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giovedì, Giugno 30, 2022

La poesia di Antonietta Cianci alla ricerca dell’ “essenziale”

La nuova raccolta della Cianci, “Il disordine degli abbandoni”, comprende poesie scritte durante la  pandemia. Che diventa drammatica immagine di un assoluto disordine, di una “vita sospesa”. Ma la poetessa non si arrende: e continua a cercare in sé e negli altri (e nell’altro ) “l’essenziale” e le “preziose geometrie del quotidiano”. Ammirevole la “potenza”  che la Cianci esprime nella definizione di immagini capaci di rappresentare, in un disegno “essenziale”, i molteplici, e talvolta sorprendenti, aspetti della realtà.

 

In questa seconda raccolta, “Il disordine degli abbandoni”, Antonietta Cianci conferma una sua splendida “virtù”, saper trovare l’immagine polifonica che si apre a contenere, nel fiato di un disegno, il complicato concerto di idee, sentimenti, paure, speranze. “E io resto a volte stupita / a volte stordita /dalla paura profonda/ di essermi persa in te /senza che tu ci sia”: un “aprosdòketon” – senza che tu ci sia – l’ inattesa conclusione di una poesia che si intitola “Smarrirsi”: ma non è un gioco di retorica, è la fotografia esatta, e problematica, di una condizione spirituale complessa: leggi l’ultimo verso e “vedi” il mondo rovesciato e frantumato di Munch e di Dalì. E intanto la pandemia si rivela come il teatro pirandelliano della tortura, un inarrestabile smascheramento della nostra doppiezza, il terribile atto d’accusa al “non senso” del nostro vivere: “la gente rivelava /il suo vero volto” scrive la Cianci nella poesia “La bolgia” e nel passo in prosa “Luogo immaginario” si descrive mentre, seduta “sul balcone a pensare a come salvarmi dalla disperazione” impara “a costruire un luogo immaginario. Un luogo in cui mi sento libera da quel dolore strisciante che mi corre nelle vene ad ogni risveglio”. Questo “luogo immaginario” è il mare: seduta sulla riva, ella aspetta “che tu arrivi, con la barba incolta e le mani screpolate, anche tu leggero e spensierato”. Lui la stringe tra le sue braccia, “e allora il mio luogo diventi tu”. E’ il mare inquieto, ora sereno, ora minaccioso: il mare di Courbet. In “Distanza” il mare dovrebbe definirsi come uno spazio chiuso: la poetessa dice a questo enigmatico lui di “non tornare. / Non so stare nel tuo mare / mi inquieta / mi spettina la vita / mi costringe a credere/ che c’è ancora una partita”. Ma la Cianci vuole essere costretta a crederlo: la rima -ita del terzultimo e dell’ultimo verso – vita /partita – ha il timbro della musica che continua, che lascia aperto uno spiraglio. E infatti in “Domeniche di giugno ”lui sta sulla prua di una barca “con i capelli spettinati / e la barba incolta” e il sale si sparge sul suo volto e sulle sue mani. Il mare è in ogni caso il luogo di quell’ “essenziale” che con “sguardo spietato” vede agonizzare il “superfluo” nei giorni della pandemia, anche quando il male incominciava a indebolirsi “disperdendosi / tra le pieghe della quarantena” e donne e uomini si incamminavano di nuovo “sul ciottolato familiare ed eterno / del quotidiano “, ma “nessuno restava lo stesso “ ( La poesia si intitola “L’essenziale”). I ciottoli del quotidiano restano sempre gli stessi, ma i passi delle persone non sono più quelli di prima. L’immagine del “ciottolato del quotidiano” sa di genio poetico. In “Attese” lui è ancora quel “mare” sulle cui rive la poetessa ha raccolto conchiglie e ne ha riempito la valigia, prima di partire: le conchiglie, si sa, custodiscono la voce dei flutti. Tema fondamentale della raccolta è lo sforzo di capire chi è veramente “lui”, e dunque di sistemare anche il proprio mondo interiore: “Io non ti conosco. / Ti immagino. / Silenzioso /attento/ lunatico e presente. / Sai di mare e di essenziale.”. La poetessa riconosce sé stessa “nell’immaginato”. “Silenziosa, attenta, lunatica e presente”, fatta anche lei “di mare e di essenziale”. “E tu chi sei? / Lungo quale filo / sei scivolato/ nelle pieghe più belle/ del mio mondo?”. Scoprire sé stessa in lui, lui in sé stessa: e giustamente la poesia si intitola “Specchi”. Ma la Cianci non può arrendersi al disordine del mondo, moltiplicato dal gioco malvagio degli specchi. Lei sa mettere ordine, e lo fa con la poesia, con il potere della parola: è “primavera inoltrata”, è una silenziosa mattina di aprile: “fa freddo e sei lontano /

Ti sento nel profumo / del caffè pomeridiano. / Io sono qui / seduta al tavolo della mia giornata / e penso a te / alla nostra intimità intrecciata / fatta di sonno di carne di risate”. L’ “urto” di immagini ( il caffè pomeridiano, l’intimità fatta di sonno di carne e di risate) apre alla nostra attenzione gli spazi di un mondo che pare nascosto, e invece ci sollecita, ci chiama,  “gioca” con la nostra capacità di leggere in profondità, ci sfida. E in questa prospettiva, il mare diventa la metafora del viaggio che ognuno di noi dovrebbe fare,  dall’esterno verso la nostra interiorità: e il risultato di questo viaggio è scoprire che il nostro io e gli altri si incontrano, e si svelano reciprocamente, nelle “preziose geometrie del quotidiano”. L’eterno valore del mito di Ulisse.

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