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Il leader della Lega a San Giuseppe Vesuviano: file lunghissime per una foto col Capitano

Non è affatto vuota piazza Garibaldi a San Giuseppe Vesuviano, che lunedì sera ha ospitato un comizio di Matteo Salvini, leader della Lega e ministro dell’Interno. Ma non è nemmeno pienissima: è una piazza fredda, piuttosto. Gente imbacuccata, armata di sciarpe e cappellini come se fosse Natale, aspetta il “Capitano” che si è fermato a fare visita al Santobono a Noemi, la bimba ferita gravemente nel corso di un agguato a Napoli qualche giorno fa. E infatti lui appena arriva si scusa per il ritardo e invita tutti alla preghiera per la bambina. Il sindaco di San Giuseppe Vesuviano, Vincenzo Catapano, primo in Campania ad aderire alla Lega, probabilmente aveva pregustato una calda serata di maggio, di quelle che aspetti il comizio in piazza chiacchierando con gli amici, inciuciando e ragionando di sondaggi e di chi porta questo e chi porta quello. Invece fa freddissimo: lui prova a scaldare la platea con un discorso introduttivo breve ma carico di pathos. Urla e invita all’entusiasmo per Salvini. In realtà non ce n’è alcun bisogno. Per far riuscire bene un comizio di Salvini, infatti, l’entusiasmo della gente è importante, ma non indispensabile.

LO SHOW – Necessario è che sia rispettata la scaletta, perché quello di Salvini non è propriamente un evento politico. È più uno show, che necessita di soli tre elementi: l’enucleazione di concetti terra terra, un nemico da insultare e deridere e, soprattutto, il rito finale dei selfie. La politica dei ragionamenti, degli argomenti, dei programmi e dei progetti è lontana anni luce. E, del resto, è lo stesso Salvini a spiegarlo: “Noi siamo gente normale, non scienziati come Monti, Fornero e Renzi che hanno fatto solo danni”. Cita anche Renzi: a sproposito, visto che anche il Matteo del Pd ci ha messo del suo per contribuire alla banalizzazione della politica. Salvini, insomma, tira fuori un repertorio ben collaudato che, almeno per ora, funziona benissimo. Non dice nulla di diverso da quello che siamo abituati a sentire da ormai un anno: i migranti, gli sbarchi, i guai della legge Fornero, le assunzioni nelle forze dell’ordine, la diminuzione dei reati da quando c’è lui, la legge sulla legittima difesa, il no all’utero in affitto. Fa un passaggio sconcertante, a un certo punto: spiega che incontrerà i rappresentanti delle comunità di recupero per tossicodipendenti per illustrare loro l’idea di una legge che garantisca la galera vera per gli spacciatori. Dice proprio così: “la galera vera per gli spacciatori”. E già si capisce che si va verso l’invenzione di una nuova emergenza. Una nuova paura si profila all’orizzonte per gli italiani: gli spacciatori. In un Paese dove già esistono leggi severe per punire chi spaccia, dove le porte del carcere si aprono spesso e volentieri per i pusher, la nuova urgenza potrebbe diventare “la galera vera per gli spacciatori”. Bisognerebbe fare un ragionamento sulle piazze di spaccio, sulla evoluzione della camorra che gestisce il mercato della droga, sul narcotraffico, sulle conseguenze sociali del fenomeno. Ma nello show di Salvini non c’è spazio per la complessità.

LE CONTESTAZIONI – C’è spazio, invece, per gli insulti ai contestatori: una presenza essenziale per la riuscita della serata. Al ministro non pare vero di scrutarli all’orizzonte mentre si sbracciano e gli gridano ogni cosa. Lui risponde da par suo e lo fa da una posizione di forza: microfono alla mano dice loro di non rompere le palle, li chiama imbecilli e zecche rosse, li invita ad ospitare 10 clandestini a testa. La verità è che ha un gran bisogno di loro. Se non ci fossero i nemici, almeno metà del suo discorso non avrebbe senso. Nel processo di banalizzazione della politica, la guerra perenne contro il nemico “comunista-amico dei negri” è indispensabile. Salvini li invita a tornare a casa a guardare la tv, ma in cuor suo spera probabilmente di trovare sempre, in ogni piazza, un nugolo di contestatori con cui litigare. E, comunque, i primi due elementi dello show sono poco più di un prologo, una introduzione alla parte finale, la più importante, la più spettacolare: il rito dei selfie.

I SELFIE – È Salvini stesso a dettare i tempi: dice che è disponibile a fare foto con la gente fino a notte inoltrata, spiega da che lato del palco possono passare, li invita a mettersi in fila in maniera composta e, uno alla volta, accontenta tutti. Uno scatto dopo l’altro, non si ferma mai: prende lui in mano lo smartphone, lo orienta, sorride e scatta. La fila si ingrossa, lui ha tanta pazienza. La politica, che già era lontana, ora è lontanissima. Forse non è mai passata da piazza Garibaldi. In fila ci sono donne, bambini, migranti, professionisti in giacca e cravatta, anziani. Il rito dei selfie diventa improvvisamente la cosa più democratica avvenuta lunedì sera a San Giuseppe Vesuviano. Coinvolge tutti. Ed anche le maledettissime file, quelle che di solito fanno tanto incazzare gli italiani, non sono più un problema. Magari lo stesso giorno qualcuno si è lamentato in sala d’attesa dal medico per aver aspettato a lungo il suo turno, magari ha inveito contro l’informatore scientifico del farmaco che gli è passato davanti e invece adesso aspetta con pazienza di farsi il selfie con Salvini. Aspetta anche un’ora, anche più di un’ora. Sarebbe bello sapere le migliaia di foto scattate che fine faranno. Certo, andranno sui social, gireranno sui gruppi di whatsapp, saranno esibite domenica durante le comunioni, tra una portata e l’altra. Ma dopo? Cosa resterà di questo rito? Probabilmente nulla. Del resto, è del nulla che stiamo parlando.