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I custodi del tempo sotto le campane di vetro

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I santi in campana sono, ancora oggi, oggetti di devozione molto diffusi nelle nostre case. L’immagine sacra protetta da una coperta di vetro è una delle forme attraverso le quali i devoti si sono sempre appropriati di una parte del sacro ad uso domestico.

La devozione popolare religiosa non si è accontentata di innalzare chiese, santuari, cappelle ed edicole votive dove riunirsi a celebrare e a venerare i santi, ma ha pure realizzato minute costruzioni denominate santi in campana, per mantenere e porre in venerazione le immagini sacre. Anche questa è una singolare forma di testimonianza di pietà popolare, che merita una particolare attenzione. In passato queste opere hanno interessato il culto domestico di molte case contadine; ai nostri giorni, invece, con l’avvento del miracolo economico e con il conseguente benessere sociale, nuovi stili edilizi e moderni arredi hanno esiliato in parte questi suggestivi esempi di devozione, rendendoli solo ed unicamente elementi decorativi.  Gli studiosi ci informano che l’origine del santo in campana è da collocarsi intorno al XVII secolo, quando se ne realizzarono esemplari molto preziosi in Austria. Nel XVIII secolo la campana di vetro fu usata per custodire fragili oggetti di valore, tra cui statuine, orologi e figurine di porcellana che ornavano consolle e cassettoni di stile neoclassico, con lo scopo di mantenere la globale visibilità dell’oggetto e di proteggerlo dagli agenti esterni. In Italia i primi centri di maggior diffusione furono il Veneto, la Toscana ed alcune zone del Sud Italia; ma solamente nel XIX secolo si svilupperà la massima produzione, specialmente nel Mezzogiorno d’Italia con Lecce e Napoli. Normalmente la cronologia dei Santi in campana è ricavabile dal tipo di materiale impiegato. Nel Seicento, ad esempio, i manufatti in legno sono a figura intera e adornate da un ricercato vestiario barocco fatto di pizzi a profusione. Nel Settecento, invece, le statue si presentano non sempre vestite con panni, ma realizzate già in maniera completa in creta e poi dipinte con i toni cromatici propri dell’iconografia prestabilita per ogni Madonna o Santo. I effetti si nota che l’Addolorata era in nero – bianco, l’Immacolata in bianco – celeste e cosi via. I materiali scolpiti erano in genere legno, cera, gesso e porcellana. Nell’Ottocento, infine, crebbe la popolarità della cartapesta, ottenuta da pezzi di carta bollita e pressata in pasta con gomma. Questo materiale, a differenza dei precedenti, rendeva il manufatto più leggero e meno costoso. Nei laboratori napoletani si osservano ancora oggi manufatti con la testa, i piedi e le mani che si reggono su una struttura in fil di ferro, il tutto impagliato con cascami di canapa o bambagia. Un esempio lampante è il pastore settecentesco. Nella tradizione contadina, in ogni casa, la campana con il santo tutelare era sempre un dono nuziale, oppure proprietà di famiglia che si ereditava. Collocata nella camera nuziale, ben si armonizzava con gli alti cassettoni e le eleganti consolle. Tutti gli eventi familiari, nella buona e nella cattiva sorte, erano in considerati in rapporto a quella sacra presenza. Avere un santo in campana equivaleva ad avere un pezzo di chiesa nelle mura domestiche. Spesso intorno al santo si disponevano le foto dei parenti defunti, souvenirs di pellegrinaggi o piccole immagini sacre. La campana era fatta di un tipo di vetro soffiato che i vetrai chiamavano coperte, per la funzione di copertura che esse avevano: si usava un vetro incolore, detto bianco, cioè senza piombo. Altro elemento è la base o podietto, sempre in legno e con perimetro circolare, verniciata in nero lucido o in marrone. Oggi di questi pezzi, ormai storicizzati, sono amorevolmente e gelosamente custoditi da cultori d’oggetti d’epoca, oppure si vedono esposti in mostre di antiquariato dove il loro valore diventa oltremodo venale.

 

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