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Sant’Anastasia, le vicende storiche e testamentarie della Masseria S. Maria delle Grazie

La masseria di S. Maria delle Grazie è situata al centro del territorio agricolo di Sant’Anastasia, delimitato dalla strada statale 68 e dai due assi di collegamento tra questa e il Comune di Pomigliano d’Arco. Un insediamento molto antico il cui aspetto è qualcosa di emozionante, un vero tesoro che ci offre un affascinante viaggio nella storia.    

 

 

Particolare della Pianta della masseria del reale agrimensore Gennaro Volpicella 1738 – ASNa

Le antiche masserie hanno sempre rappresentato il fulcro della vita contadina, l’organizzazione della produzione agricola e il simbolo della tradizione rurale. Nate tra il XV e il XVIII secolo come aziende agricole fortificate, erano centri autosufficienti con alloggi per proprietari e braccianti, stalle e depositi, oltre a rappresentare un presidio di difesa del territorio. Le grance, in particolare, erano antiche masserie di proprietà di ordini religiosi o istituzioni ecclesiastiche, nate per gestire vasti latifondi, coltivare cereali e immagazzinare raccolti. Tante erano diffuse specialmente nel territorio vesuviano, fungendo da veri centri amministrativi e produttivi, spesso dotate di cappelle proprie e alloggi per i contadini, svolgendo un ruolo chiave nell’economia agricola medievale e moderna. Oltretutto, il legame degli Ordini religiosi con il territorio intorno al complesso Somma – Vesuvio era ben noto sin dall’antichità per la fertilità del suolo. Sin dall’epoca romana, le terre vesuviane erano fiorenti, densamente popolate e rinomate per la loro eccezionale fertilità e bellezza paesaggistica, attirando la nobiltà romana che vi costruì lussuose ville. La continuità idrica montuosa e gli apporti minerali, dovute alle continue eruzioni, avevano creato un terreno fertilissimo.

G. Volpicella, Pianta della masseria e territorio dei RR. PP. 1738

Già a partire dal XV secolo, la Congregazione dei Poveri Eremiti di San Girolamo possedeva una masseria nell’antico Casale di Sant’Anastasia della Terra di Somma, confinante con il territorio detto la Pretiosa, appartenente al monastero napoletano di S. Severino & Sossio. Il nome Pretiosa, ossia preziosa, significa attualmente qualcosa di grande valore, costosa, o degna di essere apprezzata. Nel 1497, il territorio Preziosa era così detto per la bontà de’ vini che in esso si fanno, in modo che in questo vi ha il monasterio di San Severino una buona rendita. Da questa Pretiosa viene l’acqua in Napoli, come si disse, e si forma il fiume Sebeto [C. Cerbone, D. De Stelleopardis – Afragola feudale: per una storia degli insediamenti rurali del napoletano – Ist. di Studi Atellani, 2004]. La località si menziona, per la prima volta, in una pergamena del 1181, come afferma il prof. Luigi Verolino. Nel contesto dei territori della cosiddetta area arcoriana, cioè di quell’antico il territorio percorso dall’antico acquedotto augusteo, il sistema delle Masserie della Pretiosa ebbe un ruolo rilevante nella economia agricola locale fin dal XII secolo, in quanto nella sua ampia estensione rientravano anche altre strutture di rilievo Nella cartografia (foto sotto), risalente al XVII secolo viene illustrata l’area della masseria appartenuta al Monastero di S. Severino e Sossio che ha dato il nome al suddetto sistema [Massarie Pretiosa e Spina presso Pomigliano d’Arco. – sec. XVII. – Joannes d’Iorio]. Di fronte a questa area viene indicata l’area o masseria Spina che, in un tempo forse più antico, era delegata proprio a pars massaricia. I territori di pertinenza raggiungevano i 120 moggia: 90 la Pretiosa e 30 la Spina [Il Sistema delle Masserie della Pretiosa nel contesto dei luoghi arcoriani – uno studio (I) in https://tavernanova.blogspot.com]. Resta il fatto che i frati benedettini detenevano nel 1740 sicuramente ben 23 possedimenti a Sant’Anastasia.

       Area Arcoriana, Licignano – La Preziosa

L’Ordine dei Girolamiti fu fondato nel 1380 dal beato Pietro Gambacorta da Pisa (1355 – ca.1435). Le scelte personali del religioso pisano, all’epoca, s’inserivano in un contesto animato da istanze di rinnovamento che dettero vita ad esperienze eremitiche diffuse in ampie zone d’Italia e d’Europa [cfr. M. Rocchetta, Biblioteche scomparse – Le librerie claustrali della Congregazione di San Girolamo degli Eremiti, Dottorato di Ricerca in Scienze Librarie, Università La Sapienza]. I poveri eremiti vivevano una vita fondata sulla povertà, la preghiera e la contemplazione. La loro maggiore attività nelle loro masserie, come vedremo, era la produzione e vendita alla minuta del buon vino, venduto in botticelli, da cui l’appellativo meridionale, dato dai soldati spagnoli in epoca vicereale, di padri bottizzelli o vottazzielli. Le regole furono approvate dal Papa Eugenio IV nel 1446 e, dopo essere stati assimilati agli ordini mendicanti nel 1571, furono soppressi da Papa Pio XI nel 1933. La presenza a Napoli è documentata sin dall’inizio del XV secolo e precisamente nel 1412. Tuttavia il primo vero complesso napoletano fu la chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, i cui lavori, iniziati nel 1447, terminarono nel 1473. Era la prima chiesa meridionale espressamente dedicata, secondo la tradizione, a S. Maria delle Grazie, ubicata tra le mura dell’Ospedale di S. Maria del Popolo, comunemente detto degli Incurabili, e quelle dell’Educandato Regina Coeli. Con la soppressione del 7 agosto del 1809 degli ordini religiosi possidenti, il complesso fu assorbito dal vicino Complesso degli Incurabili. Già precedentemente, però, il 5 ottobre del 1799, la struttura religiosa era stata incorporata al corpo ospedaliero; ma, nel 1801, Ferdinando IV la ridiede ai religiosi, che la persero definitivamente nella soppressione del 1809.

L’origine di questa masseria, come sia pervenuta al suddetto monastero, non se n’ha perfetta notizia dalle scritture che si sono viste, e né tantomeno si è a conoscenza di quando fosse stata acquistata con varie compre in diversi tempi. Le prime notizie, comunque, risalgono già al 26 agosto del 1482, quando detto Monastero fece instrumento di concessione a Fusco di Cennamo d’un pezzo di terra di moggia 34 in circa, parte campese e parte nemurosa [ASN, Monasteri soppressi c. 28v] sita in detta villa di S.to Anastaso, e proprio dove si dice alla Pretiosa, alias La Spina, giusta li beni di Loise Caracciolo, li beni del monastero di San Severino, et altri confini, quale territorio detto monastero asserì possederlo giusto titolo. Per annuo censo affrancabile di t(ut)t(e) trentaquattro da pagarsi dalla metà d’agosto di qualsivoglia anno, come appare dall’instrumento […] per mano di notar Giorgio Fortino di Napoli, scritture di S.to Anastaso numerato in numero primo [ASNa, Monasteri soppressi, c. 28r]. Le pergamene, in effetti, conservate nel Fondo Monasteri Soppressi offrono una preziosa testimonianza legata a questo territorio, la cui storia è legata a donazioni, acquisti e concessioni in censo.

ASN 1789

Il 10 maggio del 1449, anche, la signora Caterina Crispano vidua del quondam Iannotti Nardo, donò al detto monastero una terra sita nella Villa di S.to Anastaso, dove si dice lo Fusaro, giusta suoi notorii confini con peso che il PP. di quello (monastero) debbiano pregare il signore Dio per l’anima sua nelli loro divini offici d’alcune messe. Il 10  gennaio del 1452 la    medesima donò al predetto monastero un pezzo di terra di moggia cinque de Prato, sito nelle pertinenze di Sant’Anastaso, dove si dice la Bolla [ASNa, Monasteri soppressi, c.30v].

Continuando, risulta che ancora dieci moggia del suddetto territorio, e propriamente nel luogo detto li Chioppitielli della Preziosa, furono donati dalla contessa Donna Sveva Caracciolo (*1486 +?), sposata con Fabrizio Gesualdo Conte di Conza.  Numerosi  documenti genealogici affermano che la contessa sia morta nel 1532, ma come vedremo urta con le notizie sotto riportate, che in effetti attestano che l’11 aprile del 1550 la nobildonna avrebbe donato a detto monastero ducati 250 per la celebrazione di messa perpetua al giorno. Successivamente, il 7 aprile del 1551, i procuratori della Ill. ma Signora Caracciolo, fecero instrumento di concessione al detto Monastero di una Massaria arbustata e vitata d’alberi e vite Greche, sita e nelle pertinenze della Villa di Somma e proprio nel luogo dove si dice li Chiuppitelli […] e nel detto instrumento vi è instrumento della compra della medesma per ducati 250 e l’altro della pigliata della possessione di detto territorio [ASN, Monasteri soppressi, c.31r]. Rimane il dubbio!

Precedentemente, il 30 aprile del 1542, Donna Lucrezia de Laudesiis, alias de Porcariis, aveva redatto il suo testamento, lasciando al monastero napoletano ducati quattro ogn’ anno in perpetuum da doversi pagare dai suoi eredi […] e li suddetti annui ducati quattro furono affrancati per ducati 80 quali avuti con altri danari del Monastero si convertirno in compra di una terra sita a S.to Anastaso come dal seguente notamento. Una conferma della donazione di donna Lucrezia ci viene fornita nella lettura dei pesi del Catasto anastasiano dove si legge: per due messe la settimana in vigor di Legato della quondam Lucrezia de Laudesiis, alias de Porcariis sopra moggia uno, e quarte nove del suddetto Territorio fra le moggia tre, e quarte due, e mezza propriamente nel luogo detto il Greco Vecchio.

Il 7 aprile del 1551, il monastero comprò dal signore Ettore Spina una restante della sua masseria, sita nelle pertinenze di Somma nel casale di S. to Anastaso, e proprio dove si dice li Chiuppitelli, giusta li sopradetti confini a ragione di ducati 26 il moggio […]. La suddetta terra, misurata per li censuratori, era di moggia 36.

Sepolcro di Giovannello de Cuncto

Degna di nota rimane la donazione di messer Giovannello de Cuncto, il grande benefattore, la cui storia vale essere raccontata. In effetti, nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Caponapoli, l’interno, a croce latina con cappelle, contiene, tra le pregevoli opere, uno splendido Sepolcro appartenente a Giovanniello de Cuncto e Lucrezia Filangieri di Candida dello scultore Giovanni Tommaso Malavito (ca. 1470 – ca. 1529), esponente della scuola napoletana pur essendo di origine comasca.  Il sepolcro, collocato nella cappella che prese lo stesso nome della Madonna titolare della chiesa, colpisce per la naturalezza con la quale i due coniugi sono raffigurati: Giovannello adagiato sul sarcofago e Lucrezia ritratta sulla fronte dello stesso. Un monumento di marmo bianco di Carrara, che i frati eressero alla memoria del loro benefattore Giovanni de Cuncto e della moglie, volendo così esser grati al primo, che verso di essi a larga mano avea prodigato tanti e moltiplici benefizii, e che colà, come di sopra dicemmo, avea prescritto voler esser sepolto […]. Messer Giovannello era signore di Tramonti, Casalicchio, Montenero, e così via, segretario di Casa d’Aragona dal 1446. Era, oltretutto, discendente da una antichissima famiglia amalfitana, che, come si tramanda, istituì l’antico Ordine Gerosolomitano. Figlio di Angelillo de Cuncto e di Felicella Longo di Vico Equense, sposò Donna Lucrezia della Candida, figlia del magnifico cav. Giovanni Filangieri detto della Candida.  L’arma dei de Cuncto è una Croce, contrassegno della Religione Gerosolimitana. Il 14 luglio del 1515, Giovannello dovendo partire da Napoli, e siccome nil sit certius morte et nil incertius hora mortis, fece testamento, istituendo suo erede universale la cappella di Santa Maria delle Grazie, nella chiesa omonima in Napoli, con alcuni obblighi di messe.

Convento S.M. della Grazie a Napoli

Ebbene, la ricerca condotta ci dà per certo che tra le maggiori donazioni fatte da Giovannello al monastero napoletano ci fu una larga parte di un territorio in Sant’Anastasia. Tale notizia è attestata, sorprendentemente, nel Castasto Onciario borbonico del 1771 del Casale di Sant’Anastasia nella Terra di Somma, conservato nell’ Archivio di Stato di Napoli (Sala Catasti). Ciò che cattura immediatamente l’attenzione nella lettura, oltre alla descrizione del territorio, è la lunga lista dei pesi o obblighi a cui erano tenuti i religiosi. Certamente le donazioni di denaro e terre ai religiosi, permettevano all’epoca ai ricchi, a differenza dei poveri, di poter disporre di un maggior numero di preghiere e messe in suffragio della loro anima. Ed è il caso proprio di messer Giovannello de Cuncto. Leggendo, infatti, risalta che vi era effettivamente un peso di annui ducati 101, che i religiosi girolamiti dovevano sostenere per la celebrazione di tante messe, ed anniversarii in vigor di legato del quondam Joannello da Cunto sopra moggia 94 e mezza, e mezza quarta del suddetto territorio, cioè moggia 34 ¼ nel luogo detto la Spina, e moggia 60 ¾ in luogo detto la Preziosa.

Nella masseria, comunque, vi era un comprensorio di case con molte commodità, tanto per habitatione, come per la conserva de vini, et altre vittovaglie, che in essa si fanno e nello anno 1701 si terminò di coprire il celaro nuovo [ASNa, Corporazioni religiose soppresse, 187, c. 28r].

     Pianta del cartografo Luigi       Marchese (ambito cronologico 1800-01)

La conferma dei circa 200 moggia ci viene confermata dalla lettura della particella 36 nella Descrizione dei territori, allegata alla Pianta del Casale di Sant’Anastasia (1800 – 01) del cartografo Luigi Marchese, conservata nel Museo di Capua. Le righe attestano che il territorio arbustato, vitato e seminato, allagato, di circa 200 moggia del Monastero di S. Maria delle Grazie ad Incurabili, moggia 18 di esse devastate dalle acque piovane, (era) affittato (all’epoca) a Domenico Manna, Angiolo Romano, Vincenzo Palmese, Berardino, e fratelli Guadagno.

Resta il fatto, dicevamo, che tra donazioni, concessioni e acquisti avuti nel tempo, l’attuale masseria con il suo territorio circostante, inizialmente con una estensione di circa 300 moggia, sarebbe passata, alla fine del XVIII secolo, a circa 200 moggia.  Incrociando, infatti, i dati degli anni 1703-6, quelli del 1738 e quelli del 1771, rispettivamente gli anni della redazione delle due platee del monastero di S. M. delle Grazie, della pianta disegnata dal regio ingegnere agrimensore Gennaro Volpicella e del Catasto onciario anastasiano, possiamo supporre che la masseria ridimensionò quella sua estensione iniziale.

Con la soppressione napoleonica del 1807 degli ordini religiosi, vi fu l’incameramento di oltre 1.300 case religiose e dei loro beni mobili/immobili da parte del Demanio dello Stato. Tra i beni soppressi vi furono anche quelli dell’Ordine dei Poveri Eremiti di San Girolamo, tra cui il possedimento anastasiano. I beni, inclusi arredi preziosi, furono confiscati e spesso venduti all’ asta. Lo Stato non solo attuò la cancellazione di gran parte degli ordini religiosi, confraternite ed enti ecclesiastici, incamerandone i beni, ma requisì terreni e immobili, trasformandoli in demanio nazionale per finanziare le casse statali, risanare i debiti pubblici e riutilizzare edifici per scopi civili o militari.

             Jean Baptiste Jourdan

Nel 1808 la masseria, già in forza del Regio Demanio, pervenne a Jean Baptiste Jourdan (1762 – 1833), generale francese, maresciallo dell’Impero con Napoleone Bonaparte, per ducati 26.829 e grana 90, per lo qual prezzo scrisse e diede due cambiali a favore del Tesoro, l’una di ducati ventiduemilasettecento ventisette scadibile fra giorni quindici dal di del contratto e l’ altra di ducati tremiladuecentodue e grana novanta pagabili fra sei mesi come tutto costa da pubblico istromento passato fra lui ed il Ministero alla Finanza, Signor (Pierre Luois) Roederer, per mano del Regio Notaio don Vincenzo Portanova di Napoli del 3 maggio milleottocentotto. Noto per il suo ruolo chiave nelle guerre rivoluzionarie, in particolare per la vittoria nella battaglia di Fleurus del 1794, Jourdan fu un abile organizzatore militare, sebbene meno brillante come stratega sul campo secondo Napoleone. Divenne anche un politico giacobino e capo di stato maggiore di Giuseppe Bonaparte.

Con il ritorno dei Borbone, la gestione dei beni incamerati durante il decennio francese vide tentativi di restaurazione patrimoniale, ma anche il mantenimento di alcune vendite statali e la restituzione di proprietà ecclesiastiche. Si cercò un equilibrio tra vecchi diritti e i cambiamenti socio-economici consolidati, anche se fu difficile annullare completamente le alienazioni di beni demaniali avvenute sotto Murat, poiché le clausole prevedevano salvaguardie per le vendite dello Stato. Il maresciallo francese Jourdan capì che era arrivato il momento di disfarsi della proprietà. Con Istromento di vendita stipolato a ventisette maggio 1817 qui in Napoli, col quale il Signor Gio: Batta Pozzo di Borgo Procuratore del Si(gno)r Conte D. Paolo Felice Ferri Pisani (genero del maresciallo e conte di Sant’Anastasio), ed autorizzato dal Maresciallo di Francia Conte D. Gio: Batta Jourdan, col consenso della Sig.a Contessa D(onna) Margherita Camilla Jourdan (a cui era pervenuta la proprietà), ha venduto in beneficio delli Sig(no)ri Biase ed Antonio D’Andreana un territorio di moggia centonovantotto 198 a corpo, e non a misura, sito nelle pertinenze di S. Anastasio, per lo prezzo di ducati 45600 – (f.to) Notar Angelo Guerra di Napoli. Nel 1817, quindi, quasi al doppio del prezzo comprato inizialmente, la masseria, con i fondi circostanti, fu venduta ai fratelli foggiani Biase ed Antonio d’Andreana di d. Gaetano (+1804): un vero affare per la famiglia Jourdan all’epoca.

Ubicazione

Biase D’ Andreana aveva sposato nel 1801 D. Maria Teresa Cianciulli, figlia del caporuota del Sacro Regio Consiglio, d. Michele Angelo Cianciulli (1734–1819), quest’ultimo sposato con Dorotea Perillo, da cui ebbe nove figli, fra cui ricordiamo d. Filippo, membro della commissione per la riforma del codice di procedura civile. La famiglia Cianciulli possedeva una vasta proprietà con palazzo e giardino nella Terra di Somma e propriamente nel luogo detto valle di Margarita. Antonio D’ Andreana, invece, sposò la nobildonna Antonietta Zezza, figlia del possidente foggiano d. Michele, noto commerciante di formaggi e grano a Foggia, Cerignola e Ascoli Satriano, barone di Zapponeta. La proprietà anastasiana fu divisa in due parti rispettivamente 143 moggia a Biase e 55 moggia ad Antonio. Il patrimonio degli D’ Andreana era vasto, specialmente a Foggia, con terreni, masserie, fondi boscosi ad uso di pascolo e, infine, vigne con fabbriche, bottami ed utensili.

Dal 1848 al 1857, il podere anastasiano era locato a molti coloni in relazione alla sua grande estensione. Tra questi ricordiamo: Pasquale e Sabato Romano; Francesco Romano; Antonio ed Andrea Sgambati; Felice, Salvatore ed Angelo Romano; Luigi Guadagno; Domenico Guadagno e Grazia Esposito.

Leopoldina Ruffo di Bagnara con il Principe Carlo Caracciolo

L’acquisto successivo di una parte della proprietà, comunque, fu effettuato tra la fine del XIX – inizi XX sec. da Donna Carlotta Leopoldina Ruffo di Bagnara dei principi di Sant’Antimo, dama, nata a Napoli il 10 novembre del 1844 e morta ivi il 30 maggio del 1938, figlia di Don Vincenzo, principe di Sant’Antimo, patrizio napoletano e di Sarah Louisa Strachan dei Baronetti di Thornton, sposata in prime nozze con il duca d. Paolo Marulli e, in seconde nozze, col principe di Castagneto d. Carlo Caracciolo (1839 – 1900).  Il fondo rustico – dell’estensione catastale di ettari tredici, are venticinque e centiare ottantacinque – transitò alla morte di Donna Carlotta alla nipote Donna Leopoldina Caracciolo di Castagneto (1912 – 2007), come si evince dall’atto notarile rogato dal notaio Ambrogio Tavassi di Napoli del 3 giugno 1928. Leopoldina, figlia di Don Filippo Caracciolo e sposa del marchese Luigi Santasilia di Torpino nel 1933, ricevette tutti i diritti ereditari di qualunque natura sulla successione dell’ava Donna Carlotta, nella quale successione ricadeva, tra l’altro, il suddetto fondo in Sant’Anastasia, Madonna delle Grazie. L’ otto settembre del 1956, infine, con atto del notaio Giuseppe de Luca di Napoli, d. Leopoldina liberamente e senza riserva alcuna, vendette e trasferì ai germani Antonio e Maria Grazia Di Marzo fu Salvatore una parte del fondo rustico, comprendente pozzo, vasca, cabina elettrica, elettropompa e relativa zona di rispetto (tuorno del pozzo) esistenti nella zona venduta.

Dal 2006, infine, la masseria è gestita dal dott. Savio Giuseppe Di Dato, tecnologo alimentare, che con passione e dedizione sta riqualificando l’intera struttura e il territorio circostante. Tale processo di recupero strutturale e funzionale dell’antico complesso rurale, non solo sarà finalizzato a preservare il patrimonio storico e paesaggistico, ma toccherà il restauro conservativo di muri, corti e ambienti agricoli, in sintonia con il miglioramento socio – culturale del territorio.    

La masseria attualmente si presenta agli occhi dei visitatori con uno schema a corte chiusa. L’impianto – spiega il compianto arch. prof. Michele Cennamo (1935 – 2016) – presenta tutte le caratteristiche bioclimatiche della manualistica vitruviana e rinascimentale. La corte è circondata da quattro corpi distinti nelle funzioni sia nel linguaggio formale, sia nella tipologia strutturale. Il corpo ad est, in particolare, affiancato al portone d’accesso, è suddiviso, al piano terra, in due moduli, di cui il primo rettangolare è destinato a cappella rurale con accesso diretto anche all’esterno; mentre il secondo a stalla e ricovero degli animali.  Il livello superiore dello stesso corpo, al quale si accede con la scala esterna, era destinato all’abitazione dei religiosi. Tuttora si intravedono pitture parietali seicentesche. Il corpo a nord, invece, era destinato agli alloggi dei braccianti agricoli, mentre quelli a sud e a ovest a cellaio e a locali per la lavorazione artigianale. Interessante dal punto di vista architettonico è l’aia – corte, laddove il pozzo, la cisterna, la cucina, il forno, la colombaia, le conferiscono – continua Cennamo – una atmosfera di borgo recintato che ben si rapporta con la campagna circostante. Un insediamento il cui aspetto è qualcosa di emozionante, un vero tesoro che ci offre, ancora oggi, un affascinante viaggio nel paesaggio culturale vesuviano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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