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Nel centenario della nascita del grande Fausto Coppi (1919 – 1960), il ricordo del trentenne falegname sommese Giuseppe D’Avino (1915 – 1985) che nel 1945 consegnò al famoso ciclista la sua bicicletta per proseguire i suoi allenamenti.

Nel 1942 il caporale Fausto Coppi era uno dei tanti soldati al fronte nella guerra d’Africa di cui si erano perse le tracce. Il ciclista aveva già vinto, a sorpresa, il suo primo Giro d’Italia nel 1940. Dopo la partenza per la guerra, tanti suoi estimatori lo credevano, addirittura, morto. Catturato, infatti, dagli inglesi in Tunisia, Coppi fu trasferito a Caserta in una base della Royal Air Force, dopo lo sbarco alleato a Salerno. A individuarlo, agli inizi del 1945, fu il cronista sportivo Gino Palumbo (1921 – 1987), che pubblicò una sorta di appello sul quotidiano La Voce, in cui incitò gli appassionati a fornire una bici al campione per poter proseguire gli allenamenti. All’appello rispose Giuseppe D’Avino alias scassaporte: un trentenne falegname nativo di Somma Vesuviana che nutriva una forte passione per il ciclismo. Era nato, infatti, il 16 luglio 1915 in via Castello da Francesco e Assunta Aliperta. Il falegname prontamente montò in sella alla sua Legnano verde e si recò a Caserta per consegnarla ai custodi britannici del campione. Giuseppe era sicuro che Coppi, non ancora un mito affermato, sarebbe diventato una star mondiale. Grazie a quel generoso e prezioso gesto, il grande ciclista poté rimettersi in sella dopo gli anni bui della guerra. Due mesi dopo, come gesto di ringraziamento, Coppi fu visto a Somma Vesuviana in sella alla sua bicicletta: era salpato, infatti, da Somma e, la sera del giorno dopo, era a casa a Novi Ligure, dopo aver percorso ben 817 chilometri in meno di due giorni. L’incontro tra il falegname e il ciclista – afferma il giornalista Luigi Mosca –  è entrato pienamente nella storia del ciclismo, tantoché l’episodio non solo è stato narrato dal compianto articolista Gianni Brera nella sua biografia coppiana,ma lo ricorda, tra gli altri, anche il volume Un uomo solo. Vita e leggenda di Fausto Coppi, il campionissimodello scrittore sportivo William Fotheringham, uscito in occasione del cinquantennale della morte del leggendario campione nel 2010. Coppi mantenne, successivamente, un legame molto forte con il falegname sommese e con i figli Franco, Nicola, Aniello e Angelo. Negli anni dei grandi trionfi – continua Luigi Mosca –  era abitudine di Coppi venirlo a trovare al termine delle tappe campane del Giro d’Italia. Fu un privilegio enorme per la famiglia sommese. Per ripagare quel vecchio debito, il campione aveva promesso di regalare una bici da corsa a Franco, il primogenito di Giuseppe, quando il ragazzo avrebbe compiuto i diciotto anni. Ma nel 1960 sopraggiunse, come ben sappiamo, la morte.Nella carriera da professionista, durata ventuno anni – diciotto se si considera l’interruzione a causa della guerra – Coppi vinse complessivamente 151 corse su strada. Indossò per 31 giorni la maglia rosa del Giro d’Italia e per 19 giorni la maglia gialla del Tour de France. Al Giro vinse ventidue frazioni, al Tour nove. Giuseppe D’Avino, invece, ci lasciò per sempre una sera del 20 aprile del 1985. Il figlio Angelo, dirigente scolastico, da sempre testimonial di quell’evento, ha dato il via il 10 settembre di quest’anno, insieme a Faustino Coppi figlio del campione, alla celebrazione del centenario della sua nascita, inaugurando una gara ciclistica da Caserta a Castellania, paese di nascita del Campionissimo.