Pubblichiamo una pagina di Pepe Mastriani in cui si racconta, sulla base di un articolo del 1875, un episodio avvenuto tra il1861 e il 1862. Il progetto dei consiglieri di un ministro di bloccare, per il bene dell’Italia, il fenomeno delle dimissioni facili di ministri e parlamentari. La “scena” della poltrona con il mastice “turco” e l’Italia “in mutande”. Gli effetti psicologici del “piatto”, illustrati secondo i principi di Carème. “Tutto si può aggiustare”.
Ingredienti (per 6 persone): 1,5 kg, di calamari puliti con cura; 1 cipolla tritata, 1 spicchio d’aglio; 1 bicchiere di vino bianco secco; 400gr. di pomodori maturi; 40gr. di uva sultanina; 40 gr. di pinoli; una manciata di olive nere di Gaeta; fette di pane abbrustolito; olio, sale, pepe, prezzemolo. Tagliare i calamari in anelli non grossi; soffriggere nell’olio cipolla e aglio, e quando il soffritto si fa biondo, togliere l’aglio, versare il vino, e lasciare che evapori; “scottare” per un minuto i pomodori in acqua bollente, poi pelarli e tagliarli a pezzi. Versare questi pezzi nel soffritto, lasciar cuocere a fuoco vivo per una decina di minuti, aggiungere i calamari, i pinoli e l’uvetta che è già stata ammorbidita nell’acqua tiepida, e strizzata. Evitate che il sugo si restringa, salate, pepate, coprite il tegame, lasciate cuocere a fuoco lento per una mezzora abbondante, e infine versate le olive snocciolate e tagliate a pezzi, e un trito sostanzioso di prezzemolo. Disponete i teneri anelli di calamaro su fette di pane abbrustolito e portate in tavola.
“L’articolo apparve su un giornale toscano nel 1875: nell’anonimo autore alcuni individuarono Giulio Piccini, noto come “Jarro”, altri Carlo Lorenzini, che si sarebbe consegnato alla gloria con il nome di Collodi. Due penne abituate a bagnarsi nell’inchiostro della satira: ma si sa, non c’è satira che non sia una mezza verità. Racconta l’anonimo autore che molti dei ministri, dei deputati e dei senatori del primo governo e del primo parlamento dell’Italia uniti erano “galantuomini” tutti di un pezzo, pronti a dimettersi al primo insulto, al primo contrasto con gli alleati, al primo venticello di calunnia, assolutamente fedeli al principio che “un uomo vero ha una parola sola” e non può sopportare di aver a che fare con mezze calzette che l’altro ieri stavano con la Sinistra, e oggi stanno al Centro, votano contro la Sinistra e intanto si preparano a saltare a Destra. Nei primi anni dell’Italia unita succedevano cose veramente strane. Ma i capi dei partiti furono presi dall’angoscia: se questa storia delle dimissioni a raffica non si blocca subito, l’Italia non avrà mai un governo che duri più di tre mesi. Era indispensabile far capire che, per il bene della Nazione, bisognava cancellare dal vocabolario politico la parola “dimissioni” e costruire, con la “poltrona”, un rapporto di mistica devozione, rinsaldato da un vero e proprio giuramento, “finché morte non ci separi”.
Si racconta che Filippo Ghiglia, influente membro del partito dei “cavouriani”, suggerì di invitare ministri e parlamentari del gruppo ad assistere a una “scena teatrale”, che comunicasse a tutti un messaggio chiaro, conciso definitivo. Al centro della sala gli invitati trovarono una di quelle raffinate poltrone neoclassiche che erano uscite dalla officina di Ulrich Joseph Danhauser( v.immagine in appendice).e su cui si sedevano i ministri durante le riunioni del Governo. Sul sedile della poltrona un inserviente spalmò a lungo un mastice “turco”, formato “impastando un formaggio piuttosto magro con acqua, seguitando per lungo tempo a mantrugiarlo con essa”. Così scrive l’anonimo: noi supponiamo che sia stato usato il Raviggiolo, e notiamo che il verbo “mantrugiare” rende perfettamente l’immagine dell’accurata e sapiente lentezza con cui l’inserviente amalgamò acqua e formaggio, aggiungendo infine un pizzico di “biacca di Venezia”. Ne uscì un mastice tenacissimo, che veniva chiamato “turco”, perché ai boscaioli italiani ne avevano svelato i segreti i boscaioli croati e serbi, che lo usavano “per unire insieme orlo ad orlo le tavole”. Dopo pochi minuti, l’inserviente si sedette sul “poggianatiche” della poltrona, e vi restò attaccato a tal punto che non riuscì più ad alzarsi, sebbene tentasse di liberarsi con forza dalla morsa del “mastice turco”. Infine, dopo quattro, cinque inutili sforzi, due colleghi inservienti lo afferrarono per le braccia e, concentrando tutte le energie in un solo strappo, lo sottrassero alla prigionia del mastice. Ma il mastice si vendicò: mentre gli portavano via il prigioniero, il didietro dei suoi pantaloni si squarciò con uno stridulo rumore, e dall’ampia sdrucitura apparvero le brache, che il Ghiglia mostrò a tutti”. Vedete- disse-, per evitare che l’Italia vada in brache, è necessario impedire a chiunque di strapparci dal sedile”.
Racconta l’anonimo autore che il Ghiglia consigliò ai ministri e ai parlamentari del gruppo di mangiare almeno due volte alla settimana abbondanti porzioni di calamari al vino e alle olive: “Signori, il divino Carème ci ha insegnato che i cibi, con le loro virtù reali, influiscono sulla salute del nostro corpo e con i “simboli”, invece, lasciano il segno sui nostri umori, sulla nostra immaginazione, sul modo con cui i nostri occhi e i nostri sentimenti vedono il mondo. Il calamaro è tenace, sospettoso, prudente, e resta legato agli scogli entro i quali si aggira; le olive, i pinoli e la cipolla danno serenità, placano gli impeti bizzosi, mentre l’uva sultanina e il vino riscaldano lo sguardo, alimentano la fiducia, insomma pongono un freno a certe manie del pessimismo. E nel suo insieme il “piatto” ci spiega, con l’evidenza dell’immagine, che il pomodoro riesce a portare armonia tra i sapori, che sarebbero contrastanti, della sultanina e della cipolla, dell’oliva di Gaeta e del prezzemolo, del calamaro e del pane abbrustolito. Tutto si può aggiustare, tutto, ma proprio tutto.”.
Questa pagina è tratta dal libro di Pepe Mastriani “Le tattiche della politica italiana”, che verrà pubblicato prossimamente. E’ una storia interessante, quella del “mastice turco”, ma i punti interrogativi non sono pochi.




