Dati allarmanti quelli diffusi dall’ultimo rapporto Onu sull’infanzia. In Italia, ad esempio, un bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di estrema povertà, mentre uno su 20 vive situazioni legate alla violenza domestica.
Varata nel 1989, e ratificata soltanto due anni dopo, nel ’91, la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza si caratterizza come un sistema organico che raggruppa una serie di politiche in favore dell’infanzia. In pratica un insieme di strumenti che dovrebbero tutelare e sostenere la crescita dei più piccoli. Eppure, secondo un recente rapporto a cura del CRC, tutto ciò non ha portato a grossi ed evidenti risultati. Manca, quindi, una adeguata funzionalità.
Leggendo a fondo i dati che emergono dal rapporto, si scopre che troppi diritti dei minori sono drammaticamente negati da fattori come la povertà, la carenza di servizi e da un inadeguato coordinamento fatto di strutture che possano tutelarli. In Italia, ad esempio, un bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di estrema povertà, mentre uno su 20 vive situazioni legate alla violenza domestica. Uno su 100, poi, è vittima di maltrattamenti. Inoltre, tanto per aggiungere del peggio al peggio, un bambino su 20 è a rischio mortalità perché vive in aree inquinate, e uno su 50 convivrà con uno stato fisico di disabilità fin dalla scuola primaria.
L’Italia, come ho già anticipato poco sopra, ha dalla sua realtà che sono totalmente diversa a seconda della regione in cui ci troviamo. Infatti, prendendo in considerazione il meridione, scopriamo che la situazione è parecchio grave. In Sicilia, tanto per citarne una, soltanto il 5,6% dei bambini riesce ad avere accesso all’asilo nido. Altre regioni come la Puglia, la Campania e la Calabria, hanno percentuali che vanno dal 2,1 fino al 4,4%.
Per quanto riguarda i disabili, invece, constatiamo che la scuola resta l’ultimo baluardo per la loro formazione e integrazione. Un fattore sociale determinate che subisce, purtroppo, dei tagli radicali che ne minano l’efficacia. Una giusta copertura a quelle che sono una miriade di esigenze. E tutto questo, è amaro affermarlo, malgrado qualcuno si ostini a chiamarla la “buona scuola”.



