Amaro è il giudizio di Roger Cohen sull’ Italia, dove “ la verità è elastica, poiché il Paese ha imparato l’arte di esprimersi con ambiguità”. La memoria corta dell’opinione pubblica. Tra non molto nuovi clamori cancelleranno il ricordo di Giulio.
“Non si scopre la verità, la si crea” ( A. de Saint –Exupèry).
“ Sono convinto che Al Sisi collaborerà con gli investigatori italiani nella ricerca della verità” ha detto il ministro Alfano. Le parole sono pietre: nel dichiararsi convinto il ministro ci rivela che è morso dai dubbi sulla disponibilità alla collaborazione del governo egiziano. Noi cittadini siamo convinti che i responsabili del feroce assassinio di Giulio Regeni non saranno mai trovati: i responsabili veri: la storia ci dice, infatti, che in situazioni del genere possono essere offerti all’opinione pubblica, perché si calmi, “ colpevoli plausibili” ( Carlo Bonini, la Repubblica 5 febbraio ). Pare, dai comunicati contraddittori e dalle reticenze evidenti, che le autorità egiziane abbiano già imboccato questa strada. Carlo Bonini ha smascherato i goffi tentativi delle autorità del Cairo di “costruire” prima un crimine a sfondo sessuale, poi un sequestro di persona opera di criminali comuni, poi un omicidio “rituale” di terroristi islamici. Non si sa fino a che punto il governo italiano riuscirà a fare pressioni su Al Sisi perché “collabori”: se, come tutti ormai credono, Giulio è stato torturato e ucciso dai servizi segreti, bisogna capire se il governo egiziano era stato informato oppure no: l’Huffington Post non esclude che gli assassini abbiano voluto colpire proprio il presidente della repubblica.
In ogni caso, Al Sisi non potrà dire la verità: ci dirà una verità in maschera, nella persuasione che il sig.Renzi, che lo giudica un “grande statista” ( Il Fatto quotidiano, 6 febbraio ), sia pronto ad accettarla. Del resto, gli uomini che gridano di volere la verità, spesso, diceva Henri de Montherlant, vogliono solo delle spiegazioni. E l’Eni fa affari con il petrolio egiziano, e l’ Egitto è la base per qualsiasi azione militare contro l’Isis in Libia. Ma noi stessi, che formiamo l’opinione pubblica, tra non molto dimenticheremo la morte orrenda di Giulio e l’oltraggio inflitto all’ Italia: le fondamenta della nostra democrazia sono corrose non solo dalla corruzione, ma anche dal cinismo, e dalla tendenza di tutti noi a cancellare dalla memoria tutto ciò che non tocca la sostanza dei nostri interessi: la consolazione della memoria corta. Sarà fortunato Giulio, se qualcuno, tra qualche tempo, raffreddate le emozioni, non lo accuserà di imprudenza: una compagna di scuola ha già detto, bontà sua, che il giovane era attratto da altre culture, “ma non era uno che cercava guai”. Ha detto proprio così, la compagna di scuola ( la Repubblica, 5 febbraio).
Solo una settimana fa tutta l’Italia strepitava per le statue nude impacchettate, per quello che un editorialista della versione inglese del giornale “Al Arabya” ha giudicato “un atto spudorato di autoevirazione”.( la Repubblica, 3 febbraio) Ma oggi chi se ne ricorda più? A nessuno interessa sapere veramente chi ha dato l’ordine di coprire la Venere Capitolina, anche perché “sembra che la decisione non l’abbia presa nessuno… A Roma lo scaricabarile non ha mai fine” ( Roger Cohen, la Repubblica, 3 febbraio). A Roma nessuno sa. Di quello smisurato casino che i giornali hanno battezzato “ Affittopoli romana” – nome meno elegante di “Mafia Capitale” – nessuno sapeva niente: né i sindaci, né gli assessori, né gli organi di controllo, né i politici, né i ministri di vario taglio, né i giornalisti stessi. Li abbiamo visti nei salotti TV: sulle loro facce erano stampate tutte le possibili sfumature della meraviglia. La Capitale non sapeva nulla della mafia, nulla dei funerali con l’elicottero, nulla di questi appartamenti: eppure la Verità dovrebbe illuminare una città che da duemila anni è la sede del Pontefice. La memoria è corta: altrimenti, non avremmo dimenticato che ci fu qualche problema, anni fa, con le case di De Mita e di D’ Alema, e che, di tanto in tanto, sui giornali che non si fanno gli affari loro comparivano riferimenti alle “case dei mille Enti, molti sciolti e altri in perenne scioglimento” ( Filippo Ceccarelli, la Repubblica 3 febbraio), alle case di vescovi e di suore, di partiti, di associazioni, e di tutti quelli che possono procurarsi una di queste case “regalate”. La verità la dice Filippo Ceccarelli: “impossibile far finta che la casa di favore non sia entrata nel costume”. Ma con l’aria che tira, qualcuno dovrà pagare: non tutti: qualcuno per tutti. Tra qualche settimana, all’opinione pubblica verrà comunicato, fragorosamente, che cinque, sei inquilini sono stati sfrattati, e che molti altri stanno preparando la valigia. Ascolteremo soddisfatti, e ci gireremo dall’altra parte, distratti, per fortuna, da nuovi clamori che si levano di qua e di là, e da un nuovo capitolo della Storia di Roma, che è una storia lunga. Poi tra una decina d’anni ritornerà il capitolo di Affittopoli.. E così via. Tutto deve cambiare, perché nulla cambi.



