Le ricette di Biagio: ‘e carcioffole mammarelle. Per una storia di “sciantose”, di canzoni e di guappi.
Parlare del carciofo è un problema di tempo e di pazienza: è assai lungo l’elenco di scrittori, di poeti e di botanici che si sono interessati di questo ortaggio, ricco di “virtù” e carico di significati simbolici. Raccontavano i Greci che una giovane donna, Cynara, attirò l’attenzione di Zeus, che se la portò nel mondo degli dei. Ma Cynara, in quel mondo, si annoiò, e decise di tornare sulla Terra. E Zeus, deluso e irritato, la trasformò in carciofo, che i Greci battezzarono con il nome della donna coraggiosa. La coerenza dei Napoletani che tradussero il maschile dell’italiano “carciofo” nel femminile “carcioffola”. Correda l’articolo l’immagine di un acquerello di Pietro Scoppetta “la Parigina”, che potrebbe essere il ritratto della sciantosa Vargas.
Ingredienti: 4 carciofi “mammole”, 2 spicchi di aglio, 1 ciuffo di prezzemolo, sale, pepe, olio extravergine. Per il pinzimonio: olio, sale e pepe. Preparare un trito di aglio e prezzemolo, togliere ai carciofi il primo giro di foglie, tagliare una parte del gambo e liberarla dai filamenti legnosi. Allargare gradualmente i carciofi fino ad aprili del tutto, lavarli con cura sotto l’acqua corrente, metterli a gocciolare a testa in giù e poi condirne l’interno con un pizzico di sale e di pepe, con un filo d’olio e un cucchiaino del trito di aglio e prezzemolo. Mettere i carciofi in una pentola, incastrarli uno accanto all’altro, versare l’acqua lasciando che copra i carciofi fino alla metà, coprire con il coperchio e cuocere per circa 40 minuti (se la pentola è a pressione, bastano circa 15 minuti). Completata la cottura, togliere i carciofi dall’acqua e servirli con il “pinzimonio” (Ricetta e immagine del “piatto” derivano dal sito “La cucina di Reginé”).
La traduzione al femminile, “carcioffola”, fu una necessità logica, perché i Napoletani videro nell’ortaggio l’immagine dell’organo sessuale delle donne, e “Carcioffolà” Salvatore Di Giacomo intitolò un malizioso carme in cui raccontava il dialogo tra una madre saggia e una figlia in cerca di marito. “Oi, mamma, mamma, che luna, che luna! / Mme vene, mme vene…/malincunia…./malincunia…/E si ‘sta luna me porta fortuna, /maritame ampresso, /mammella mia.”. “Carcioffolà” venne musicata nel 1893 da Eduardo Di Capua, “non raffinato come Costa”, scrive Vittorio Paliotti, “ma profondamente istintivo e destinato a duratura fama”. (Mario Costa era amico e collaboratore del poeta). (E sarebbe belle ricordare le discussioni che Paliotti e Francesco D’Ascoli intrecciarono sulla lingua napoletana di Salvatore Di Giacomo, che D’Ascoli considerava troppo sensibile all’influenza della lingua italiana). Era l’epoca d’oro delle “sciantose”: francesi – “Sono francese e vengo da Parigi”- come Armand’Ary, e napoletane che conservavano il nome del battesimo, come Amelia Faraone, o adottavano nomi esotici, come Amina Vargas, giovanissima stella del “Circo delle Varietà”. Le “sciantose” stavano al centro di storie, di pettegolezzi, di trame che scombinavano matrimoni e fidanzamenti, e non è difficile immaginare quanto fosse agitata la loro giornata, in teatro e fuori dal teatro. La stella di Amina Vargas incominciò a risplendere nel 1889: eleganza, voce suadente, un corpo straordinario che lei mostrava con maliziosa parsimonia e che incantò anche i pittori napoletani, e un gioco difficile in cui si alternavano sensibilità ai corteggiamenti, e improvvise ritirate nel fortino della fredda riservatezza. Era un gioco “pubblicitario” ben orchestrato, che nel 1893 avrebbe indotto Salvatore Di Giacomo e Eduardo Di Capua ad affidare alla Vargas la prima interpretazione di “Carcioffolà”. Manell’aprile del 1891 quel gioco espose la “sciantosa” agli insulti e perfino alle minacce dei corteggiatori beffati, e forse dei tifosi delle altre “sciantose” che vedevano attaccati i loro spazi. La vita per Amina si fece difficile: bigliettini offensivi, agitazione in platea, e fuori dal teatro, e chiassose proteste che accompagnavano la “sciantosa” lungo via Toledo, e che provocarono scompiglio anche davanti al “Gambrinus”. Ma una sera Amina Vargas fece una lunga passeggiata dal San Carlo alla fine di via Toledo, sottobraccio con Teofilo Sperino, il re dei guappi, e la sera dopo la scena venne ripetuta e forse interpretata con una mimica più convincente dallo Sperino, che era un grande attore e le cui “camminature” erano veri e propri messaggi, muti, ma assai chiari. Non ci furono insulti, nessuno gridò, non risuonarono risate di scherno. Anzi davanti alla bottega di Pintauro una folla di ammiratori circondò i due e manifestò gioia e, per l’uno e per l’altra, devozione e rispetto. Dei “nemici” della Vargas si persero le tracce. Si erano tutti convertiti al culto della “sciantosa” sulla via Toledo.




