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La bellezza metafisica del “marcio”: la fotografia creativa di Vincenzo Orgitano

Sintesi luminosa di idea e di tecnica, la fotografia dell’artista libera il fiore dalle apparenze e trova, e registra, la forma prima: il “marcio” è un’altra dimensione del “bello”. Il segno dell’iperrealismo magico.

Furono proprio gli “scatti” di Giovanni Verga, il genio del verismo , a spiegare agli Italiani ciò che Degas, qualche anno prima, aveva spiegato ai Francesi, cioé che nemmeno la fotografia può garantire una copia fedele della realtà: per due motivi, perché la fotografia è un mezzo guidato dall’occhio, e perché la realtà è essa stessa una composizione della sensibilità, delle emozioni e del pensiero degli uomini. Insomma fu proprio la fotografia a dimostrare ai filosofi ermeneutici che l’occhio non è mai uno specchio neutro del mondo: l’occhio vede solo quello che l’interesse e la curiosità del pensiero gli dicono di vedere. E dunque la fotografia divenne arte, e come arte intrecciò con le arti figurative, e poi con la moda, con il cinema e con il design una rete di relazioni che sta alla base della cultura del ‘900: come dimostrò, nel 2002, la mirabile mostra di Lugano.

L’arte fotografica di Vincenzo Orgitano si costruisce intorno a un soggetto, il fiore, e attraverso due distinti momenti creativi, che l’artista stesso ci descrive. L’ idea prima è carica di valori simbolici: un fiore viene imbustato in un sacchetto per la conservazione sotto vuoto degli alimenti. Si avvia così un processo in cui il fiore viene modificato dai suoi stessi umori, lentamente secreti; il colore si trasforma, i tessuti vegetali tendono a diventare trasparenti: l’artista fotografa questa metamorfosi.  Il secondo momento è quello in cui la luce permea e attraversa tutta la sostanza del fiore, e registrata dall’artista attraverso un complesso procedimento fotografico, “la stampa a contatto”, produce, di quel fiore, due immagini inverse, un “ negativo” e un “positivo”.  E’ un risultato di grande importanza estetica e tecnica. Proprio in questi giorni è uscito il libro “ Fotografia maledetta e non” in cui Germano Celant cerca di spiegare perché la fotografia è stata attratta da temi “neri”, segnati da tutti i livelli della sgradevolezza. “ Per quasi due secoli – riassume Michele Smargiassi-  le foto sono derivate da un negativo, ogni ricordo solare di gioia aveva il suo ritratto di Dorian Gray in una matrice dove le luci si manifestavano come ombre.” (la Repubblica, 10 marzo).

Nell’arte di Orgitano “il negativo” si rovescia  nel “positivo” e alla fine “il positivo”, il “negativo” e il fiore vengono assemblati in un trittico, che diventa la sintesi del concetto archetipo, della sapienza tecnica e della riflessione filosofica sulla natura: “in fondo – dice l’artista – il fiore nella busta è ciò che resta di una vita”: e tuttavia “il marcio è bello”.  Nella “bellezza del marcio”  Orgitano riassume la sua estetica e la sua poetica,  e “Filobromuro. Apologia del marcio” fu il titolo della mostra salernitana delle sue opere. La fotografia di Orgitano è arte autentica: nasce da  un’idea originale, è magistero tecnico, è una meditazione complessa, in cui si specchiano l’interiorità dell’autore e le questioni drammatiche del nostro tempo, costretto a confrontarsi, ogni giorno, con i molti significati  del “marcio”.  L’arte di Orgitano è, infine, lavoro paziente, a partire dalla coltivazione dei fiori che poi verranno imbustati: diceva John Ruskin che non c’è arte senza la “sacralità” del lavoro manuale.

Nel 2008 si tenne a Milano una mostra delle fotografie in cui Abbas Kiarostami aveva “registrato”  le ombre che le cose proiettano sulla neve (v.foto appendice): il risultato estetico è un iperrealismo magico il cui fascino straniante mi pare che venga suggerito anche dall’opera di Orgitano. Ma quello che Vincenzo Orgitano chiama “marcio” è forse solo il dissolvimento delle apparenze: il fiore  sembra che vada verso la disgregazione, ma in realtà, come accade in ogni “mistero”, torna all’inizio, alla vita, che pare nuova  perché è la vita vera: alla fine del procedimento risplende, ormai libera essenza, l’idea prima che stava imprigionata nelle fibre del fiore e nei toni del colore.

Filosofico è il “mestiere” finissimo di questo giovane artista ottavianese, che ci invita  a entrare nel labirinto delle forme e a confrontarci con i giochi molteplici dell’essere. L’essere del fiore tenta di nascondersi, ma non può resistere all’ arte: non c’è cancello della natura che il gusto, l’intelligenza, l’amore per la ricerca e la sensibilità “mistica” non possano aprire. La fotografia di Vincenzo Orgitano è una meravigliosa indagine su quel prodigio per cui le infinite forme dell’ Essere sono alla fine una sola Forma.

 

 

 

 

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