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Dai Santi martiri ai Santi “avvocati”: quando San Paolino creò la figura del Santo Patrono, protettore dei singoli e della comunità…..

Grazie alle intuizioni e all’opera di Paolino San Felice divenne il primo Patrono, protettore dei singoli fedeli e custode dell’identità religiosa e sociale della comunità nolana. San Paolino cercò di salvare il patrimonio delle istituzioni, della scienza e delle tecniche della cultura pagana.

 

Prima di morire Paolino chiese se fossero presenti i suoi fratelli, San Gennaro e San Martino”

(Uranio)

Nella prima fase della storia del Cristianesimo santi sono solo i martiri – dalla parola greca che significa “testimoni” –, cioè solo quegli eroi che hanno attestato la loro fede nella Verità di Cristo sacrificando la vita e offrendo il sangue. In seguito Clemente Alessandrino e Origine introdussero la dottrina del “martirio di coscienza”: è martire, e dunque santo, non solo chi è stato ucciso dai persecutori a causa della sua fede, ma anche chi è pronto a versare il proprio sangue in nome di Cristo, e solo le vicende della storia gli impediscono di dimostrare concretamente quanto sia sincera questa sua disponibilità. La dottrina non solo ampliava notevolmente la legione dei santi, ma attraverso il concetto del “martirio quotidiano”, elaborato da San Girolamo, rendeva le biografie dei santi modelli di vita virtuosa con cui potevano confrontarsi tutti i cristiani: al successo della dottrina contribuì vigorosamente, tra la fine del sec.IV e il primo trentennio del sec.V, Paolino: il quale proclamò Felice da Nola “martire senza spargimento di sangue” (Carme XII).

Valori e vicende della storia di Paolino da Nola sono stati illuminati dagli studi pregevoli di Andrea Ruggiero e di Giovanni Santaniello. Ma rimangono ancora significative le pagine che Peter Brown scrisse nel 1981 per spiegare il particolare rapporto che Paolino stringe con la figura di San Felice. Attraverso i culti misterici importanti intellettuali pagani avevano costruito una salda relazione, fatta di riflessioni e di colloqui quotidiani con una figura non umana, ma divina, con un “daimon”: nel sec.II d.C. il retore Elio Aristide sceglie come interlocutore Asclepio, il dio guaritore che lo ha salvato da una grave malattia. I cristiani non abbandonano questa strada: alla fine del sec.IV Sinesio di Cirene chiede a Dio di dargli “un compagno, un amico, un custode della mia anima, della mia vita, che vigili sulle mie azioni”. Molti cristiani individuano questi compagni “invisibili” negli angeli, ma la svolta definitiva allo sviluppo di questa “civiltà dei santi” venne impressa da due amici, Sulpicio Severo e Paolino da Bordeaux, le cui famiglie avevano svolto un ruolo importante nelle vicende della Gallia pagana. I due, essendosi consacrati, a un certo punto della loro vita, alla testimonianza del Verbo, decisero di scegliersi come “compagno invisibile”, come Patrono spirituale – e “patronus” in latino è anche l’avvocato- un personaggio storico, un modello di santità quotidiana: Sulpicio scelse san Martino, di cui era stato compagno e allievo, e Paolino, diventato Paolino da Nola, scelse San Felice, la cui storia era luminosa, e nello stesso tempo vaga: infatti, non si sapeva quando avesse subito il martirio: forse durante la persecuzione del 258, forse in quella del 313.

Il rapporto tra Paolino e il suo “compagno invisibile” si costruì sulla base di valori assai originali: Felice non è solo il Patrono, l’avvocato di Paolino davanti al trono di Dio, ma diventa a poco a poco “il custode e quasi una personificazione della sua identità” (P. Brown), e Paolino sente di essere “rinato” con Felice, a tal punto che sceglie come nuova data del suo compleanno il giorno in cui il suo Protettore ha subito il martirio. Sarebbe interessante studiare come questo modello di patronato personale abbia influito sulla storia del cristianesimo della Campania Felice e del Vesuviano: del resto, l’aristocratico venuto dalla Gallia, l’intellettuale che conosceva profondamente la cultura classica sapeva bene che attraverso il patronato dei santi egli innestava nella civiltà cristiana un’istituzione romana, quella del “patronus “ e del “cliens”, che già Clemente Alessandrino aveva presentato come un importante modello morale, oltre che giuridico. E anche nel progettare e nel realizzare le basiliche di Cimitile Paolino fece sì che non si disperdesse il patrimonio della civiltà romana, che nella Campania Felice aveva espresso il meglio delle sue tecniche e delle sue arti.

Gennaro Luongo sottolinea l’importanza religiosa e sociale dell’idea che spinge Paolino a fare di Felice anche il Patrono della comunità, il custode della sua identità, il protettore della sua economia: le basiliche di Cimitile, per quanto vaste, non riuscivano ad accogliere tutta insieme la moltitudine di fedeli che si recavano a venerare la tomba del Patrono e a implorare la guarigione dalle malattie non solo per le persone, ma anche per gli animali.

L’identità del singolo e della comunità, affidata alla tutela del Patrono, si sottraeva al gioco delle apparenze e diventava il filo della continuità della storia. Paolino fu a tal punto consapevole delle conseguenze del suo progetto teologico che quando Severo, “fratello santo e concorde, “ gli chiese un suo ritratto da collocare nel battistero della chiesa di Primuliacum, Paolino rispose che non avrebbe accontentato l’amico, non gli avrebbe mandato il ritratto dello “squallore dell’immagine terrena”: “da una parte e dall’altra mi circonda la vergogna: ho vergogna di dipingermi quale sono, ma non oso ritrarmi come non sono: odio ciò che sono, e non sono ancora ciò che vorrei”: era il Paolino terreno, deturpato dai peccati, non era ancora il Paolino purificato dalla luce della salvezza e dall’incontro in cielo con Felice, il suo Patrono.

 

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