L’esperienza da «modello», il progetto d’impresa, l’impegno in amministrazione, lo spirito polemico del capo staff politico del sindaco di Sant’Anastasia. Dai social network alle piazze, dalla politica alla moda, per lui la parola chiave è «rigenerarsi».
Venticinque anni, laureando in Scienze Politiche, il capo staff del sindaco di Sant’Anastasia è stato modello «per caso» prestando il suo volto a una pubblicità di caffè per un’azienda che esporta l’espresso napoletano in tutto il mondo. Ora ha in cantiere un nuovo brand, con un progetto d’impresa che ambisce a valorizzare il Made in Italy nel settore dell’abbigliamento. Nel frattempo, in modalità multitasking, si occupa da capo staff di coordinare il lavoro quotidiano ai piani «alti» del palazzo comunale al fianco del sindaco Lello Abete, come in precedenza aveva curato immagine e comunicazione politica nella squadra dell’ex primo cittadino Carmine Esposito. Molto discusso, spesso al centro di numerose polemiche, la figura di chi si occupa del «supporto politico» all’amministrazione comunale è stata praticamente creata, a Sant’Anastasia, con lui. Non meraviglia, perciò, che si trovi spesso nell’occhio del ciclone essendo appunto stato il primo – e l’unico – a ricoprire questo ruolo in città. Ciro Pavone è nato sotto il segno dello Scorpione, per gli interessati a questa peculiare sezione della nostra rubrica la sua carta natale si trova allegata in coda all’intervista.
Ciro, cominciamo dal fulcro di ogni cosa: la famiglia. Com’è la tua?
«Grande e allargata, ho con tutti un ottimo rapporto. Mio fratello Michele ha 29 anni, pochi più di me, ma cinque anni fa mio padre mi ha regalato un’altra sorella, Maria. Così come mia madre Enza e il suo compagno Salvatore, solo tre mesi fa, hanno ulteriormente ingrandito la famiglia con la nascita di Francesco e Benedetta, sarà bello veder crescere fratelli gemelli che sono più piccoli dei miei nipoti».
Tu com’eri da bambino?
«Credo di non aver mai avuto un’infanzia, mi sono sentito sempre più grande della mia età e ho sempre fatto cose da adulto. Non c’entra l’ambiente, è una questione di mentalità tant’è che il mio fratello maggiore è sostanzialmente diverso da me. Fatto sta che non ho mai legato con i coetanei, nemmeno con i compagni di scuola. Forse non è una cosa positiva ma mi ha fatto crescere, mi è servito ad affrontare la vita, le sue difficoltà, quelle comuni a tutti i giovani in un mondo che non offre opportunità e sbocchi, che ti calpesta».
Quando ti chiedevano cosa volevi fare da grande cosa rispondevi?
«Che volevo diventare un calciatore. A un certo punto cambiai idea: mi sarebbe piaciuto diventare ingegnere e progettare le Ferrari, altra mia grande passione. Poi si cresce, la vita ti mette di fronte alle cose concrete. Non lo so bene ancora adesso in verità, intanto seguo i miei sogni e ho già fatto tantissime esperienze. È che sono nato vecchio e sto man mano ringiovanendo, come nel libro di Francis Scott Fitzgerald, “Il curioso caso di Benjamin Button”».
Ma almeno giocavi, come fanno i bambini?
«Poco. A calcio, in strada. Giochi da villano. Di una cosa mi faccio vanto: quella di non aver mai posto paletti sociali, fin da piccolissimo, alle mie frequentazioni. Ritengo sia sintomo di maturità e intelligenza, alla fine ciascuno prende strade diverse e fa scelte differenti però, a patto di pensare con la propria testa, si può puntare a obiettivi importanti. Non è sempre facile in questo mondo ipocrita, ma io sono fatto così: non mi pento mai di nulla».
Stai per laurearti in Scienze Politiche, perché hai scelto questa strada?
«Scienze Politiche è una facoltà che ti dà un titolo da abbinare a determinate qualità. Una opzione di prestigio, non di sostanza. La laurea è uno strumento, non un fine. Mi mancano sei esami, ne ho sostenuti quattordici in due anni e credo che finirò a stretto giro, nel frattempo ho dato priorità ad altre cose. Penso ad una tesi in diritto pubblico, anche se filosofia politica è l’esame che mi ha dato più soddisfazioni. Poi so, in fondo, che in Italia la laurea non serve, fosse per me risistemerei l’impalcatura dell’intero sistema scolastico che non regge più: abbiamo un esercito di laureati disoccupati che non trovano sbocchi, i giovani dovrebbero capire che è meglio imparare un mestiere».
Tu però stai per prenderla una laurea. Un mestiere lo hai imparato?
«Io lavoro da quando avevo 15 anni. Mi occupavo del montaggio video insieme a mio padre che faceva il cineoperatore e riprese per i matrimoni. Mi sono diplomato in ragioneria e già il giorno dopo ho messo in piedi un’attività a Marigliano, con l’aiuto di mia madre. Per tre anni mi sono dedicato ad assicurazioni, finanziamenti, assistenza fiscale e patronato, un’esperienza molto utile dal punto di vista personale e professionale».
Il tuo primo approccio con la politica?
«Il mio bisnonno, Raffaele Casoria, è stato tra i fondatori della prima sezione del Msi a Sant’Anastasia. Mio nonno Orazio Esposito ha fatto politica in questa città fin dagli anni ’70, credo sia un fattore genetico. E proprio seguendo nonno Orazio ho partecipato alla mia prima campagna elettorale, era il 1997 e il nostro candidato sindaco era Luigi De Simone, io avevo otto anni. Mi affascinò quel mondo e ricordo che, quando seppi della sconfitta, piansi a dirotto per almeno un’ora, mi ha segnato tanto quel periodo. Nel 2006, era il periodo dell’ultima vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi, capii che dovevo impegnarmi. Presi parte alla campagna elettorale di Carmine Pone, poi a quella di Esposito nel 2010 e l’ultima, con Abete, nel 2014».
Hai parlato di “fattore genetico”, ci credi sul serio?
«L’ho trovato fisiologico, nonostante a casa mia non fossero contenti. Il nonno mi scoraggiava ma io so che in fondo gli fa piacere, così anche mia madre che alla fine mi è sempre accanto. Si tratta di sintonia concettuale, non di una scelta di opportunità o dettata da fattori esterni. Da bambino ascoltavo i 99 Posse – colpa di mio fratello – ma intanto ero affascinato dalla figura di Silvio Berlusconi e godevo delle sue vittorie».
Sei stato a lungo criticato sui social network per aver esposto una fotografia che ti ritrae mentre fai il saluto romano, non credi che per il ruolo che ricopri sia un tantino inopportuno?
«Le cose vanno sempre contestualizzate, la storia d’Italia è chiara e sappiamo tutti che in un determinato momento, dettato da condizioni esterne, il fascismo ha preso una piega assolutamente non condivisibile e ha prodotto situazioni disastrose. Ma siamo in democrazia e io ho tutto il sacrosanto diritto di pensare che Mussolini ha rappresentato una figura di leader che oggi servirebbe all’Italia: la nazione di quell’epoca non è molto lontana, per circostanze, da quella di oggi in termini di evoluzione sociale ed economica. I cicli si ripetono, se prendiamo i libri di storia e cancelliamo le date e i nomi, sfido chiunque a trovare differenze sostanziali. Quanto alle polemiche sciocche, non credo affatto di essere stato inopportuno né di aver danneggiato chicchessia, la foto che mi ritraeva in quel gesto era scattata al mare, in un momento goliardico, ci stavamo divertendo. Le polemiche le causano sempre gli stessi, quelli che hanno interesse a far ricadere su di me, o su altri, episodi da utilizzare politicamente in maniera negativa e spicciola, ma i cittadini per fortuna guardano alla sostanza e non alle sfumature».
Chiarissimo, ma ora lo eviteresti quel momento goliardico?
«Probabilmente sì. Precisando che non ho pregiudizi verso chicchessia né faccio alcuna discriminazione nei confronti di una o più categorie».
Però hai provocato selve di critiche con alcuni post sull’immigrazione.
«Chiariamo: ho tantissimi amici che provengono da paesi africani e nessun problema a interloquire con chi professa una religione diversa dalla mia, inoltre ritengo che ciascuno sia libero di fare quel che vuole nella propria camera da letto e sono una persona tranquilla. Altro è quel che ho detto, provocando critiche stupide: nella condizione in cui si trova l’Italia, non è pensabile far credere a tutti di poter arrivare qui felici e contenti. Se un padre di famiglia non riesce a garantire il cibo ai suoi figli, non può invitare il figlio di un altro a cena a casa sua. Qui i problemi sono di ordine sociale, mondiale ed europeo in particolare, l’invasione che stiamo subendo arreca danni non solo agli italiani ma anche a chi vive in Italia da tempo e si è integrato in maniera rispettosa delle leggi. La mia non è discriminazione, ma presa di posizione rispetto ai problemi che non ci permettono di accogliere degnamente chiunque».
Sei filo – europeista o credi che l’UE ci abbia solo danneggiati?
«Sarei un europeista convinto, per tradizione e cultura, ma all’epoca Prodi ci fece entrare in una Europa senza capo né coda, non quella dei popoli e degli Stati ma un’Europa delle banche e della finanza. La moneta unica non è lo strumento per costruire, doveva essere il fine ultimo di un processo più armonico che coinvolgesse dal punto di vista culturale. Doveva essere un’Europa forte nei confronti dell’America e dell’Oriente, purtroppo è una Unione dove ci si fa la guerra tra Stati e dove la Germania assume una posizione egemone con noi sottomessi ad una determinata categoria di poteri. Sono convinto, invece, che la politica debba avere come unico comune denominatore il riferimento del Bil, il benessere interno lordo di kennediana memoria: non fare alcun conto di parametri socio economici se non quello del benessere individuale e collettivo del proprio popolo, cosa che questa politica non fa. Sfido chiunque a trovarmi un provvedimento di ordine sociale ed economico che abbia fatto esclusivamente gli interessi del popolo».
Non c’è alcun politico che a tuo parere potrebbe prendere in mano la situazione?
«Non vedo alcun leader forte e carismatico con capacità di governo e di prendersi in carico istanze e problemi del popolo, in Italia non c’è. All’estero ho apprezzato Cameron, ma qui l’unico con qualche possibilità sarebbe Mario Draghi il quale però, nonostante stia tentando di invertire la tendenza politica della comunità europea, non riesce a scardinare il muro di lobby, poteri occulti e interessi che frenano ogni sua iniziativa. Anche il Quantitative Easing, senza dubbio orientato ad alleggerire i disagi, non ha tenuto conto di una cosa: i soldi sono serviti a far sì che le banche pagassero i propri debiti, quelle stesse banche che a loro volta non danno soldi ai cittadini. Nessuno oggi ha come unico fine quel che servirebbe: garantire benessere e dignità al proprio popolo».
Parliamo della tua esperienza da modello: ti abbiamo visto giganteggiare su cartelloni 6×3 lungo le strade principali di Napoli.
«Anche quelle di Roma e Milano, come sui giornali e sul web. Tutto è nato per gioco, rispondendo all’annuncio della Toraldo, azienda di caffè campana che selezionava volti per la pubblicità. Inviai la foto spinto da alcuni amici e scelsero la mia. Ho accettato per un motivo “politico” non per vanità: offrire il mio volto a un’azienda nostrana di grande spessore che porta il nome di Napoli e della nostra regione nel mondo è stato un onore».
Ti passo pure le nobili motivazioni, ma cosa si prova a vedersi ritratto in quelle dimensioni sapendo che ti vedono tutti?.
«Credevo di imbarazzarmi, invece è stato molto simpatico e piacevole. Ho trovato emozionante stare sul set per gli scatti usati poi nella pubblicità, un mondo assolutamente estraneo al mio quotidiano ma che mi ha dato sensazioni positive, compresa la meraviglia di chi mi riconosceva in una veste insolita».
Insomma, ti piacevi? Se ti ricapitasse ci penseresti?
«L’esperienza è finita come è cominciata, un caso fortuito. Per il resto non mi piaccio quasi mai, sono un perfezionista, consapevole tuttavia che a volte esagero».
Cosa cambieresti di te?
«Nulla. Prima che lo dica tu, lo faccio io: sono una contraddizione vivente. Inseguo una perfezione che non esiste e nonostante ciò, pur non riuscendo a piacermi, non cambierei proprio nulla».
Il tuo amore per la politica è sfociato nel 2010 in un’esperienza amministrativa. Sei stato parte essenziale dello staff di Esposito, sei il capo dello staff di Abete. Sai che la gente si chiede, spesso polemicamente, cos’è che fai in concreto e perché ci sia necessità di una figura come la tua in amministrazione?
«Innanzitutto mi ritengo una persona fortunata ad aver iniziato questa esperienza a vent’anni, è una straordinaria formazione dal punto di vista umano, sociale, amministrativo, politico, tralasciando l’aspetto più effimero, ossia quello economico, sul quale spesso e volentieri mi attaccano. In realtà, chi non comprende l’utilità di un supporto politico e amministrativo lo fa per mera ignoranza rispetto all’approccio e alla gestione del governo di un territorio e, nel complesso, a quella della macchina amministrativa».
Allora mettiamola così, e te lo chiede chi è invece convinta non solo dell’utilità di uno staff ma anche della necessità di mutuare in Italia l’usanza americana dello spoils system: non sarà perché eri troppo giovane, senza esperienze pregresse?
«L’indice anagrafico non è un valore assoluto, ci sono giovani capaci e persone adulte che non saprebbero destreggiarsi in situazioni che affronto ogni giorno in amministrazione, ci sono giovani “vecchi” e vecchi con lo spirito di un ragazzino. La data di nascita non conta nulla. Io rispondo per le mie capacità, non per la mia età. La politica è qualcosa di innato e ho sempre fatto il paragone con il calcio: l’esperienza occorre ma se non ce l’hai dentro non eccellerai mai rispetto ad altri. O sai giocare o no, io so farlo».
Cos’è che fai nel concreto da capo staff?
«Mi occupo di tutto, dal verde pubblico alle delibere, dalle determine ai più piccoli problemi che possono nascere nel quotidiano, sono di supporto al sindaco che ovviamente è preso da milioni di altre cose necessarie, controllo tutto ciò che attiene alla sfera amministrativa, accelero quel che posso, a volte ci metto mano e tento di dare il mio contributo perché tutto fili alla perfezione».
Tornando ai social network, usi spesso Facebook per veicolare messaggi il più delle volte “forti” e finalizzati a dare un’immagine positiva degli amministratori. Ma poi finisci per litigare con i cittadini, più che dialogarci.
«Non è così, mi capita di discutere con una determinata categoria di cittadini che hanno interessi politici opposti, scambio opinioni accese, ma non litigo con nessuno. Facebook è uno strumento freddo e gli intenti vengono spesso fraintesi. C’è poi chi, non avendo altri argomenti, tenta di screditarmi dal punto di vista personale. Ma non rinuncio ai social network, oggi sono fondamentali e chi non ne comprende l’incidenza è fuori dal mondo. Sono più efficaci, scusa se lo dico proprio a te, dei giornali. E una buona amministrazione deve avere anche canali interattivi. In ogni caso oggi mi occupo d’altro, della quotidianità, di quel tipo del governo del territorio finalizzato a migliorare la qualità della vita del cittadino, chi amministra un paese di trentamila abitanti deve pensare a rendere il territorio vivibile, fruibile, accessibile a tutti, non alle riforme economiche in stile rooseveltiano».
Come ti definiresti da un punto di vista politico? Un liberale, un conservatore?
«Non mi sento incasellato, mi definirei un pratico. Le sovrastrutture concettuali servono solo a nascondersi dietro il nulla. All’Italia non serve né un governo di centro destra né un governo di centrosinistra, ma un governo “con le palle” che affronti i problemi reali del popolo e li risolva. Per salvare l’Italia, a mio parere, servono un foglio, una penna e l’elenco di tutto ciò che va tagliato. Perché almeno il 50% della spesa pubblica viene buttata via in niente, in materia sistematica. Come dice Vittorio Sgarbi, i soldi in Italia ci sono ma vengono spesi malissimo».
Invece per salvare Sant’Anastasia cosa occorrerebbe?
«Non lo dico perché mi sento diretto interessato, ma Sant’Anastasia è uno dei paesi più ridenti dell’hinterland vesuviano e napoletano, per il contesto strutturale che accoglie i suoi figli. Il problema è che il cittadino medio – come leggevo in una tua intervista allo stilista e concittadino Raffaele Tufano e con il quale concordo – è purtroppo poco legato al territorio, esalta altre realtà limitrofe. Bisogna impegnarsi, voler bene al paese, tutto è perfettibile. Ovviamente l’incipit deve arrivare da chi amministra ma se non c’è l’aiuto della parte sana della popolazione e se i cittadini non si impegnano affinché questo processo si concretizzi nella sua massima estensione, le difficoltà ci saranno sempre. Un esempio pratico: se noi puliamo un parco e dopo due ore ci troviamo deiezioni canine e spazzatura, qualche domanda dobbiamo porcela. Non è che possiamo installare telecamere ovunque che seguano le persone. Attenzione, è un esempio, altrimenti diranno che ce la prendiamo con i cittadini se qualcosa non funziona, non è così. Ma la cultura della collaborazione va incentivata».
Cosa ti manca di più di Sant’Anastasia quando vai fuori?
«Sono legatissimo a Madonna dell’Arco, ho abitato di fronte al Santuario per tredici anni, i ricordi della mia infanzia sono tutti lì, in quel contesto bellissimo. Con qualche piccolo accorgimento si potrebbe anche migliorare ma penso sia paragonabile, per atmosfera e connotazione strutturale, alle migliori località campane, quelle più rinomate e frequentate dai turisti. Amo soprattutto via padre Raimondo Sorrentino, l’ho sempre immaginata come una strada a grandissimo impatto ricettivo, fosse per me penserei a tanti localini accoglienti dall’imbocco di fronte alla chiesa fin su alla stazione. Mi piace anche piazza Siano, credo sia bellissima da quando ne abbiamo fatto la culla delle attività ricreative, ma andrebbe sfruttata ancora di più».
Perché non ti sei mai candidato? Preferisci star dietro le quinte?
«No, nell’ultima competizione avrei voluto, sentivo forte questa velleità ed è una legittima ambizione. Mi sono messo a disposizione della squadra e mi è stato invece chiesto un impegno diverso, quello di coordinare la campagna elettorale. Ho accettato, per la buona riuscita e il proseguimento di un progetto cui tengo quasi quanto alla mia vita stessa».
In futuro pensi di farlo?
«Ne ho l’ambizione, come potrei dire di no? Sarebbe un’eresia per uno che è immerso nella politica 24 ore al giorno e che si sveglia di notte con l’ansia perché pensa di aver trascurato qualcosa».
Nelle tue corde ci sarebbe più un impegno cittadino o sovracomunale?
«I politici impegnati sul proprio territorio sono l’ultimo baluardo alla degenerazione della politica».
Tra meno di un mese si voterà per le regionali, tu non sei legato ad alcun partito. Hai già scelto considerando che, guardate le liste dei due principali competitor, non ha senso parlare di uomini di destra o sinistra?
«Stefano Caldoro, senza dubbio. Una persona per bene che ha ereditato una situazione vergognosa. Mi infiammo quando sento affermare, da esponenti del centrosinistra, che lui ha distrutto la Regione. Perché chi ha completamente rovinato il futuro di una generazione intera sta nelle file che oggi sostengono De Luca. Ma poi, spada di Damocle della legge Severino a parte – che io aborro in quanto ritengo che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio – non possiamo permetterci di pagare per l’eventualità, fosse pure lontana, di una possibile decadenza post elezioni. In ogni caso, chi ha amministrato un condominio anche di lusso come Salerno, con tutto il rispetto per Salerno e per i condomini, non credo sia adatto a governare la Regione Campania che ha dinamiche del tutto differenti e non paragonabili».
Da dove nasce la tua mania di dare consigli di stile e moda? Su Facebook ultimamente ti produci in suggerimenti su questo versante che nemmeno Enzo Miccio…
«Non è che abbia alle spalle un master in moda e design, chiariamo. La trovo una maniera simpatica, senza presunzione alcuna, di far capire la mia idea: ossia che nel mondo c’è necessità di ritrovare un po’ di stile anche nel vestirsi, oltre che negli atteggiamenti. Io dico che l’abito fa il monaco, se il monaco ha già sostanza naturalmente. Scevro da qualunque ipocrisia, arrivo a dire anche che una relazione interpersonale tra due persone di gradevole aspetto è, per quel che mi riguarda, superiore».
E che ne facciamo delle persone di non gradevole aspetto?
«Le convinciamo a rendersi tali. In giro si vedono cose assurde e le nuove generazioni tendono ad assumere comportamenti di stile non proprio congeniali. Prendi i tatuaggi: che bisogno ci sarà mai di sfigurare il proprio corpo? Le degenerazioni portano alle deviazioni».
Avevo capito male, pensavo ti riferissi al mero aspetto fisico. Invece parli delle pratiche che secondo te non aiutano l’estetica. Opinioni, perciò opinabili. Dunque non potresti mai uscire con una donna vestita male? Nemmeno se simpatica, intelligente e colta?
«Purché sia vestita bene, le doti che hai elencato vanno benissimo».
La tua fidanzata sceglie gli abiti da sola o supervisioni anche lei?
«La mia fidanzata, Donatella, con la quale sono insieme da dieci anni, si veste bene. A volte non mi trova d’accordo su alcune scelte di stile ma generalmente è così. Sulle altre doti non si discute, si è appena laureata con 110 e lode in medicina veterinaria ed è in piena fase di concretizzazione della sua carriera».
Dunque, se avessi un figlio, gli insegneresti che l’abito fa il monaco?
«Ho un nipote di cinque anni, una sorella della stessa età e due fratellini neonati: si cerca innanzitutto di farli vivere in un contesto armonico che li renda forti. Ovviamente, se acquisto qualche abitino per loro lo faccio secondo il mio prototipo di stile».
So che hai in cantiere un progetto d’impresa, di che si tratta?
«È un progetto imprenditoriale che mira a dare alle persone la possibilità di avere un aspetto più gradevole e colorato, mantenendo lo stile e l’eleganza. Il brand porterà il mio nome e sarà incentrato sul campo dell’abbigliamento, un capo in particolare – che non voglio ancora svelare – e che avrà diverse varianti da abbinare insieme. Sono in fase di sviluppo avanzato e l’intenzione è concretizzare nei prossimi mesi, salvo gli impedimenti e gli ostacoli che la burocrazia mette oggi sulla strada di tutti coloro che vogliono far impresa».
Un brand che si chiama Pavone, come te ma anche come la creatura con il piumaggio colorato che fa la ruota, non è male. La sede sarà a Sant’Anastasia?
«Sto tentando di far sì che il mio sia un marchio legato al territorio e sviluppato interamente in Campania anche per la produzione, perché ritengo un valore il legame con la propria terra. Ho l’ambizione di mantenere tutto qui, dove sono nato e vivo, facendo di Sant’Anastasia l’epicentro e sperando di portare il nome del mio paese fuori dai confini, come già fanno altri nostri concittadini».
Qual è l’imprenditore italiano che ammiri di più?
«Brunello Cucinelli».
Stilista, imprenditore, anche simbolo del lusso, no?
«Certo, ma soprattutto ispirato all’umanesimo come dottrina nell’approccio con i suoi dipendenti. Lo considero all’apice dell’industria italiana di qualità».
Qual è il politico italiano che si veste peggio?
«I grillini fanno a gara, tranne forse il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio. Ma lui è napoletano, dunque sicuramente influisce la nostra tradizione genetica nel bel vestire, Napoli è la culla mondiale dell’eleganza sartoriale».
E quello che, invece, veste meglio?
«Ricordo che consideravo Bertinotti, quando era ancora sulla scena politica, un comunista atipico da questo punto di vista, lui vestiva benissimo. Ma modello di stile considero soltanto Berlusconi».
Il doppio petto no, ti prego.
«Ho detto che è un modello, credo che abbia portato l’eleganza anche tra i politici, unico ad averlo fatto».
Ti scappa qualche consiglio anche per i politici anastasiani, giacché li frequenti tanto?
«Ci sarebbe da lavorare molto, ma sono tutti amici e mi astengo».
Allora per fair play lasciamo stare il peggio. Chi di loro consideri invece il più elegante?
«Senza alcun dubbio l’attuale vicesindaco Armando Di Perna, se devo attenermi a quelli in carica. Lui però qualche volta esagera e glielo dico scherzosamente perché lo considero un fratello. Diciamo che è un po’ troppo perfetto e le persone potrebbero considerarlo inarrivabile. Un jeans e un giubbino di pelle ogni tanto non gli farebbero male, è giovane e può farlo».
Quand’è che una donna diventa volgare?
«Una donna può essere chic completamente nuda o volgarissima vestita da capo a piedi. L’importante è che si attenga, nella scelta degli abiti, alla sua conformazione fisica. Se è volgare di suo, non c’è abito che tenga».
Cosa pensi delle “quote rosa” in politica?
«Le ritengo una mortificazione per la donna che considero mediamente più intelligente e capace dei maschi, eccezioni a parte. Alcune leggi come quella sulle pari opportunità, ma anche quella sul femminicidio e pure quella sulla corruzione se esuliamo dall’argomento, non possono arginare deviazioni intrinseche alla società. Sono scudi inutili: per fermare certi fenomeni o cambiarne altri, serve una rivoluzione culturale. Non medaglie appuntate sulla giacca, meglio sarebbe metterle sull’anima».
Qual è, tra i libri che hai letto, quello che più ti ha segnato?
«”Le banalità del male” di Hannah Arendt, una lucidissima riflessione su uno dei processi più importanti del ‘900 e sulle derive dello stato totalitario. Una cronaca che, sviscerata da una autrice come la Arendt, impressiona ancor di più».
Sai che, quando ti accalori nel discorso, sembra scomparire anche il tuo difetto di pronuncia? Non incespichi più sulle parole. Hai un trucco?
«No, nessun trucco. Del resto non l’ho mai vissuto come un problema, credo sia dovuto al fatto che la mia mente marcia a tremila km orari, sono qui ma sto già pensando ad altro. Teorie scientifiche comprovate dicono che chi balbetta è più intelligente della media».
Se ci atteniamo ai personaggi celebri, è un “difetto” che accomuna Mosè, Aristotele, Napoleone Bonaparte, Newton, Churchill e la Monroe, tra gli altri.
«Sono in ottima compagnia».
Quale genere di film ti piace?
«Mi piacciono i film d’azione e quelli storici. Odio la fantascienza e in parte anche i comici. L’ultimo film italiano che ho apprezzato è “La grande bellezza” di Sorrentino, premiato come di dovere agli Oscar».
Il film è bellissimo, ma ti piace quel genere di vita un po’ superficiale che racconta?
«Quella superficialità raccontata così ha un senso molto più ampio. Senza cadere nella degenerazione, credo che un po’ di leggerezza serva ad affrontare meglio anche la vita».
L’opera d’arte più bella che tu abbia mai visto?
«Il Cristo Velato, a Napoli. Straordinario».
Se avessi la possibilità di resuscitare un personaggio storico a tua scelta?
«Benito Mussolini, se restiamo nel ‘900. Andare indietro ancor di più non mi sembra il caso e non ne trovo un altro con lo stesso spessore».
Non dovevo nemmeno chiedertelo.
«Ma l’hai fatto. E io non sono ipocrita».
Quanto conta l’amicizia nella tua vita?
«Ho pochi amici, quasi fratelli, con i quali passo il mio tempo e mi confido raccontandogli di me. Le altre sono conoscenze, stimo e apprezzo tanti dai quali sono ricambiato ma non è la stessa cosa. Importantissima, l’amicizia».
Secondo te, l’essere umano è fondamentalmente buono o cattivo?
«Cattivo. Come tutti gli animali. Se nel mondo non esistesse l’ipocrisia vivremmo in un contesto pregno di invidia e odio per il prossimo, invece tutti vanno in chiesa a battersi il petto e tornano a rifare le stesse cose una volta fuori».
Tu non vai in chiesa?
«Io ci sono cresciuto in chiesa, vi ho trascorso anni importanti della mia vita. Anzi, devo ringraziare Mimmo Granata che, da responsabile dei giovani del Santuario di Madonna dell’Arco, mi ha accolto in maniera fraterna. Però ero sempre l’anima critica del gruppo e in contrasto eterno con i sacerdoti. La Chiesa, come tutte le istituzioni governate dall’uomo, ha in sé pesanti degradazioni. Io credo nei grandi uomini e nelle grandi opere, in Padre Pio per la straordinaria opera sociale compiuta in vita, in Giuseppe Moscati e altri personaggi di spessore. La religione cristiana è modello di vita a prescindere ma le persone intelligenti si fanno sempre delle domande alle quali spesso non c’è risposta, se non per fede cieca».
Il denaro è importante?
«Lo considero uno strumento abbastanza volgare ma necessario. Nella vita conta molto, chi dice il contrario sta mentendo».
Se fossi un animale…?
«Sarei un leone, perché tale mi sento nel quotidiano».
Cos’è che non faresti mai nella vita, nemmeno se ti offrissero 100 milioni di euro?
«Mi sono ripromesso di dire tutta la verità e non nascondere nulla di quel che penso perché credo sia lo scopo di questa intervista. Perciò ti rispondo, senza ipocrisia, che tutti hanno un prezzo. Cento milioni di euro potrebbero essere il mio, anche per avere dubbi sul mio percorso di vita».
Qual è il regalo più bello che hai ricevuto?
«Tutti mi rimproverano di non mostrare sentimenti di felicità quando ricevo un regalo. Sarà vero, ma il più bello, e utile, è stata l’auto. Un regalo di mia madre».
Il più bello che hai fatto tu?
«Credo che il più apprezzato sia stato l’anello di fidanzamento a Donatella. Per il resto sono un pessimo fidanzato per nulla romantico, con la fortuna di avere accanto una donna che mi invade di attenzioni e spesso, per limiti e carattere, so di non meritarle».
Se potessi esprimere tre soli desideri chiedendo tutto quel che vuoi?
«Soldi, felicità, salute».
In quest’ordine?
«Salute, soldi, felicità».
Il tuo più grande pregio e il tuo difetto?
«Sono una persona schietta e sincera, dico tutto quel che penso anche a costo di sbagliare. Lo ritengo un pregio. Il difetto è evidente per chiunque mi conosca: sono un ritardatario conclamato, mai puntuale nemmeno agli appuntamenti più importanti».
Hai scaramanzie, superstizioni?
«Credo solo nella negatività di certe persone, generata essenzialmente dall’invidia. Adoro il venerdì 17 fin da bambino, non so perché, e mi piacciono i gatti neri. La scaramanzia arriva solo in occasione delle partite di calcio importanti: metto gli stessi vestiti, faccio le stesse cose, assumo i medesimi atteggiamenti».
Come ti vedi di qui a trent’anni?
«Posso dirti come vorrei essere: felicemente sposato, con alcuni figli, socialmente inserito, professionalmente realizzato, politicamente apprezzato. Poi la vita ci dirà chi saremo».
Per finire, se dovessi descriverti in poche parole a chi non ti conosce?
«Quando mi presento a una persona nuova, fatico a far comprendere che non sono come sembro».
Perché, come sembri?
«Totalmente diverso da come sono».
Ciro, così andiamo avanti a oltranza: descriviti e basta.
«So di apparire antipatico, sempre sulle mie, di mettere a volte soggezione, questa è un’immagine che mi porta sempre a modificare l’approccio primario con le persone. Invece sono tranquillo, solare, senza pregiudizi, lontano da ogni discriminazione, amo stare con chi mi fa sentire bene, ma ho i miei canoni di valutazione».




