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“’E trezze ‘e Carulina“ di S. Di Giacomo, e il “mistero” delle Caroline cantate dal poeta

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La “Carulì” delle canzoni “ A Marechiaro” e “ ‘E trezze ‘e Carulina” nel racconto fatto a Vittorio Paliotti dalla proprietaria della trattoria “ ‘A finestrella”di Marechiaro.  “Carulì”, la canzone delle due Caroline, quella di Di Giacomo e quella di Mario Costa.  “ Palomma ‘e notte” dedicata alla donna della sua vita, Elisa Avigliano.

 

Nel 1895 Salvatore Gambardella musicò la poesia che Di Giacomo aveva dedicato a una Carolina dalle belle trecce, che si divertiva a respingere il suo corteggiamento. E per vendicarsi, il poeta chiede al pettine con cui la ragazza mette in ordine le sue trecce, di graffiarle la testa e le guance, “ scippala ‘na matina”. E allo specchio in cui ogni mattina la ragazza guarda e ammira la luce riflessa dei suo occhi e del suo sorriso Di Giacomo chiede di appannarsi, mentre la vanitosa si compiace della propria bellezza.  Non si contano i poeti che a partire dal mondo antico si sono rivolti allo specchio usato dalla loro donna; specchio ora amico, ora, come scrisse G. B. Marino, “rivale”, perché lui solo, lo specchio, aveva il privilegio di “mirare” la bellezza della donna “crudele e superba”. Ma il Marino ricorda a questa signora che la bellezza e la giovinezza sono fragili proprio come è fragile il vetro dello specchio. Anche questa “variante” per antitesi introdotta da G.B. Marino nel corredo metaforico del tema fu adottata da altri poeti: ma Di Giacomo inventa una novità, immagina che il pettine di “tartaruca fina” e lo specchio “ de Venezia” non diano ascolto alla preghiera dell’innamorato respinto, e restino fedeli alla ragazza. Anche la ruta, la reseda e la nepitella, l’”anepeta”, a cui l’innamorato infelice ha chiesto di farsi trovare inaridite, “seccate”, sul terrazzo, non solo non “sentono” queste maligne richieste, ma fioriscono ancor prima del tempo, grazie al sole di aprile, “ cchiù ampresso ncopp’ a ll’asteco / abbrile ‘e ffa schiuppà’….” Salvatore Gambardella  trasferì magistralmente in musica i temi della poesia: l’intonazione classica del motivo, lo spunto ironico dell’eros popolare che si dispiega nell’invocazione alle “lenzola”: “nfucateve, pugnitela / tutto stu mese ‘abbrile”, e infine l’antitesi e la ripetizione che fanno pensare alla melodia della taranta.

Salvatore Di Giacomo ebbe relazioni complicate e con le donne delle sue poesie, delle canzoni, delle novelle, e con quelle della realtà: merita di essere letto il saggio “Il tormentoso idillio di Elisa e di Salvatore” in cui Giovanni Artieri ricostruì, con passione e con rigore filologico, la storia d’amore tra il poeta e Elisa Avigliano, fatta di “pene, di infelicità volontaria: una storia tipica del tempo, ancora tutto immerso nell’onda romantica, per cui l’amore non sembrava vero, se non lo sorreggessero, su un letto di spine, l’inquietudine, l’incertezza, la gelosia.”. Assai “romantico”, nella sua audacia, fu, all’inizio, il comportamento della Avigliano, se è lei la “palummella” di “Palomma ‘e notte:” Tiene mente ‘sta palomma / comme gira, comm’avota/…Vattenne ‘a lloco / vattenne, pazzarella..”.Pare che Di Giacomo abbia voluto esorcizzare il “demone” dell’amore triste negando che la Carolina di “A Marechiaro” e quella delle “trezze” fossero donne in carne ed ossa. Dichiarò più volte che aveva inventato  sia la ragazza che la “fenesta” del borgo, ma non poté negare che lui e Francesco Tosti frequentassero una trattoria di quel borgo, famosa per le sue zuppe di pesce. Anni dopo Nannina Cotugno, proprietaria di quella trattoria che ora si chiamava “ ‘A finestrella”, raccontò a Vittorio Paliotti che la Carolina, Musa delle due canzoni di Di Giacomo, era sua nonna, Carolina Anastasio, figlia di Vincenzo, – che aveva servito le zuppe al poeta e al musicista -, e prima fidanzata, e poi moglie di Carmine Cotugno, noto per la sua abilità di cuoco e per la sua gelosia.

Ancora più complicata è la storia di “Carulì”, scritta da Di Giacomo, musicata da Mario Costa e edita, nel 1885, da Santoianni. Fu la canzone delle due Caroline. Il poeta, racconta Vittorio Paliotti, la dedicò a Carolina, “una bruna venditrice di bibite”, con banco in via Latilla, “con la quale il poeta, consapevole della poca fortuna che aveva con le donne, soleva scambiare”, ogni giorno, “quattro timide chiacchiere”. Mario Costa la dedicò alla sua amata Carolina, figlia del geniale fotografo Giorgio Sommer, un tedesco trapiantato a Napoli.

Ma forse il nome “Carolì” piacque a Salvatore Di Giacomo perché il trisillabo tronco, la scioltezza delle due liquide, ”l” e “r”, e la varietà timbrica delle tre vocali in armoniosa successione evocavano alla sua immaginazione quella sintesi perfetta di movimento e di “riposo” che sollecitava con intensità il suo spirito di poeta.  E che ispirò anche Antonio Bresciani nel dipingere la splendida “Ballerina allo specchio” che correda l’articolo.