e traumatizzato il figlio di cinque anni.
Di Simona Carandente
È la vigilia di Natale dell”anno 2006: L. e suo marito A., ucraini, sono intenti a vendere prodotti tipici con la loro bancarella, in un giorno uguale a tanti altri, nella zona di Via Brin a Napoli. Come tanti connazionali, sono costretti a sbarcare il lunario così, da ambulanti, sottoposti a continue estorsioni della malavita napoletana e di quella dei loro stessi connazionali, in una vita incerta lontano dal proprio paese di origine.
Dopo una banale colluttazione, nella quale rimarranno coinvolte anche diverse persone, intervenute a sedare la rivolta, A. viene colpito in petto da tre colpi di arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata da una persona che, evidentemente, non ne tollerava la permanenza all”interno del mercato. Alla scena assistono numerosi testi, tra cui la moglie L. ed il figlio della coppia, di appena cinque anni.
Per la povera L. è l”inizio di un lunghissimo calvario: il figlio ha un serio trauma, legato alla morte del padre, al punto da dover necessitare di lunghe e complesse sedute specialistiche che, tuttavia, non appaiono risolutive. Nel frattempo, dopo aver subito un intervento all”anca che ne limita la mobilità, L. è costretta a sbarcare il lunario come può, lavorando presso signore italiane che prendono a cuore la sua sofferta storia.
Parallelamente, le indagini dell”autorità giudiziaria vanno avanti, ma senza alcun esito positivo. Difatti, anche se l”omicidio è avvenuto in pieno giorno, nella vigilia di Natale, in una zona affollata ed alla presenza di numerosissimi testi oculari, nessuno è un grado di riferire con certezza le fattezze fisiche dell”assassino del povero A. Viene anche fatto un identikit, ma questi non corrisponde ad alcuna delle foto segnaletiche che vengono mostrate ad L., in più occasioni.
Nonostante l”attività di indagine, nonostante alcuni testi abbiamo vinto il legittimo timore a testimoniare, in presenza di una precisa descrizione dell”assassino, la Procura della Repubblica è costretta a richiedere l”archiviazione del procedimento penale, a causa dell”impossibilità di poter dare a questi un nome ed un volto.
Quando L. si rivolge al legale è piena di dubbi; vuole sapere se è possibile la riapertura dell”indagine, se può fornire nuovi elementi in suo possesso, se vi è qualche possibilità che giustizia venga finalmente fatta. Dal momento dell”omicidio difatti, oltre a trovarsi in serie difficoltà economiche, è stata costretta anche a separarsi dal figlio, che ha deciso di tornare al paese di origine per provare a dimenticare.
La forza di volontà di L. è davvero fenomenale: ha lottato con ogni mezzo per far riaprire il processo, ha fornito tutto il proprio contributo allo sviluppo delle indagini, si è fatta parte diligente nel cercare la verità e con essa nuovi elementi di prova. Con tutti i suoi problemi fisici, distante dai propri affetti, in un paese che non è stato gentile con lei continua ogni giorno la sua lotta per la vita, certa che la giustizia farà il suo corso e che l”assassino di suo marito, così barbaramente ucciso, avrà presto un nome ed un cognome. (mail: simonacara@libero.it)

