Alle tre di notte del 22 dicembre dello scorso anno si consumò uno strappo storico in Italia . Nella sede del ministero dello Sviluppo Economico, sotto le pressioni della vice ministro Teresa Bellanova, i sindacati della sede di Napoli del call center Almaviva cedettero al prendere o lasciare dell’azienda: firmare un accordo in deroga al contratto nazionale delle telecomunicazioni per tagliare i salari ed evitare una valanga di licenziamenti. Ma i sindacati della sede di Roma tennero duro e dissero di no. Si rifiutarono di firmare. Il giorno dopo Almaviva spedì 1666 lettere di licenziamento. Furono fatti fuori in un sol colpo tutti gli addetti del call center capitolino: il più grande dramma occupazionale degli ultimi vent’anni. E i colleghi di Napoli furono risparmiati. Ma da allora sono costretti a condizioni di lavoro molto più dure delle precedenti. Intanto oggi c’è stato il più classico dei colpi di scena. Il tribunale del lavoro di Roma ha infatti emanato una sentenza probabilmente storica tanto quanto quello strappo consumato lo scorso Natale: ha annullato i tagli della sede romana. « Quei licenziamenti sono stati un ricatto che in quanto tale li rende illegittimi », il contenuto sostanziale del dispositivo emanato dal giudice Umberto Buonassisi. Magistrato che nella sentenza utilizza esplicitamente la parola “ricatto”. Adesso dunque esultano i lavoratori di Roma. La sentenza riguarda 150 dei 1666 licenziati. Che in base al dispositivo dovranno essere reintegrati subito. A ogni modo ci sono delle incognite. Altri 9 ricorrenti romani in precedenza avevano perso il ricorso per l’annullamento dei tagli e per ottenere il conseguente reintegro. Ora però il tribunale del lavoro decide in netta controtendenza. E per un gruppo di ricorrenti molto più consistente di quello di prima. Nel frattempo negli ambienti sindacali napoletani, presi in netto contropiede da questo provvedimento giudiziario, si sta tentando di studiare meglio questa sentenza, che in pratica sconfessa il loro si all’accordo del dicembre 2016. Una sentenza che comunque appare davvero storica. Basti pensare che la stragrande maggioranza degli accordi in deroga ai contratti di lavoro italiani sono scaturiti proprio dalla minaccia delle aziende di licenziare e chiudere interi impianti produttivi nel nostro Paese.



