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I balconi affittati a prezzi elevati lungo le strade percorse dal corteo reale e dai soldati. Il culto del dio Pan e la festa della fecondità. Anche Garibaldi si recò al santuario di Piedigrotta. Le tarantelle e il suono dei putipù e degli scetavajasse respingono il malocchio: la “scampagnata” e il consumo di fichi. La splendida descrizione che Francesco Mastriani “compose” – è una prosa sinfonica – nel  1856.

 

Non ci dobbiamo meravigliare del fatto che a Napoli “la ricorrenza del Nascimento” della Beatissima Vergine si celebra in quella “grotta di Pozzuoli” in cui, secondo la tradizione, e forse anche secondo il “Satiricon” di Petronio,  si svolgevano i riti orgiastici in onore di Pan, nume della fertilità maschile. Fu decisione strategica del  Cristianesimo costruire chiese sui templi pagani e “cristianizzare” quelle feste degli dei antichi che erano diventate un radicato costume sociale, e dunque non solo non era facile, ma risultava anche controproducente cancellarle del tutto. Nel 1856 scrive Francesco Mastriani che il santuario nella “grotta di Pozzuoli” è frequentato per tutto l’anno solo da “pescatori, marinai ed altra gente di questa povertà”, ma l’8 settembre il luogo si trasforma: diventa “ricchissimo di pompa, di onori, di gente infinita” che accorre a visitarlo, e anche il re e i membri tutti della famiglia reale “si prostrano  riverenti e umili ai piedi di quella Donna che con occhio così benigno guarda a questa bella parte d’Italia e vi spande le grazie della sua efficace protezione”. Il caso volle che proprio  il 7 settembre di quattro anni dopo Garibaldi entrasse da conquistatore nella città di Napoli, da poco abbandonata dal suo ultimo re: e dopo la visita al Duomo e alle reliquie di San Gennaro, il generale si recò anche al Santuario di Piedigrotta: per non offendere i sentimenti religiosi dei Napoletani. Mastriani  definisce “unica al mondo” la festa di Piedigrotta, poiché “ in verità non sappiamo di altra festa che riunisca tutti gli elementi sociali in una così bella manifestazione di ossequio alla religione”: e infatti già molti giorni prima dell’8 settembre arrivano a Napoli folle di “ospiti di ogni ceto, e massime degli uomini di campagna” i quali abbandonano per poco tempo il loro lavoro per partecipare, con tutta la famiglia, a questa festa “civile, militare e religiosa”, “istituita dall’immortal Carlo III per il recupero del regno”.

“Gruppi innumerevoli di contadini dalle fogge più curiose e svariate” sfilano lungo Toledo, Santa Lucia, il Chiatamone e la Riviera di Chiaia fino al Santuario di Piedigrotta, e intanto raccontano ai loro figli le storie e le memorie della “più memorabile delle feste napoletane” e li esortano, come essi stessi erano stati esortati dai loro genitori, a trasmettere questi racconti ai loro figli. Dopo la visita al Santuario, inizia la parte “clamorosa” della festa. “Le moltitudini” incominciano  “a sperperarsi nelle adiacenti campagne”,  e i loro movimenti sono già passi di danza, accompagnati dagli scetavajasse, dai putipù, dai triccheballacche e dalle tammorre, e cioè da quegli strumenti al cui suono una lunga tradizione attribuisce il potere di mettere in fuga il demonio e i seminatori del malocchio.  Lo stesso potere  gli antichi lo attribuivano al dio Pan, al flauto e alla zampogna.. E per sottolineare certe corrispondenze, ricordiamo che durante questa festa i contadini erano soliti mangiare fichi, da sempre augurio simbolico di vita felice e prosperosa. Tornano anche altri piaceri: lungo le strade in cui sfilano il re, la sua guardia del corpo, e il corteo militare, tutti i  “balconi, terrazzini e terrazze sono coperti da ampie tende destinate  a schermire dai raggi del sole le più gentili damine, che hanno tanto sospirato il ritorno del dì otto settembre, per vedersi fatto segno agli sguardi di una sempre crescente calca di giovani.”  Su queste terrazze si fittavano anche le sedie, a un prezzo elevato: non c’era un varco da cui non spuntasse un “folto gruppo di teste umane”: tutti volevano vedere “l’amato Sovrano e i regali principi”. Anche il mare partecipava alla festa, perché le navi napoletane e quelle forestiere si “ornavano di graziose bandiere, quali abiti di gala”. Nel racconto di Mastriani i soldati diventano i protagonisti della festa, perché tutti, napoletani e forestieri, ammirano “l’irreprensibile aggiustatezza delle loro marce e fermate, del bel contegno marziale congiunto in esse ad un aspetto di compunzione e di umiltà religiosa”.

Ma dopo aver reso omaggio a Ferdinando II e alla truppa, Mastriani ci ricorda che Piedigrotta è, soprattutto nella “vigilia”, la festa di “canti, suoni e balli”: le “forosette”, e cioè le ragazze vivaci e audaci, intrecciano le danze “al suono di nacchere e tamburelli, e la tarantella classica e tradizionale spiega in questa congiuntura la grazia dei suoi passi, che sono tutta una storia d’amori.”. E’ la festa dei “torronari”, che mettono i loro banchi nei pressi delle chiese e vendono “giocherelli di pasta di miele e mandorlati “ che hanno la forma di “cerchi, cavalli, castelletti e figure di uomini e donne”. Mastriani conferma che “presso il popolo minuto” nei contratti matrimoniali le donne pretendevano che i mariti si impegnassero a condurle alla festa di Piedigrotta almeno una  volta.

E noi, dopo aver letto questa splendida pagina, ci chiediamo perché su Mastriani sia sceso l’oblio.