Vigili di Pomigliano sventano furto e vengono presi a pugni

  POMIGLIANO D’ARCO – Ancora un tentativo di furto d’auto sventato grazie all’intervento della Polizia Locale. L’episodio si è verificato nel pomeriggio di mercoledì 5 febbraio in via Napoli, dove due agenti municipali sono stati aggrediti e feriti mentre cercavano di fermare il responsabile. I fatti sono avvenuti nei pressi del civico 71, a poca distanza da un salone di parrucchieri. I due operatori, impegnati in un servizio di controllo della viabilità, sono stati richiamati dalle grida di una donna che aveva notato un uomo intento a manomettere la propria autovettura. Compresa subito la gravità della situazione, gli agenti sono intervenuti prontamente. Alla vista della pattuglia, il sospettato ha tentato di dileguarsi, ma è stato raggiunto dopo un breve inseguimento. Una volta fermato, l’uomo ha reagito con estrema violenza, colpendo i due agenti con calci e pugni e proferendo frasi offensive nei loro confronti. Solo l’arrivo di ulteriori pattuglie, attivate dalla centrale operativa, ha permesso di riportare la situazione alla calma e di bloccare definitivamente il soggetto. L’uomo, A.S., 60 anni, residente a Pomigliano d’Arco e già noto alle forze dell’ordine per precedenti di polizia, è stato accompagnato in caserma per l’identificazione e le formalità di rito. Nel corso della colluttazione, entrambi gli agenti hanno riportato lievi lesioni, giudicate guaribili in un giorno. I due sono stati comunque condotti al pronto soccorso della casa di cura Villa dei Fiori di Acerra per accertamenti e cure. Il responsabile è stato denunciato a piede libero alla Procura della Repubblica di Nola con le accuse di violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, oltre che per danneggiamento e tentato furto. Non sono scattate misure restrittive. Sull’accaduto è intervenuto anche il sindaco di Pomigliano d’Arco, Raffaele Russo, che ha espresso la solidarietà dell’Amministrazione comunale alla Polizia Locale e ai due agenti rimasti feriti durante l’operazione. Un intervento che conferma l’impegno costante delle forze di polizia municipale nel presidio del territorio, in una fase in cui i furti d’auto continuano a rappresentare una delle principali preoccupazioni per i cittadini.

Carabinieri nella location per eventi, nel mirino il cibo servito

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  San Gennaro Vesuviano- Proseguono senza sosta i controlli dei Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli nei locali notturni dell’area vesuviana, con l’obiettivo di verificare il rispetto delle norme in materia di sicurezza, igiene e lavoro. Nelle ultime ore l’attività si è concentrata nel comune di San Gennaro Vesuviano, dove i militari della locale Stazione hanno effettuato un’ispezione mirata all’interno di un noto locale per eventi situato in piazza Margherita. Il controllo è stato condotto con il supporto del Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri di Napoli e del personale dell’ASL Napoli 3 Sud, nell’ambito di una più ampia attività interforze finalizzata a contrastare irregolarità amministrative e sanitarie nei luoghi di aggregazione notturna. Durante l’ispezione, i militari e i tecnici dell’Asl hanno riscontrato la presenza di diversi alimenti privi della necessaria tracciabilità, elemento fondamentale per garantire la sicurezza alimentare e la tutela dei consumatori. Gli alimenti non conformi sono stati segnalati e saranno oggetto delle valutazioni previste dalla normativa vigente. Parallelamente, sono in corso ulteriori accertamenti relativi ad alcune presunte difformità edilizie dello stabile che ospita il locale. Le verifiche mirano a chiarire se la struttura sia pienamente conforme alle autorizzazioni rilasciate e alle prescrizioni urbanistiche e di sicurezza previste per questo tipo di attività. L’operazione rientra in un piano di controlli più ampio predisposto dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli, volto a prevenire situazioni di rischio e a garantire il rispetto delle regole nei locali frequentati soprattutto durante i fine settimana. Le verifiche proseguiranno anche nei prossimi giorni in altri comuni dell’area vesuviana, con particolare attenzione ai luoghi di maggiore afflusso di pubblico.

Sant’Anastasia, le vicende storiche e testamentarie della Masseria S. Maria delle Grazie

La masseria di S. Maria delle Grazie è situata al centro del territorio agricolo di Sant’Anastasia, delimitato dalla strada statale 68 e dai due assi di collegamento tra questa e il Comune di Pomigliano d’Arco. Un insediamento molto antico il cui aspetto è qualcosa di emozionante, un vero tesoro che ci offre un affascinante viaggio nella storia.        
Particolare della Pianta della masseria del reale agrimensore Gennaro Volpicella 1738 – ASNa
Le antiche masserie hanno sempre rappresentato il fulcro della vita contadina, l’organizzazione della produzione agricola e il simbolo della tradizione rurale. Nate tra il XV e il XVIII secolo come aziende agricole fortificate, erano centri autosufficienti con alloggi per proprietari e braccianti, stalle e depositi, oltre a rappresentare un presidio di difesa del territorio. Le grance, in particolare, erano antiche masserie di proprietà di ordini religiosi o istituzioni ecclesiastiche, nate per gestire vasti latifondi, coltivare cereali e immagazzinare raccolti. Tante erano diffuse specialmente nel territorio vesuviano, fungendo da veri centri amministrativi e produttivi, spesso dotate di cappelle proprie e alloggi per i contadini, svolgendo un ruolo chiave nell’economia agricola medievale e moderna. Oltretutto, il legame degli Ordini religiosi con il territorio intorno al complesso Somma – Vesuvio era ben noto sin dall’antichità per la fertilità del suolo. Sin dall’epoca romana, le terre vesuviane erano fiorenti, densamente popolate e rinomate per la loro eccezionale fertilità e bellezza paesaggistica, attirando la nobiltà romana che vi costruì lussuose ville. La continuità idrica montuosa e gli apporti minerali, dovute alle continue eruzioni, avevano creato un terreno fertilissimo.
G. Volpicella, Pianta della masseria e territorio dei RR. PP. 1738
Già a partire dal XV secolo, la Congregazione dei Poveri Eremiti di San Girolamo possedeva una masseria nell’antico Casale di Sant’Anastasia della Terra di Somma, confinante con il territorio detto la Pretiosa, appartenente al monastero napoletano di S. Severino & Sossio. Il nome Pretiosa, ossia preziosa, significa attualmente qualcosa di grande valore, costosa, o degna di essere apprezzata. Nel 1497, il territorio Preziosa era così detto per la bontà de’ vini che in esso si fanno, in modo che in questo vi ha il monasterio di San Severino una buona rendita. Da questa Pretiosa viene l’acqua in Napoli, come si disse, e si forma il fiume Sebeto [C. Cerbone, D. De Stelleopardis – Afragola feudale: per una storia degli insediamenti rurali del napoletano – Ist. di Studi Atellani, 2004]. La località si menziona, per la prima volta, in una pergamena del 1181, come afferma il prof. Luigi Verolino. Nel contesto dei territori della cosiddetta area arcoriana, cioè di quell’antico il territorio percorso dall’antico acquedotto augusteo, il sistema delle Masserie della Pretiosa ebbe un ruolo rilevante nella economia agricola locale fin dal XII secolo, in quanto nella sua ampia estensione rientravano anche altre strutture di rilievo Nella cartografia (foto sotto), risalente al XVII secolo viene illustrata l’area della masseria appartenuta al Monastero di S. Severino e Sossio che ha dato il nome al suddetto sistema [Massarie Pretiosa e Spina presso Pomigliano d’Arco. – sec. XVII. – Joannes d’Iorio]. Di fronte a questa area viene indicata l’area o masseria Spina che, in un tempo forse più antico, era delegata proprio a pars massaricia. I territori di pertinenza raggiungevano i 120 moggia: 90 la Pretiosa e 30 la Spina [Il Sistema delle Masserie della Pretiosa nel contesto dei luoghi arcoriani – uno studio (I) in https://tavernanova.blogspot.com]. Resta il fatto che i frati benedettini detenevano nel 1740 sicuramente ben 23 possedimenti a Sant’Anastasia.
       Area Arcoriana, Licignano – La Preziosa
L’Ordine dei Girolamiti fu fondato nel 1380 dal beato Pietro Gambacorta da Pisa (1355 – ca.1435). Le scelte personali del religioso pisano, all’epoca, s’inserivano in un contesto animato da istanze di rinnovamento che dettero vita ad esperienze eremitiche diffuse in ampie zone d’Italia e d’Europa [cfr. M. Rocchetta, Biblioteche scomparse – Le librerie claustrali della Congregazione di San Girolamo degli Eremiti, Dottorato di Ricerca in Scienze Librarie, Università La Sapienza]. I poveri eremiti vivevano una vita fondata sulla povertà, la preghiera e la contemplazione. La loro maggiore attività nelle loro masserie, come vedremo, era la produzione e vendita alla minuta del buon vino, venduto in botticelli, da cui l’appellativo meridionale, dato dai soldati spagnoli in epoca vicereale, di padri bottizzelli o vottazzielli. Le regole furono approvate dal Papa Eugenio IV nel 1446 e, dopo essere stati assimilati agli ordini mendicanti nel 1571, furono soppressi da Papa Pio XI nel 1933. La presenza a Napoli è documentata sin dall’inizio del XV secolo e precisamente nel 1412. Tuttavia il primo vero complesso napoletano fu la chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, i cui lavori, iniziati nel 1447, terminarono nel 1473. Era la prima chiesa meridionale espressamente dedicata, secondo la tradizione, a S. Maria delle Grazie, ubicata tra le mura dell’Ospedale di S. Maria del Popolo, comunemente detto degli Incurabili, e quelle dell’Educandato Regina Coeli. Con la soppressione del 7 agosto del 1809 degli ordini religiosi possidenti, il complesso fu assorbito dal vicino Complesso degli Incurabili. Già precedentemente, però, il 5 ottobre del 1799, la struttura religiosa era stata incorporata al corpo ospedaliero; ma, nel 1801, Ferdinando IV la ridiede ai religiosi, che la persero definitivamente nella soppressione del 1809.

L’origine di questa masseria, come sia pervenuta al suddetto monastero, non se n’ha perfetta notizia dalle scritture che si sono viste, e né tantomeno si è a conoscenza di quando fosse stata acquistata con varie compre in diversi tempi. Le prime notizie, comunque, risalgono già al 26 agosto del 1482, quando detto Monastero fece instrumento di concessione a Fusco di Cennamo d’un pezzo di terra di moggia 34 in circa, parte campese e parte nemurosa [ASN, Monasteri soppressi c. 28v] sita in detta villa di S.to Anastaso, e proprio dove si dice alla Pretiosa, alias La Spina, giusta li beni di Loise Caracciolo, li beni del monastero di San Severino, et altri confini, quale territorio detto monastero asserì possederlo giusto titolo. Per annuo censo affrancabile di t(ut)t(e) trentaquattro da pagarsi dalla metà d’agosto di qualsivoglia anno, come appare dall’instrumento […] per mano di notar Giorgio Fortino di Napoli, scritture di S.to Anastaso numerato in numero primo [ASNa, Monasteri soppressi, c. 28r]. Le pergamene, in effetti, conservate nel Fondo Monasteri Soppressi offrono una preziosa testimonianza legata a questo territorio, la cui storia è legata a donazioni, acquisti e concessioni in censo.

ASN 1789
Il 10 maggio del 1449, anche, la signora Caterina Crispano vidua del quondam Iannotti Nardo, donò al detto monastero una terra sita nella Villa di S.to Anastaso, dove si dice lo Fusaro, giusta suoi notorii confini con peso che il PP. di quello (monastero) debbiano pregare il signore Dio per l’anima sua nelli loro divini offici d’alcune messe. Il 10  gennaio del 1452 la    medesima donò al predetto monastero un pezzo di terra di moggia cinque de Prato, sito nelle pertinenze di Sant’Anastaso, dove si dice la Bolla [ASNa, Monasteri soppressi, c.30v]. Continuando, risulta che ancora dieci moggia del suddetto territorio, e propriamente nel luogo detto li Chioppitielli della Preziosa, furono donati dalla contessa Donna Sveva Caracciolo (*1486 +?), sposata con Fabrizio Gesualdo Conte di Conza.  Numerosi  documenti genealogici affermano che la contessa sia morta nel 1532, ma come vedremo urta con le notizie sotto riportate, che in effetti attestano che l’11 aprile del 1550 la nobildonna avrebbe donato a detto monastero ducati 250 per la celebrazione di messa perpetua al giorno. Successivamente, il 7 aprile del 1551, i procuratori della Ill. ma Signora Caracciolo, fecero instrumento di concessione al detto Monastero di una Massaria arbustata e vitata d’alberi e vite Greche, sita e nelle pertinenze della Villa di Somma e proprio nel luogo dove si dice li Chiuppitelli […] e nel detto instrumento vi è instrumento della compra della medesma per ducati 250 e l’altro della pigliata della possessione di detto territorio [ASN, Monasteri soppressi, c.31r]. Rimane il dubbio! Precedentemente, il 30 aprile del 1542, Donna Lucrezia de Laudesiis, alias de Porcariis, aveva redatto il suo testamento, lasciando al monastero napoletano ducati quattro ogn’ anno in perpetuum da doversi pagare dai suoi eredi […] e li suddetti annui ducati quattro furono affrancati per ducati 80 quali avuti con altri danari del Monastero si convertirno in compra di una terra sita a S.to Anastaso come dal seguente notamento. Una conferma della donazione di donna Lucrezia ci viene fornita nella lettura dei pesi del Catasto anastasiano dove si legge: per due messe la settimana in vigor di Legato della quondam Lucrezia de Laudesiis, alias de Porcariis sopra moggia uno, e quarte nove del suddetto Territorio fra le moggia tre, e quarte due, e mezza propriamente nel luogo detto il Greco Vecchio. Il 7 aprile del 1551, il monastero comprò dal signore Ettore Spina una restante della sua masseria, sita nelle pertinenze di Somma nel casale di S. to Anastaso, e proprio dove si dice li Chiuppitelli, giusta li sopradetti confini a ragione di ducati 26 il moggio […]. La suddetta terra, misurata per li censuratori, era di moggia 36.
Sepolcro di Giovannello de Cuncto
Degna di nota rimane la donazione di messer Giovannello de Cuncto, il grande benefattore, la cui storia vale essere raccontata. In effetti, nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Caponapoli, l’interno, a croce latina con cappelle, contiene, tra le pregevoli opere, uno splendido Sepolcro appartenente a Giovanniello de Cuncto e Lucrezia Filangieri di Candida dello scultore Giovanni Tommaso Malavito (ca. 1470 – ca. 1529), esponente della scuola napoletana pur essendo di origine comasca.  Il sepolcro, collocato nella cappella che prese lo stesso nome della Madonna titolare della chiesa, colpisce per la naturalezza con la quale i due coniugi sono raffigurati: Giovannello adagiato sul sarcofago e Lucrezia ritratta sulla fronte dello stesso. Un monumento di marmo bianco di Carrara, che i frati eressero alla memoria del loro benefattore Giovanni de Cuncto e della moglie, volendo così esser grati al primo, che verso di essi a larga mano avea prodigato tanti e moltiplici benefizii, e che colà, come di sopra dicemmo, avea prescritto voler esser sepolto […]. Messer Giovannello era signore di Tramonti, Casalicchio, Montenero, e così via, segretario di Casa d’Aragona dal 1446. Era, oltretutto, discendente da una antichissima famiglia amalfitana, che, come si tramanda, istituì l’antico Ordine Gerosolomitano. Figlio di Angelillo de Cuncto e di Felicella Longo di Vico Equense, sposò Donna Lucrezia della Candida, figlia del magnifico cav. Giovanni Filangieri detto della Candida.  L’arma dei de Cuncto è una Croce, contrassegno della Religione Gerosolimitana. Il 14 luglio del 1515, Giovannello dovendo partire da Napoli, e siccome nil sit certius morte et nil incertius hora mortis, fece testamento, istituendo suo erede universale la cappella di Santa Maria delle Grazie, nella chiesa omonima in Napoli, con alcuni obblighi di messe.
Convento S.M. della Grazie a Napoli
Ebbene, la ricerca condotta ci dà per certo che tra le maggiori donazioni fatte da Giovannello al monastero napoletano ci fu una larga parte di un territorio in Sant’Anastasia. Tale notizia è attestata, sorprendentemente, nel Castasto Onciario borbonico del 1771 del Casale di Sant’Anastasia nella Terra di Somma, conservato nell’ Archivio di Stato di Napoli (Sala Catasti). Ciò che cattura immediatamente l’attenzione nella lettura, oltre alla descrizione del territorio, è la lunga lista dei pesi o obblighi a cui erano tenuti i religiosi. Certamente le donazioni di denaro e terre ai religiosi, permettevano all’epoca ai ricchi, a differenza dei poveri, di poter disporre di un maggior numero di preghiere e messe in suffragio della loro anima. Ed è il caso proprio di messer Giovannello de Cuncto. Leggendo, infatti, risalta che vi era effettivamente un peso di annui ducati 101, che i religiosi girolamiti dovevano sostenere per la celebrazione di tante messe, ed anniversarii in vigor di legato del quondam Joannello da Cunto sopra moggia 94 e mezza, e mezza quarta del suddetto territorio, cioè moggia 34 ¼ nel luogo detto la Spina, e moggia 60 ¾ in luogo detto la Preziosa. Nella masseria, comunque, vi era un comprensorio di case con molte commodità, tanto per habitatione, come per la conserva de vini, et altre vittovaglie, che in essa si fanno e nello anno 1701 si terminò di coprire il celaro nuovo [ASNa, Corporazioni religiose soppresse, 187, c. 28r].
     Pianta del cartografo Luigi       Marchese (ambito cronologico 1800-01)
La conferma dei circa 200 moggia ci viene confermata dalla lettura della particella 36 nella Descrizione dei territori, allegata alla Pianta del Casale di Sant’Anastasia (1800 – 01) del cartografo Luigi Marchese, conservata nel Museo di Capua. Le righe attestano che il territorio arbustato, vitato e seminato, allagato, di circa 200 moggia del Monastero di S. Maria delle Grazie ad Incurabili, moggia 18 di esse devastate dalle acque piovane, (era) affittato (all’epoca) a Domenico Manna, Angiolo Romano, Vincenzo Palmese, Berardino, e fratelli Guadagno. Resta il fatto, dicevamo, che tra donazioni, concessioni e acquisti avuti nel tempo, l’attuale masseria con il suo territorio circostante, inizialmente con una estensione di circa 300 moggia, sarebbe passata, alla fine del XVIII secolo, a circa 200 moggia.  Incrociando, infatti, i dati degli anni 1703-6, quelli del 1738 e quelli del 1771, rispettivamente gli anni della redazione delle due platee del monastero di S. M. delle Grazie, della pianta disegnata dal regio ingegnere agrimensore Gennaro Volpicella e del Catasto onciario anastasiano, possiamo supporre che la masseria ridimensionò quella sua estensione iniziale. Con la soppressione napoleonica del 1807 degli ordini religiosi, vi fu l’incameramento di oltre 1.300 case religiose e dei loro beni mobili/immobili da parte del Demanio dello Stato. Tra i beni soppressi vi furono anche quelli dell’Ordine dei Poveri Eremiti di San Girolamo, tra cui il possedimento anastasiano. I beni, inclusi arredi preziosi, furono confiscati e spesso venduti all’ asta. Lo Stato non solo attuò la cancellazione di gran parte degli ordini religiosi, confraternite ed enti ecclesiastici, incamerandone i beni, ma requisì terreni e immobili, trasformandoli in demanio nazionale per finanziare le casse statali, risanare i debiti pubblici e riutilizzare edifici per scopi civili o militari.
             Jean Baptiste Jourdan
Nel 1808 la masseria, già in forza del Regio Demanio, pervenne a Jean Baptiste Jourdan (1762 – 1833), generale francese, maresciallo dell’Impero con Napoleone Bonaparte, per ducati 26.829 e grana 90, per lo qual prezzo scrisse e diede due cambiali a favore del Tesoro, l’una di ducati ventiduemilasettecento ventisette scadibile fra giorni quindici dal di del contratto e l’ altra di ducati tremiladuecentodue e grana novanta pagabili fra sei mesi come tutto costa da pubblico istromento passato fra lui ed il Ministero alla Finanza, Signor (Pierre Luois) Roederer, per mano del Regio Notaio don Vincenzo Portanova di Napoli del 3 maggio milleottocentotto. Noto per il suo ruolo chiave nelle guerre rivoluzionarie, in particolare per la vittoria nella battaglia di Fleurus del 1794, Jourdan fu un abile organizzatore militare, sebbene meno brillante come stratega sul campo secondo Napoleone. Divenne anche un politico giacobino e capo di stato maggiore di Giuseppe Bonaparte. Con il ritorno dei Borbone, la gestione dei beni incamerati durante il decennio francese vide tentativi di restaurazione patrimoniale, ma anche il mantenimento di alcune vendite statali e la restituzione di proprietà ecclesiastiche. Si cercò un equilibrio tra vecchi diritti e i cambiamenti socio-economici consolidati, anche se fu difficile annullare completamente le alienazioni di beni demaniali avvenute sotto Murat, poiché le clausole prevedevano salvaguardie per le vendite dello Stato. Il maresciallo francese Jourdan capì che era arrivato il momento di disfarsi della proprietà. Con Istromento di vendita stipolato a ventisette maggio 1817 qui in Napoli, col quale il Signor Gio: Batta Pozzo di Borgo Procuratore del Si(gno)r Conte D. Paolo Felice Ferri Pisani (genero del maresciallo e conte di Sant’Anastasio), ed autorizzato dal Maresciallo di Francia Conte D. Gio: Batta Jourdan, col consenso della Sig.a Contessa D(onna) Margherita Camilla Jourdan (a cui era pervenuta la proprietà), ha venduto in beneficio delli Sig(no)ri Biase ed Antonio D’Andreana un territorio di moggia centonovantotto 198 a corpo, e non a misura, sito nelle pertinenze di S. Anastasio, per lo prezzo di ducati 45600 – (f.to) Notar Angelo Guerra di Napoli. Nel 1817, quindi, quasi al doppio del prezzo comprato inizialmente, la masseria, con i fondi circostanti, fu venduta ai fratelli foggiani Biase ed Antonio d’Andreana di d. Gaetano (+1804): un vero affare per la famiglia Jourdan all’epoca.
Ubicazione
Biase D’ Andreana aveva sposato nel 1801 D. Maria Teresa Cianciulli, figlia del caporuota del Sacro Regio Consiglio, d. Michele Angelo Cianciulli (1734–1819), quest’ultimo sposato con Dorotea Perillo, da cui ebbe nove figli, fra cui ricordiamo d. Filippo, membro della commissione per la riforma del codice di procedura civile. La famiglia Cianciulli possedeva una vasta proprietà con palazzo e giardino nella Terra di Somma e propriamente nel luogo detto valle di Margarita. Antonio D’ Andreana, invece, sposò la nobildonna Antonietta Zezza, figlia del possidente foggiano d. Michele, noto commerciante di formaggi e grano a Foggia, Cerignola e Ascoli Satriano, barone di Zapponeta. La proprietà anastasiana fu divisa in due parti rispettivamente 143 moggia a Biase e 55 moggia ad Antonio. Il patrimonio degli D’ Andreana era vasto, specialmente a Foggia, con terreni, masserie, fondi boscosi ad uso di pascolo e, infine, vigne con fabbriche, bottami ed utensili. Dal 1848 al 1857, il podere anastasiano era locato a molti coloni in relazione alla sua grande estensione. Tra questi ricordiamo: Pasquale e Sabato Romano; Francesco Romano; Antonio ed Andrea Sgambati; Felice, Salvatore ed Angelo Romano; Luigi Guadagno; Domenico Guadagno e Grazia Esposito.
Leopoldina Ruffo di Bagnara con il Principe Carlo Caracciolo
L’acquisto successivo di una parte della proprietà, comunque, fu effettuato tra la fine del XIX – inizi XX sec. da Donna Carlotta Leopoldina Ruffo di Bagnara dei principi di Sant’Antimo, dama, nata a Napoli il 10 novembre del 1844 e morta ivi il 30 maggio del 1938, figlia di Don Vincenzo, principe di Sant’Antimo, patrizio napoletano e di Sarah Louisa Strachan dei Baronetti di Thornton, sposata in prime nozze con il duca d. Paolo Marulli e, in seconde nozze, col principe di Castagneto d. Carlo Caracciolo (1839 – 1900).  Il fondo rustico – dell’estensione catastale di ettari tredici, are venticinque e centiare ottantacinque – transitò alla morte di Donna Carlotta alla nipote Donna Leopoldina Caracciolo di Castagneto (1912 – 2007), come si evince dall’atto notarile rogato dal notaio Ambrogio Tavassi di Napoli del 3 giugno 1928. Leopoldina, figlia di Don Filippo Caracciolo e sposa del marchese Luigi Santasilia di Torpino nel 1933, ricevette tutti i diritti ereditari di qualunque natura sulla successione dell’ava Donna Carlotta, nella quale successione ricadeva, tra l’altro, il suddetto fondo in Sant’Anastasia, Madonna delle Grazie. L’ otto settembre del 1956, infine, con atto del notaio Giuseppe de Luca di Napoli, d. Leopoldina liberamente e senza riserva alcuna, vendette e trasferì ai germani Antonio e Maria Grazia Di Marzo fu Salvatore una parte del fondo rustico, comprendente pozzo, vasca, cabina elettrica, elettropompa e relativa zona di rispetto (tuorno del pozzo) esistenti nella zona venduta. Dal 2006, infine, la masseria è gestita dal dott. Savio Giuseppe Di Dato, tecnologo alimentare, che con passione e dedizione sta riqualificando l’intera struttura e il territorio circostante. Tale processo di recupero strutturale e funzionale dell’antico complesso rurale, non solo sarà finalizzato a preservare il patrimonio storico e paesaggistico, ma toccherà il restauro conservativo di muri, corti e ambienti agricoli, in sintonia con il miglioramento socio – culturale del territorio.     La masseria attualmente si presenta agli occhi dei visitatori con uno schema a corte chiusa. L’impianto – spiega il compianto arch. prof. Michele Cennamo (1935 – 2016) – presenta tutte le caratteristiche bioclimatiche della manualistica vitruviana e rinascimentale. La corte è circondata da quattro corpi distinti nelle funzioni sia nel linguaggio formale, sia nella tipologia strutturale. Il corpo ad est, in particolare, affiancato al portone d’accesso, è suddiviso, al piano terra, in due moduli, di cui il primo rettangolare è destinato a cappella rurale con accesso diretto anche all’esterno; mentre il secondo a stalla e ricovero degli animali.  Il livello superiore dello stesso corpo, al quale si accede con la scala esterna, era destinato all’abitazione dei religiosi. Tuttora si intravedono pitture parietali seicentesche. Il corpo a nord, invece, era destinato agli alloggi dei braccianti agricoli, mentre quelli a sud e a ovest a cellaio e a locali per la lavorazione artigianale. Interessante dal punto di vista architettonico è l’aia – corte, laddove il pozzo, la cisterna, la cucina, il forno, la colombaia, le conferiscono – continua Cennamo – una atmosfera di borgo recintato che ben si rapporta con la campagna circostante. Un insediamento il cui aspetto è qualcosa di emozionante, un vero tesoro che ci offre, ancora oggi, un affascinante viaggio nel paesaggio culturale vesuviano.                      

ISIS De’ Medici di Ottaviano, al via la progettazione dei lavori: 9 milioni di euro per sicurezza e innovazione

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  Adeguamento sismico ed efficientamento energetico grazie al programma “Scuola Viva”. Visita del vicesindaco metropolitano Giuseppe Cirillo all’istituto De Medici     Parte ufficialmente la fase di progettazione degli interventi che interesseranno l’ISIS “De’ Medici” di Ottaviano, destinatario di un finanziamento di 9 milioni di euro nell’ambito del Programma regionale “Scuola Viva”. A curare l’intero iter di programmazione ed esecuzione dei lavori sarà la Città Metropolitana di Napoli, dopo l’incarico formale ricevuto dalla Regione Campania. L’avvio del procedimento è stato annunciato dal vicesindaco metropolitano Giuseppe Cirillo, che nella mattinata ha fatto visita all’istituto, accolto dal dirigente scolastico Vincenzo Falco, insieme ai tecnici dell’Ente. Un incontro che ha coinvolto docenti, personale scolastico e studenti, protagonisti nel mostrare le attività formative e laboratoriali che caratterizzano l’offerta educativa del “De’ Medici”. Gli interventi previsti riguarderanno in particolare l’adeguamento sismico e l’efficientamento energetico della sede storica di via Zabatta, considerata un’eccellenza nel panorama dell’istruzione professionale. «Parliamo di un istituto di grande importanza non solo per Ottaviano ma per l’intero territorio vesuviano – ha sottolineato Cirillo – capace di formare competenze fondamentali per settori strategici come l’enogastronomia, il turismo e il distretto tessile-moda». I lavori consentiranno di rafforzare strutturalmente l’edificio e di introdurre tecnologie e materiali innovativi, nel rispetto dell’impianto architettonico esistente. È prevista anche la riqualificazione delle cucine storiche, che saranno dotate di impianti moderni e funzionali, mantenendo l’identità che da sempre contraddistingue la scuola. Soddisfazione è stata espressa anche dall’assessore regionale all’Istruzione Andrea Morniroli, che ha evidenziato il valore della sinergia istituzionale tra Regione Campania, Città Metropolitana e dirigenza scolastica: un lavoro condiviso che rafforzerà ulteriormente il “De’ Medici” come polo di riferimento per la formazione dei giovani talenti. Fondato nel 1970 come sede coordinata dell’IPSAR “Cavalcanti” di Napoli, l’ISIS “De’ Medici” è la prima scuola alberghiera dell’area vesuviana. Oggi l’istituto offre un’ampia gamma di indirizzi, dall’enogastronomia all’accoglienza turistica, dall’industria e artigianato per il Made in Italy alla manutenzione e assistenza tecnica, con corsi diurni e serali per adulti. Attualmente conta circa 1.600 studenti, distribuiti su tre sedi, cui si aggiungono oltre 250 iscritti ai corsi serali. Un percorso di crescita che negli ultimi anni ha visto anche l’inaugurazione di un nuovo plesso moderno e attrezzato, a conferma dell’attenzione riservata dalla Città Metropolitana alle strutture scolastiche. Con l’avvio della progettazione dei nuovi interventi, il “De’ Medici” si prepara ora a scrivere un ulteriore capitolo della sua storia, puntando su sicurezza, sostenibilità e qualità dell’offerta formativa.

L’albergo “Crocelle”, a Santa Lucia, ospitò anche una straordinaria “incantatrice di uomini”, Sarah Goudar

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Giacomo Casanova, che soggiornò nell’albergo napoletano nel 1770, scrisse nelle sue memorie: “Poiché venivano ad alloggiarvi gli stranieri ricchi, io potei facilmente far conoscenza con tutti e procurare ad essi la felicità di andare a perdere il loro danaro dalla bella Sarah Goudar.” Che forse fu anche sua amante. Alle “Crocelle” andava ad alloggiare Giuseppe Verdi quando veniva a Napoli. Correda l’articolo l’immagine del quadro “Santa Lucia” di Vincenzo Migliaro.

Della storia di questo albergo sentii parlare per la prima volta molti anni fa: in una pausa dei lavori per il Premio “Salvatore Di Giacomo”- a Ottaviano allora si organizzava ancora qualcosa – Vittorio Paliotti, che era membro della giuria, ci parlò di Santa Lucia, della “leggenda dell’uovo”, e di una straordinaria incantatrice di uomini, Sarah Goudar. Scrisse nelle sue Memorie Giacomo Casanova: nel 1763 “trovandomi in un Paese di cui non conoscevo la lingua, mi ritenni fortunato ad avere a disposizione Ange Goudar, che mi presentò le più famose cortigiane di Londra, soprattutto l’illustre Kitty Fisher, che allora cominciava a passare di moda. Mi presentò anche, in un negozio di birra dove bevemmo una bottiglia di birra forte, che era preferibile al vino, una cameriera di sedici anni, un vero prodigio di bellezza.

Era irlandese e cattolica e si chiamava Sarah. Volevo conquistarla o acquistarla, ma Goudar la teneva d’occhio e la rapì un anno dopo. Finì per sposarla, e fu la stessa Sarah Goudar che brillò a Napoli, Firenze, Venezia e altrove, e che avremmo incontrato di nuovo quattro o cinque anni dopo, sempre con il marito. Goudar aveva progettato di sostituire la Du Barry, amante di Luigi XV, ma una lettera di sigillo la costrinse a cercare fortuna altrove. I tempi felici delle lettere di sigillo, ahimè, non ci sono più.» “ Si formò una coppia straordinaria: lui, Ange Goudar, francese di Montpellier, venne poi descritto da Casanova come “uomo d’ingegno, ruffiano, ladro di giochi d’azzardo, spia della polizia, falso testimone, ingannevole, audace e brutto”; lei (immagine in appendice)si serviva della sua bellezza per conquistare uomini potenti e ricchi: il marito, che era abile anche nell’uso della penna, non solo non soffriva di gelosia, ma indicava alla moglie i personaggi che era conveniente adescare e “spremere”.

A Napoli, nel 1770, Casanova incontrò di nuovo la coppia: la signora gestiva, nei locali dell’albergo “Crocelle”, una bisca clandestina e Giacomo Casanova, racconta Vittorio Paliotti, incominciò a reclutare persone “doviziose e ingenue da far spennare” dalla sua amica. Ange Goudar fece in modo che la moglie entrasse nelle grazie anche del re Ferdinando I e lo inducesse ad essere generoso col marito: ma “l’affare” si concluse nel 1773, quando la regina Maria Carolina, informata della nuova “avventura” di Ferdinando, gli impose di cacciare via da Napoli la pericolosa coppia. A Firenze Sarah conquistò anche il marchese de Sade, che descrisse la signora come “una delle tre donne più belle di Firenze, anche più delle altre due, tanto per la bellezza del suo viso quanto per la superiorità della sua taglia e la cultura della sua mente.”

Negli anni di Casanova e dei Goudar l’albergo “Crocelle” era amministrato da Rosa Duprè che versava 1230 ducati all’anno ai proprietari dell’edificio, cioè ai monaci del contiguo convento da cui l’albergo prendeva il nome. Pochi anni dopo incominciò a dirigere il “Crocelle” Giuseppe Magatti, dal quale i monaci pretesero 1980 ducati all’anno. E per incrementare gli introiti il nuovo padrone ingaggiò cuochi esperti, che in breve divennero famosi in tutta Europa. Nel 1785 il conte Shawronsky, ministro plenipotenziario di Russia, affittò un intero appartamento dell’albergo e “il 12 febbraio vi diede un sontuoso pranzo per il giovane principe Michele di Galitzin, distinto personaggio russo che viaggiava in Italia in compagnia di un suo avo” (V. Paliotti). Apprezzò l’arte dei cuochi del “Crocelle” anche il generale Buonamy, capo di stato maggiore delle truppe francesi che nel 1798 e nel 1799 furono di stanza in Napoli.

Il generale abitava in casa di Tito Laviano, ma i “piatti” del pranzo e della cena per lui e per la sua folta scorta erano forniti ogni giorno dalla cucina del “Crocelle”. Il generale e i suoi spesso la sera andavano a teatro e chiedevano di trovare in tavola, al ritorno, 4 piatti caldi, frutta, dolci, un gelato che i verbali chiamano “bomba alzata”, vini di Borgogna e “Sciampagna”. Pagava l’amministrazione di Napoli, che versava a Giuseppe Magatti 600 franchi al giorno. Forse proprio per questo i Napoletani decisero che era meglio tenersi i Borbone.

Immobil Key, il passaparola in Campania diventa opportunità di guadagno

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Continua a far parlare di sé Immobil Key, che dopo il suo POD – il castoro protagonista di podcast capaci di raccontare in modo ironico e diretto le insidie del settore immobiliare – torna a farsi notare con un’idea tanto semplice quanto efficace.

Immobil Key è una società di consulenza immobiliare che si sta affermando sul territorio campano non solo per professionalità e competenza, ma anche per un’originalità che non è esclusivamente digitale: è profondamente territoriale. Un approccio che ha già ottenuto un riscontro importante.

Se sei a conoscenza di una casa in vendita, allora vale la pena leggere fino in fondo: il modello messo in campo prevede infatti un riconoscimento economico per chi segnala un immobile, offrendo un modo concreto per guadagnare attraverso segnalazioni immobiliari.
E anche se oggi non possiedi questa informazione, l’articolo potrebbe tornarti utile molto presto.

L’economia del buon vicinato: quando un’informazione vale più di quanto pensi

Conosci qualcuno che vende casa? Il mercato immobiliare sta cambiando pelle. Non servono più intermediari aggressivi, ma segnalazioni basate sulla fiducia.

Si stima che una fetta consistente delle compravendite immobiliari non passi subito dai grandi portali online. In regioni come la Campania, dove circa il 40% degli immobili risulta chiuso o inutilizzato per motivi burocratici o ereditari, il mercato si muove spesso “sottotraccia”.

Chi intercetta per primo questi immobili? Non gli algoritmi, ma le persone: il portiere che conosce ogni storia del palazzo, il parente che ascolta uno sfogo, l’amico che raccoglie una confidenza. È qui che il vecchio passaparola incontra l’innovazione.

Realtà emergenti nel settore della consulenza, come Immobil Key, hanno strutturato ciò che prima era solo un favore informale, trasformandolo in un processo trasparente e vantaggioso per tutti. Il principio è semplice: trasformare l’informazione in un’opportunità di guadagno concreto, senza improvvisarsi agenti immobiliari, ma agendo come veri e propri connettori sociali.

“Segnala e guadagna”: come funziona, senza vendere nulla

Molte persone esitano a segnalare una casa in vendita per paura di esporsi, di sembrare invadenti o di doversi coinvolgere in trattative complesse. La nuova filosofia della consulenza immobiliare elimina proprio questo attrito.

Il meccanismo è stato semplificato al massimo ed è accessibile a chiunque: professionisti, studenti, pensionati. Non serve vendere, non servono visite, non serve convincere nessuno. È sufficiente passare un contatto o un’informazione.

Il processo è strutturato in pochi passaggi:

  1. L’ascolto: intercetti l’informazione. Un amico vende, un parente ha ereditato una casa ferma, un vicino vuole cambiare vita.

  2. La segnalazione: comunichi l’indirizzo o il contatto alla società di consulenza, spesso con un semplice messaggio WhatsApp. L’informazione resta anonima.

  3. La discrezione: il tuo nome non deve necessariamente essere speso. Sono i professionisti a fare il primo passo, con tatto e competenza.

  4. Il riconoscimento: se la segnalazione va a buon fine e l’incarico viene finalizzato, chi ha fornito l’informazione riceve un riconoscimento economico immediato.

È un sistema meritocratico: tu fornisci l’input, i consulenti gestiscono tutto il resto, dalla burocrazia alla valorizzazione fino alla vendita.

Oltre l’agenzia: perché la consulenza fa la differenza

Perché questo modello funzioni serve un elemento chiave: la fiducia. Nessuno segnalerebbe la casa di un amico a una realtà percepita come puramente speculativa.

È qui che il posizionamento di Immobil Key diventa decisivo. Non una classica agenzia immobiliare focalizzata sulla provvigione, ma una società di consulenza immobiliare integrata.

Chi vende casa, spesso, deve risolvere problemi complessi: successioni, pratiche catastali, necessità di liquidità immediata, o il timore di svendere. Sapere che una segnalazione può indirizzare un amico o un parente verso consulenti in grado di offrire soluzioni su misura – dall’home staging all’acquisto diretto per chi ha urgenza di liberare un immobile a Napoli o provincia – rende la segnalazione un gesto di aiuto concreto.

Un vantaggio per tutti

In questa economia della segnalazione non ci sono perdenti.
Chi vende trova una soluzione professionale e spesso risolve situazioni bloccate da tempo.
La società acquisisce immobili senza investimenti pubblicitari inutili.
Il segnalatore ottiene un guadagno economico semplicemente prestando attenzione a ciò che accade intorno a sé.

In un mondo sempre più digitale, paradossalmente, il valore più grande resta quello delle relazioni umane.

La prossima volta che senti qualcuno lamentarsi delle spese di una casa vuota o annunciare un trasferimento imminente, ricordalo: non è solo una chiacchierata. È un’opportunità.
In un mercato affollato di annunci, il vero vantaggio competitivo resta l’informazione. E chi la intercetta per primo, oggi, ha più strumenti per trasformarla in valore.

Somma Vesuviana, Corte dei Conti: “Criticità sul Piano di riequilibrio”

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Qualcuno lo aveva annunciato, ma ora è la Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Campania – a dirlo nero su bianco con una comunicazione indirizzata al commissario straordinario del comune di Somma Vesuviana, Ida Carbone, al segretario generale Nunzio Anastasio, al responsabile del servizio finanziario e al collegio dei revisori dei Conti: il piano di riequilibrio finanziario approvato dalla ex maggioranza di Sarno è fatto male, malissimo. Prima di tutto per il ritardo con il quale è stato approvato, oltre i termini consentiti, un’osservazione che l’allora consigliere di opposizione Salvatore Rianna aveva più volte ribadito in aula. E ci sono inoltre gravi irregolarità contabili, come in aula avevano sottolineato anche i consiglieri Giuseppe Sommese e Peppe Nocerino. Qualche esempio, ma è solo una goccia nel mare, si ascrive per dire ai debiti fuori bilancio: nella procedura di riequilibrio finanziario pluriennale avviata dalla ex giunta Di Sarno sono quantificati in circa 4 milioni di euro ma solo per alcuni di essi sono stati trasmessi gli accordi con i creditori. Una tale criticità rende il piano di riequilibrio del tutto inattendibile. Ed ancora, per quanto attiene al fondo crediti di dubbi esigibilità, la Corte dei Conti fa notare come sia del tutto «inattendibile». Riassumendo: l’adozione del piano di riequilibrio è avvenuto in violazione del temine perentorio di 90 giorni; si configura il mancato rispetto delle norme sulla decorrenza dello stesso piano (forse bastava riferirsi al Tuel, per non sbagliare) perché è stato sì approvato nell’anno 2025 ma con decorrenza riferita all’anno precedente; rispetto al cronoprogramma di rientro dei debiti fuori bilancio (con quote di recupero dal 2024 al 2038), non si rilevano gli accordi sottoscritti con tutti i creditori, bensì solo con alcuni; sono stati sottostimati – per dirla con estrema semplicità – possibili disavanzi per debiti fuori bilancio non censiti e per contenziosi. Infine, le misure di risanamento previste, pur descritte in maniera analitica, non dimostrano l’andamento migliorativo del programma. Cosa succede ora per Somma Vesuviana che si approssima alle elezioni – una bella grana per chiunque aspiri a diventare il prossimo sindaco – e per i suoi cittadini già vessati dall’aumento, tanto per dirne una, dell’Imu? Succede che entro 20 giorni dalle comunicazioni della Corte dei Conti, il Comune di Somma Vesuviana dovrà presentare le proprie osservazioni e dire cosa vuole fare in merito e come intenda procedere per le criticità. Dalla valutazione di queste osservazioni sarà poi la Corte dei Conti a trarre le proprie conclusioni, quanto alla sorte del piano di riequilibrio finanziario ventilato quale argine al presunto dissesto dalla ex amministrazione di Somma Vesuviana, bisognerà attendere.

Vesuvio, 26 guide ferme sul Gran Cono: scoppia la protesta sul sentiero 5

L’associazione “Presidio permanente vulcani campani” ha espresso il suo disaccordo sulla vicenda delle 26 guide bloccate a svolgere la propria attività sul sentiero numero 5 Il blocco dell’attività sul sentiero numero 5 del Gran Cono del Vesuvio è avvenuto nonostante l’entrata in vigore della nuova normativa regionale che ne sancisce il diritto operativo. A denunciare la situazione è stato Gennaro Balzano, presidente della associazione “Presidio permanente vulcani campani”: “Ventisei guide vulcanologiche regolarmente abilitate dalla Regione Campania risultano, ad oggi, impossibilitate a svolgere la propria attività professionale sul sentiero numero 5 del gran cono del Vesuvio, nonostante l’entrata in vigore della nuova normativa regionale che ne sancisce il pieno diritto operativo. Una situazione paradossale e fortemente lesiva non solo dei diritti dei professionisti coinvolti, ma soprattutto dell’interesse pubblico, della sicurezza dei visitatori e della qualità complessiva dei servizi turistici offerti in uno dei siti naturalistici più importanti d’Europa”. “Dopo quasi trent’anni dall’ultimo concorso la Regione Campania ha approvato lo scorso luglio una delibera che supera il vecchio sistema del numero chiuso, ampliando l’organico delle guide vulcanologiche operative presso il ‘presidio permanente del Vesuvio’, in risposta al crescente flusso turistico e alle maggiori esigenze di sicurezza” ha spiegato nella nota Balzano. Il problema sorge quando le 37 guide storiche attualmente operanti nella zona vorrebbero mantenere un monopolio lavorativo ed economico, impedendo ai 26 nuovi professionisti di lavorare sul territorio. Balzano spiega che “restano intenzionate a mantenere il monopolio lavorativo ed economico impugnando la nuova legge regionale davanti al Tar e diffidando le nuove guide vulcanologiche ad operare sul sentiero numero 5”. Le critiche sono arrivate anche per l’Ente Parco Nazionale Vesuvio che, in qualità di soggetto gestore, dovrebbe fornire risposte ufficiali che però ancora non sono arrivate. Mancanza che secondo l’associazione contribuisce ad allungare la situazione di stallo, penalizzando turisti e lavoratori. Per Gennaro Balzano questa situazione viene definita “non solo un palese impedimento al lavoro per le ulteriori 26 guide vulcanologiche ma favorisce il permanere di un servizio di accompagnamento guidato non idoneo all’importanza del sito, a fronte degli oltre 700.000 visitatori che ogni anno scelgono di visitare il cratere del Vesuvio”. La vicenda resta attualmente aperta, aspettando chiarimenti e sviluppi da parte dell’Ente Parco Nazionale Vesuvio e sul fronte giudiziario. Intanto, sul Gran Cono del Vesuvio la situazione resta tesa e continua a pesare la vicenda irrisolta che non consente a decine di guide vulcanologiche abilitate di lavorare.  

Gandhi, il piano per l’ampliamento: Comune studia transizione con Città Metropolitana

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Il Liceo “Gandhi” di Casoria non chiude e non viene ridimensionato. A fare chiarezza sono il Sindaco Avv. Raffaele Bene, l’Assessore alla Pubblica Istruzione Anna Maria Casolaro e la Dirigente scolastica Anna Errichiello, che intervengono per spiegare una vicenda complessa, legata esclusivamente alla riorganizzazione degli spazi scolastici e non alla soppressione dell’Istituto. Il nodo riguarda il plesso di via Andrea Torrente, la cui locazione sarà dismessa dalla Città Metropolitana di Napoli a partire dal prossimo anno scolastico. Una scelta motivata dalla volontà di eliminare i fitti passivi e di concentrare le risorse su investimenti strutturali duraturi. In parallelo, è stato infatti avviato un intervento di grande rilievo: l’acquisto di un nuovo immobile accanto alla sede centrale di via Aldo Moro e la programmazione di un ampliamento che porterà alla realizzazione di 25 aule complessive, con un investimento di 2,7 milioni di euro. A regime, il Liceo Gandhi disporrà di spazi superiori rispetto a quelli attualmente utilizzati nel plesso Torrente. Il tema centrale, oggi, è la gestione della fase transitoria. A settembre saranno immediatamente disponibili 7 nuove aule, mentre le altre verranno completate nel corso dei lavori. Per questo motivo, il Sindaco di Casoria e la Dirigente scolastica hanno rappresentato con chiarezza alla Città Metropolitana l’esigenza di garantire fin da subito un numero di locali adeguato, così da non compromettere l’organizzazione didattica di una scuola che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita costante. Il Comune di Casoria ha già dato la propria disponibilità a collaborare attivamente, mettendo a disposizione spazi comunali per contribuire alla soluzione temporanea. Le opzioni in campo, assicurano gli enti coinvolti, permetteranno comunque di accogliere tutti gli studenti in orario antimeridiano, evitando soluzioni drastiche o penalizzanti. Nei prossimi giorni, un incontro tecnico presso la Città Metropolitana servirà a definire nel dettaglio il percorso da seguire. L’obiettivo condiviso resta uno solo: accompagnare il Liceo “Gandhi” verso il nuovo assetto strutturale senza creare disagi e tutelando il diritto allo studio. Sindaco, Assessorato e Dirigenza scolastica ribadiscono infine la piena sintonia istituzionale e l’impegno costante a informare correttamente la comunità scolastica, nella convinzione che trasparenza e chiarezza siano strumenti fondamentali per affrontare una fase di cambiamento importante ma ricca di prospettive.

Scuola e inclusione: al via il servizio di mediazione linguistica e culturale nell’Ambito Territoriale N22

Per la prima volta nell’Ambito Territoriale N22 viene attivato il Servizio di mediazione linguistica e culturale nelle scuole, con l’obiettivo di supportare concretamente l’inclusione degli alunni stranieri non italofoni frequentanti gli istituti scolastici del territorio.   Il servizio nasce per favorire l’inserimento scolastico, relazionale e didattico degli studenti provenienti da contesti linguistici e culturali differenti, rafforzando il dialogo tra scuola, famiglie e comunità.   Il mediatore linguistico-culturale svolge attività di accoglienza, tutoraggio e facilitazione nei confronti degli alunni stranieri non italofoni frequentanti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado dell’Ambito N22. Il servizio prevede inoltre attività di mediazione a supporto dei docenti durante le attività didattiche nelle diverse discipline, servizi di interpretariato e traduzione di avvisi, messaggi e documenti, nonché un supporto mirato nell’apprendimento dei contenuti linguistici di base.   Tra le funzioni previste rientrano anche la mediazione nei confronti degli studenti per favorire un inserimento efficace nelle classi, la partecipazione ai colloqui periodici tra famiglie e insegnanti e la redazione, al termine delle attività, di una relazione sul lavoro svolto.   Nel Comune di Marigliano il servizio partirà nei plessi degli istituti Pacinotti e Dante, con particolare attenzione agli studenti provenienti dall’Ucraina — che rappresentano la componente numericamente più significativa — oltre che da Paesi del Nord Africa e del Sud America. In particolare, il supporto agli studenti ucraini sarà garantito anche attraverso mediatori madrelingua.   Positivo il riscontro da parte delle istituzioni scolastiche coinvolte, che hanno espresso soddisfazione per l’avvio di un servizio ritenuto strategico per il rafforzamento dei percorsi di inclusione e per il miglioramento della qualità dell’esperienza scolastica degli studenti e delle famiglie.   «Investire sull’inclusione scolastica significa investire sul futuro della nostra comunità. Garantire a ogni ragazzo gli strumenti per sentirsi parte della scuola e della città è una priorità per questa amministrazione», dichiara il sindaco di Marigliano, Gaetano Bocchino.