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La Sagra di San Giovanni e la memoria della storia, “chiamata” dalla musica e dalla danza

Sabato 22 giugno la “pizzica” suonata e ballata splendidamente in piazza San Giovanni, durante la Sagra, ha richiamato alla mia mente il ricordo di un evento che in quella piazza venne organizzato, in onore del Santo, il 24 giugno del 1832 – erano giorni di grande agitazione politica -dal sindaco di Ottajano Michele Ranieri.

 

Erano giorni di grande agitazione, nel nostro territorio. Il 22 agosto 1832 Angelo Peluso, “laico del Monastero della Sanità in Napoli”, alla testa di una schiera di “settari” si sarebbe recato, da San Gennaro, prima a Nola e poi a Lauro per innalzarvi “l’albero della libertà”. Contemporaneamente si “muovevano” tutti i cittadini che volevano l’autonomia di San Giuseppe da Ottajano. Alcuni “signori” ottajanesi chiesero al sindaco Michele Ranieri di annullare la festa che egli aveva preparato ,per il 24 giugno, in onore di San Giovanni nella piazza davanti alla Chiesa sacra al Santo. Ma il sindaco, uno dei più grandi di Ottajano, disse che la festa si sarebbe fatta: egli abitava proprio in piazza San Giovanni ed era confortato, nella sua attività di sindaco, dal sostegno del principe di Ottajano, del suo primogenito Giuseppe, che sarebbe stato Giuseppe IV, e della consorte di Giuseppe, Donna Anna Maria Gaetani duchessa di Miranda. E festa fu, con grande gioia degli “umili”, a cui furono offerti “piatti di pasta”, “salame e olive nel pane” e “pane con le cotiche”, fornite dall’oste della “Taverna del Passo” e dai macellai Caliendo e Volino. Si ballò al suono di “tammorre e mandole” e si cantò: sono due i documenti d’archivio che fanno cenno a gruppi di danzatori e suonatori ottajanesi finanziati, tra il 1830 e il 1850, dalla generosità dei costruttori di botti e barili e dai produttori di vini, che conoscevano bene, per l’attività che essi esercitavano, le feste popolari nel territorio vesuviano. Sabato scorso, nella Sagra di San Giovanni, Carmine Coppola e la sua orchestra hanno suonato versioni della “pizzica” che erano un ricamo, per l’eleganza, la leggerezza e la coordinazione dei passi, che “obbedivano” agevolmente anche ai ritmi intensi, alle impennate. Non si può restare spettatori quando davanti a te suonano e ballano la “pizzica”: sì, rimani fermo sul posto, rimani seduto, ma le braccia e le ginocchia si tendono, sussultano e dicono a chi ti osserva che dentro di te tutto sta seguendo il ritmo della musica, i sensi, la percezione, i battiti del cuore. Forse hanno ragione quelli che collegano la danza e la tammorra alla cura delle donne “tarantolate”, morse dalla “taranta”. Sono rimasto per molti e lunghi minuti ad ammirare i volteggi e i cambi di passo di una signora – si chiama Imma- che, mentre “dipingeva” i movimenti e il ruotar della veste, sorrideva, incantata, come incantati erano tutti i presenti che la contemplavano. Lunga, senza pausa, era la fila dei clienti ai banchi dietro i quali le signore del Comitato confermavano il valore prezioso della loro arte della cucina: primi piatti, pizzette, strabilianti “montanare” e versioni multiple del “cuoppo” napoletano e vesuviano: lo dico da sempre: meritano, queste signore ,di partecipare ai festival della cucina nostra, perché la loro arte è fatta di tocchi di classe, di tempi e di ritmi: come la musica e la danza. Un applauso intenso merita tutto il Comitato organizzatore, per i manifesti, per l’arredo della piazza, per la disposizione delle cucine, per la scelta dei protagonisti: mi dispiace di non aver potuto assistere, venerdì 21, all’esibizione dei giovani talenti della Accademia Music Family di Saverio Xavier Miranda. L’arte della presentazione ha un suo campione nel dott. Luigi Aprile: lo sappiamo da sempre. E il suo modo di presentare è musica: perché obbedisce a un codice di toni, di ritmi, di pause. I miei auguri vanno anche a un altro Aprile, Vito, che ha incominciato a interessarsi dell’organizzazione, nel segno della concretezza e dell’attenzione. Che possiamo dire di Vincenzo Caldarelli? Abbiamo già detto tutto, o quasi. Ora dico che la sua passione e il suo impegno per la “Sagra” in questi anni non sono diminuiti di un grammo: il suo entusiasmo brilla e arde ogni anno di più. E per ultimo, perché è il primo, il parroco, don Salvatore Mungiello. San Giovanni e San Lorenzo hanno voluto per le loro chiese un parroco che quando parla con te ti guarda negli occhi, che chiacchiera poco e agisce molto, senza usare le trombe, in silenziosa concretezza, un parroco che ha le idee chiare e lo spirito forte. Egli vuole che la comunità di San Lorenzo- San Giovanni sia sempre più viva e compatta, e creda sempre più intensamente nei valori fondamentali della religione e della civiltà culturale e sociale.

 

 

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