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I funerali di Casamonica sono la fotografia dello sfascio di Roma e di certi suoi Palazzi

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Nella capitale nessuno sapeva niente. Un elicottero vola sulla città, e nessuno sa niente. Il prete non conosce la storia dell’uomo di cui celebra le esequie. Il no ai funerali di Welby.

Alla fine, gli Italiani devono ringraziare chi ha organizzato i trionfali funerali del sig. Vittorio Casamonica con un apparato da Hollywood: l’elicottero che spande una pioggia di petali di rose; la banda che intona prima la colonna sonora del “Padrino” e poi quella  di “2001 Odissea dello spazio”; due manifesti collocati all’entrata della chiesa di San Giovanni Bosco, uno con il proclama “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”, e l’altro con l’immagine del defunto vestito di bianco, il crocifisso sul petto, sullo sfondo il Colosseo e la Cupola di San Pietro, e il sobrio titolo di “ Re di Roma”.

Una cosa incredibile: un film di Tomas Milian e di Bombolo. Ho letto da qualche parte che funerali così li organizzavano solo per i mammasantissima siciliani degli anni ’50.
Chi ha scritto questo non conosce bene la storia della mafia. I funerali di don Calogero Vizzini, nel luglio del 1954, furono una cerimonia terribile, perché politici, magistrati e rappresentanti delle forze di polizia resero pubblico omaggio al defunto capomafia, ma nella pompa di quella cerimonia non ci fu un solo elemento degno di essere accostato ai manifesti del sig. Casamonica, all’elicottero e alla pioggia di petali di rosa.

Bisogna ringraziare gli organizzatori dei funerali perché hanno spiegato agli Italiani, con una sequenza di immagini, qual è lo sfascio di Roma: una spiegazione chiara, indiscutibile, netta come un pugno nello stomaco, istintiva come il rigurgito del vomito.

Le storielle di Mafia Capitale hanno fatto rumore, ma al rumore sono state applicate le sordine della politica, e perciò esso si è a poco a poco affievolito in sbuffi di fumo e di nebbia. Questi funerali, il gioco dello scaricabarile che è in corso, e la certezza che nessuno pagherà il conto ci dicono, ancora una volta, ma più energicamente di altre volte, che in questa Italia rovesciata esistono molte bilance, un gran numero di pesi, e un’infinita varietà di misure, e che a Roma nessuno sa chi ha autorizzato un elicottero – un velivolo ultraleggero, precisa il prefetto Gabrielli – a levarsi in volo: e se fosse stato un velivolo dell’Isis?, e nessuno ha visto quei manifesti, e nessuno ha notato il carro trainato da cavalli  muoversi lungo la strada: mi correggo: i vigili l’hanno notato, perché il corteo aveva bloccato la via Tuscolana, ed essi si sono dati da fare per mettere ordine, ma a nessuno di loro è venuto in mente di informare qualche autorità.

Per ora ha pagato il pilota del velivolo ultraleggero: come al solito, si parte dall’anello debole della catena. Intanto il ministro Alfano chiede una relazione al prefetto Gabrielli, e il prefetto Gabrielli trasmette la richiesta ai vigili, ai carabinieri e alla polizia, e avverte: l’episodio è ingiustificabile, ma Roma non è connivente.

Sono certo che il ministro e il prefetto sanno cosa hanno scritto di Roma i giornali stranieri in questi ultimi mesi, e cosa scrivono oggi, e come commentano le fotografie del carro funebre, dell’elicottero, della banda e dei manifesti, e qual è il danno che l’immagine della Capitale infligge all’economia dell’Italia, e quanti dubbi suscita negli investitori stranieri.
Roberto Saviano ha ricordato che la stessa Chiesa di San Giovanni Bosco, che si è aperta ai funerali del sig. Casamonica, restò chiusa per Piergiorgio Welby, colpevole di aver pubblicamente proclamato il suo diritto a morire dolcemente e a non essere più torturato dall’accanimento terapeutico.

Non voglio, qui, affrontare questo tema: la nobile storia di Welby non merita di essere accostata ai funerali del sig. Casamonica. Ma non ho mai dimenticato ciò che si permise di dire il card. Ruini in quella circostanza.

Non vorrei parlare nemmeno del prete che ha celebrato questi funerali: leggo che è un salesiano, e che si chiama Giancarlo Manieri. Scrive, sul suo sito, che egli è prete, non è né poliziotto, né giudice, e che, essendo prete, ha il dovere di distribuire misericordia, come più volte ha detto papa Francesco.  Dice, il Manieri, che non sapeva chi fosse il Casamonica, e si chiede perché stava a casa sua, se era un boss.
Dunque, il parroco non conosce la storia della persona di cui sta celebrando i funerali – e invece la dovrebbe conoscere – non si pone domande nemmeno quando la folla di parenti e amici entra in chiesa, nessuno l’avverte dei manifesti che sono stati esposti in bella mostra all’ingresso del luogo sacro.
Dunque, è il parroco stesso che si descrive come uno che non vede, che non sente, che non sa. Le esequie le doveva celebrare, perché così vuole la misericordia: ma è intollerabile che all’ingresso della chiesa in cui si celebrava il rito religioso del cenere siamo e del cenere ritorniamo, vi fossero quei due manifesti e la banda suonasse quella musica. E tutto questo nei giorni in cui il segretario della “Cei”, monsignor Nunzio Galantino, esce dal “recinto” delle sue competenze e distribuisce bastonate ai politici italiani: il monsignore sa, è convinto di sapere, chi sono e che sono i nostri politici, mentre il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco, se dobbiamo credere alle sue parole, è uno che non esce dalla sua chiesa nemmeno per vedere se fuori piove o c’è il sole.
Si raddrizzerà mai l’Italia?

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