I fagioli, cibo dei pistoleri de West, da John Wayne a Bud Spencer. Il valore “filosofico” della “pasta e fagioli” secondo un cuoco stabiese. La “cotta” di fagioli da Eduardo ai “cortili” del primo Novecento. I fagioli “particolarissimi” dell’azienda agricola “Bosco del Gaudio” conquistarono, nel 1890, anche i docenti della Real Scuola di Portici.
Ingredienti: gr. 300 di pasta mista, gr. 400 di fagioli bianchi, gr. 100 di pomodoro pelato, 1 cucchiaio di pomodoro concentrato, sedano, uno spicchio d’aglio, origano, peperoncino, olio, sale, pepe. Lessate i fagioli messi all’ammollo in acqua per l’intera notte: intanto, soffriggete in un tegame, con uno spicchio di aglio e in olio abbondante, una costa di sedano. Quando l’aglio si fa dorato, levatelo dal tegame, e mettete nel tegame un pezzetto di peperoncino e i due tipi di pomodoro. Fate cuocere a fuoco basso per una decina di minuti, e regolate con il sale e insaporite con il pepe Prendete un mestolo di fagioli precedentemente lessati, passateli in un passaverdure ed uniteli al tegame con il sugo e fate cuocere a fuoco basso per circa 20 minuti. Aggiungete anche i fagioli interi con un po’ della loro acqua di cottura. Unite, a questo punto, la pasta mista, un bel pizzico di origano e portate la pasta a cottura al dente. Quando la pasta sarà al dente, spegnete il fuoco e fate riposare per cinque minuti. ( sito cookaround).
Bud Spencer incominciò a mangiare fagioli, come gli angeli, nel film del 1973, in cui c’era Giuliano Gemma, e continuò a mangiarli fino all’ultimo film, accompagnato nelle voraci degustazioni a testa bassa da Terence Hill. Ma i fagioli erano diventati un simbolo del West già con i film di John Ford e con l’elegante masticare di John Wayne. La “sentenza” più fascinosa sulla “pasta e fagioli” me la diede un cuoco del “Nautilus” di Castellammare di Stabia, negli anni della matura giovinezza e delle domenicali partite del “Diaz”. Disse il cuoco stabiese che “pasta e fagioli “ è un piatto che tutti gustano in silenzio, perché si sentono portati al punto di partenza: un concetto profondo e complicato: mangi pasta e fagioli e il tempo torna indietro, le maschere scompaiono, le chiacchiere tacciono. E’ questo il senso della scena di “Natale in casa Cupiello” in cui Eduardo racconta il notturno confronto con la “pasta e fagioli”, e le parole del cuoco spiegano perché nei cortili di un tempo chi decideva di preparare la “cotta” di fagioli teneva conto delle “parti” che avrebbe dato a “zie” e a “nipoti”, e del fatto – una verità proclamata anche da Eduardo – che la stessa “cotta” poteva essere usata per almeno tre giorni. Nell’ estate del 1890 i laureandi della Reale Scuola di agricoltura di Portici sostennero l’ultima delle prove pratiche degli esami di laurea tra Villa Albertini e Ottajano, nell’azienda agricola Bosco del Gaudio, proprietà del sig. Siciliani marchese di Gigliano e conte di Rende. L’azienda era all’avanguardia nell’ allevamento del bestiame e nella “manipolazione del latte”, grazie alle idee e al mestiere del sig. Landolph, “un egregio giovane svizzero”, che, in una stalla “svelta e elegante in tutti i particolari”, aveva messo insieme 40 mucche mungane, “ la maggior parte dei diversi cantoni svizzeri, con prevalenza di quelle Schwitz, qualcuna olandese e poche altre locali”. Le mucche si nutrivano con il foraggio fornito da 12 ettari di erba medica, con il granoturco, il cavolo, la zucca e perfino con la schiacciata di cocco. C’era il vigneto, sistemato e curato da Ruggero Arcuri, c’erano “selve” di peri e di meli, e si producevano patate, pomodori, piselli e fagioli. Caso volle che nel primo giorno d’esame, il 24 giugno, per i 28 “operai” che lavoravano nell’azienda la direzione avesse fatto preparare, per la “colazione” di mezzogiorno, pasta e fagioli – i fagioli prodotti nel Bosco del Gaudio – pane e una fetta di formaggio. I docenti Italo Giglioli, Oreste Bordiga e Francesco Milone non resistettero al profumo della pasta e fagioli e ne accettarono, con manifesto piacere, un “piatto”: i fagioli il Giglioli li trovò di sapore “particolarissimo”, “come tutti i legumi e i frutti che vengono su dai depositi di cenere del vulcano”
(FONTE: GIALLOZAFFERANO)








