Orio Vergani, scrittore, giornalista, Maestro del giornalismo sportivo – Gianni Brera si considerava suo allievo- fotografo, studioso dell’arte, membro di una famiglia che ha scritto pagine importanti nella storia della cultura italiana del primo Novecento, raccontò in un articolo pubblicato sul “Corriere d’informazione” (1° novembre 1957) come e perché aveva bocciato Sofia Loren al concorso di Miss Italia che si tenne nel 1950, a Salsomaggiore. Fu eletta Miss Italia Anna Maria Bugliari, una sedicenne di Maiori: la sua foto è pubblicata in appendice. Correda l’articolo una foto della Loren scattata nel 1950.
Come il suo amico Emilio Colombo, quando seguiva, da giornalista, le tappe del Giro di Francia, teneva gli occhi fissi solo sui corridori e non si distraeva nemmeno quando passava davanti alla cattedrale di Reims o all’Arena romana di Nimes, così Orio Vergani, giudice del concorso di Miss Italia, non “si accorse di Sofia Scicolone.” Che gli era stata raccomandata da un vecchio amico, Alfredo Ricordi. E per rispettare l’amicizia, egli parlò con la ragazza prima del verdetto finale, “la misurai, la scrutai, la fissai negli occhi, vidi – bisogna dirlo? – le sue gambe, guardai la sua bocca, conclusi l’incontro con questa frettolosa e melanconica considerazione: “Ecco un’altra povera ragazza che si illude”. “Povero Paride – si rimproverò il Vergani – fu la cantonata più grossa della tua carriera”. Non lo consolò il ricordare che nel concorso del 1947 egli aveva bocciato anche Gina Lollobrigida, classificata al terzo posto: però le prime due non erano due giovanette qualsiasi, erano Lucia Bosè e Anna Maria Canale. Lo consolò, in parte, il vedere che anche altri giudici non si erano accorti della bellezza di Sofia, nemmeno quel Remigio Paone, regista e impresario teatrale nato a Formia, ma napoletano nel cuore, “che pilotava non so quanti spettacoli di prosa, di rivista, di danza, che era, in un certo senso il Re delle Bluebell, che veniva ricevuto con profondissimi inchini, fra spari di champagne, quando si presentava al teatro del Lido di Parigi, per passare in rivista le “ragazze” da arruolare per gli spettacoli del Nuovo, del Lirico, del Sistina”. Poiché Alfredo Ricordi aveva raccomandato Sofia a tutti i giudici, il produttore cinematografico Mambretti coniò il titolo di “Miss Eleganza” e lo assegnò alla ragazza napoletana, per “non mandarla via troppo amareggiata”. Sofia capì subito che sarebbe stata “bocciata”, ma non pianse: anzi divenne “altera, sicura di sé, e – lo dico arrossendo – quasi sprezzante”. Quando la incontrarono, Vergani e Paone lessero nel suo sguardo un chiaro messaggio: lei, “da brava napoletana”, li giudicava due “fessi”. E sette anni dopo Vergani ammetteva che Sofia aveva ragione: i due “competenti di bellezza” non avevano capito di avere davanti “una ragazza capace, diventando donna, di incantare il mondo”. Sofia “ci salutò con un sorriso smagliante, in cui palpitava più che una mondana cordialità, una specie di sfida. Io e Remigio sorridemmo: e poi finimmo, fra di noi, a sghignazzare”. E si capisce che Vergani, ricordando quei giorni, si vergognava proprio di quello sghignazzare e “del nostro ridere convulso” che fece tremare l’ascensore del Grand Hotel. “Era bella? Non ci parve. Prima di tutto sembrava che appartenesse a quello che i nostri padri, amici delle bellezze floride, chiamavano il genere “pertica”. Troppo alta, troppo magra, troppo poco donna, troppo adolescente ancora, male impastata; e soprattutto “troppo bocca”. Era proprio sulla bocca – oggi è una delle più famose al mondo- che alle nostre occhiate di lontano cascava l’asino. Quale poteva essere il destino di quella “spilungona”? Tutt’al più, con un po’ di fortuna, quello di mannequin.” E qui si chiarisce la complicata personalità di Vergani: chiede scusa per aver bocciato la Loren, ammette di essere stato “fesso”, ma la “sua fessaggine” e quella di Paone e degli altri giudici non era il prodotto di un’assoluta cecità: c’era qualche concreta giustificazione, nel 1950 le “spilungone” non andavano di moda. Non dimenticando la raccomandazione di Ricordi, Vergani e Paone consigliarono a Sofia di non pensare al cinema, ma al teatro dialettale, anche perché la ragazza “parlava con un accento napoletano, degno dei dialoghi più stringenti di Peppino De Filippo. Attrice di teatro o, dopo un’accurata preparazione, soubrette, “una bella subrettina””: con quelle gambe, poi …Sofia guardò Vergani e Paone “senza più sorridere. Si asciugò con il mignolo una goccia di aperitivo che le era caduta, dal bicchiere, su una gamba e si pulì il dito come una bambina, passandolo sulla bocca. Rispose semplicemente: “Teatro? No…Rivista? No…O cinema o niente.”. Farfugliammo qualche parola di risposta, tanto per essere gentili. Lei ripeté: “O cinema o niente”. Ci strinse la mano, ci salutò, si allontanò sulle lunghissime gambe….”. No, Orio Vergani non riusciva a dimenticarle, quelle gambe.



