“O spassatiempo”, ancora oggi un piatto del Natale napoletano. Di tutti i “ritratti” scritti da Emmanuele Rocco per il libro “Usi e costumi di Napoli e contorni” che il de Bourcard pubblicò nel 1857 il “ritratto” della nocellara è tra i più riusciti perché lo scrittore riesce a trovare il punto di equilibrio tra la sua ironia e il rispetto della verità storica. La “nocellara” vendeva per le strade di Napoli, a seconda delle stagioni, le nocciole atellane, le more di gelso e quell’ “antologia” di semi cotti al forno che era “lo spassatiempo”. Correda l’articolo l’immagine della “nocellara”, un’incisione che Francesco Pisante ricavò da un luminoso disegno di Filippo Palizzi.
Ingredienti (per 4 persone): gr. 320 di spaghetti, gr. 100 di nocciole “spellate”, 1 spicchio d’aglio, 1-2 filetti di acciughe, peperoncino, olio, sale. Mentre la pasta si cuoce, tritate nella misura che preferite le nocciole, dopo aver messo da parte quelle per la decorazione. Preparate un soffritto con aglio, olio, peperoncino e acciughe sminuzzate, aggiungete i ¾ delle nocciole e fatele tostare nel condimento. Unite anche 1 mestolo di acqua della pasta e fate cuocere finché non aggiungerete la pasta dopo averla scolata. Aggiungete, infine, il restante trito di nocciole, aggiustate di sale, impiattate, guarnite il piatto con le nocciole messe da parte e servite (la ricetta e l’immagine del piatto sono ricavate dal sito Misya).
Emmanuele Rocco non esclude che giri per le strade di Napoli anche qualche “nocellara” bella nel volto e pulita nelle vesti: è una “vivente eccezione”, e quando ella passa davanti a una taverna e “a un convegno di oziosi”, le vengono lanciati sorrisi, “parolette” e quei fischi prolungati e modulati che lo scrittore chiama “sordiglini”. Ma alla “nocellara” non interessa tutta questa “moschetteria amorosa”: lei vuole vendere, cerca clienti per la sua mercanzia, e se nessuno risponde al suo richiamo, “ella rivolge un occhio di compassione ai bersaglieri di amore” e se ne va. Quando finisce la stagione delle nocciole, la “nocellara” va in giro a vendere “le gelse more”, le more di gelso, che le tingono le mani e il gonnellino di un colore che “non è violaceo, ma mezzo fra il rosso e l’azzurro”. “Con bocca sgangherata va gridando la venditrice: ceuze annevate, a nu ranillo ‘o quarto, oh che cioccolata! Vi (vedi) che ceuze”: un quarto di more di gelso costa un “grano”, la centesima parte di un ducato: e donne e ragazzi corrono a comprare quel “ghiotto cibo, che depositato sopra un pampino, viene mangiato con uno spillo o con un fuscelletto”, o con le dita. Quando finisce anche la stagione delle more di gelso, la nocellara prende un altro paniere e lo riempie di “spassatiempo”, un assortimento di nocciole e di fave cotte al forno, di ceci e di semi di zucca: gira per tutte le strade di Napoli, si ferma davanti a “cantine, bettole e taverne”, chiama i clienti “rumoreggiando con gli zoccoli” o “dà la voce”, che ora è un grido, ora è una cantilena, ora è voce di soprano o di contralto: la dà, questa voce, “con bocca più o meno sgangherata, ma sempre con viso ridente e con grazia allettatrice”: la grazia che Filippo Palizzi ha saputo dare alla sua “nocellara”: “spassateve ‘o tiempo, nocelle nfornate, cicere e semmente, fave nove a chi roseca. Nessuno si lamenta della qualità della merce, ma non è raro che scoppino risse per “causa sua” e che “la novella Elena faccia sorgere una novella guerra per una novella Troia”. E con questa ironia un po’ pesante Emmanuele Rocco conclude il suo ritratto della “nocellara”.
(FONTE FOTO: SITO Misya)




