Bentornati al ventitreesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
Oggi esamineremo la profonda trasformazione della didattica e della trasmissione musicale nel Medioevo, concentrandosi in particolare sull’apporto teorico e metodologico di Guido d’Arezzo.
All’inizio questo segmento viene completato il quadro storico e concettuale relativo all’evoluzione della scrittura neumatica e ai primi tentativi di dare una precisa collocazione spaziale ai suoni sulla pagina, superando i limiti della notazione adiastematica che non indicava gli intervalli precisi. Si introduce la figura di Guido d’Arezzo, attivo nell’XI secolo, il cui merito principale consiste nell’aver compreso la necessità di una riforma pedagogica radicale che permettesse ai cantori di apprendere canti mai uditi prima direttamente dalla pagina scritta, senza dover dipendere esclusivamente dall’insegnamento orale e dalla memoria. Guido formalizza l’uso del rigo musicale moderno inserendo linee di colori diversi, solitamente il giallo per la nota do e il rosso per la nota fa, offrendo così un punto di riferimento visivo immediato e certo per identificare i semitoni all’interno della scala.
Il cuore dell’approfondimento è incentrato sull’invenzione del sistema della solmisazione e sulla nascita dei nomi delle note. Per facilitare l’intonazione corretta degli intervalli, in particolare del semitono, Guido d’Arezzo adotta come modello pedagogico l’inno a San Giovanni Ut queant laxis. Questa composizione poetica possedeva la particolarità di iniziare ogni semifrase su una nota progressivamente più acuta, ascendendo grado per grado. Utilizzando le prime sillabe di ciascun emistichio, il teorico individua le sei sillabe ut, re, mi, fa, sol, la, che vanno a costituire una struttura scalare fissa di sei suoni definita esacordo. La caratteristica fondamentale dell’esacordo risiede nella posizione fissa dell’intervallo di semitono, che si colloca rigorosamente ed esclusivamente tra le sillabe mi e fa.
La trattazione analizza come questo modulo di sei note venisse applicato all’intero sistema musicale medievale per mezzo del meccanismo della mutazione. Poiché l’estensione complessiva delle melodie superava l’ambito di sei sole note, era necessario sovrapporre più esacordi di tre tipi differenti a seconda della posizione della nota si: l’esacordo naturale (costruito a partire dal do), l’esacordo duro (che partiva dal sol e utilizzava il si naturale) e l’esacordo molle (che partiva dal fa e necessitava del si bemolle per mantenere il semitono tra mi e fa). Quando una melodia superava i confini di un singolo esacordo, il cantore doveva effettuare una mutazione, ossia cambiare la denominazione delle sillabe sostituendo la sillaba di arrivo di un esacordo con quella di partenza del nuovo esacordo, mantenendo però inalterato il suono reale. Questo esercizio mentale e vocale permetteva di cantare qualsiasi melodia mantenendo la percezione del semitono sempre agganciata al rapporto tra le sillabe mi e fa.
Infine si evidenzia l’enorme impatto di questa riforma: la musica si svincola progressivamente dalla pura pratica empirica ed entra a pieno titolo nell’ambito delle discipline teoriche e speculative del quadrivio, trasformando il cantore da mero esecutore mnemonico a musico consapevole in grado di leggere in autonomia il repertorio scritto.
Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso.
P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)







