Le Pro Loco di Sant’ Anastasia, di Somma e di Ottaviano avviano, con questa prima manifestazione, un percorso culturale che ha l’obiettivo di far conoscere a tutti il patrimonio della civiltà del Vesuvio: Antonio De Simone parla della storia archeologica, Carmine Cimmino delle leggende.
La manifestazione che giovedì 26 si è tenuta a Madonna dell’Arco segna probabilmente una data importante nella storia culturale del nostro territorio, perché le tre “Pro Loco” che l’hanno organizzata, quelle di Sant’Anastasia, di Somma e di Ottaviano, hanno voluto indicare una strada e lanciare una proposta. La proposta è di coordinare le attività delle “Pro Loco” secondo una logica territoriale che la particolarità del Vesuviano rende indispensabile, ma di cui non pare tenga conto la legge regionale. La strada indicata dai tre presidenti, nell’ordine Enrico Cicirelli, Franco Mosca e Gaetano Sessa, può essere illustrata con le parole del sindaco di Sant’Anastasia Lello Abete: fare in modo che il Somma-Vesuvio parli con una sola voce a tutti i Vesuviani, in nome di una comune identità culturale che ha radici salde e vive in un patrimonio immenso e impareggiabile di vicende, di leggende, di segni. E ci piace sottolineare il fatto che questa manifestazione è stata dedicata alla memoria di Cosimo Scippa, che di Sant’ Anastasia fu sindaco, e storico attento e appassionato.
Dei segni del passato ha parlato Antonio De Simone, l’archeologo che sta ricostruendo con metodo e con sapienza la storia antica del nostro territorio e ne scopre le linee di sviluppo lungo le strade che congiungevano Napoli a Nola e Nola a Pompei e al mare. Nessuno meglio di De Simone sa che il Somma-Vesuvio parlava già prima del 79 d.C. con una sola voce, quella dei riti, dei culti e dell’economia: una voce così forte e salda da orientare anche la storia dei secoli successivi. I metodi di scavo, gli studi e le “letture” che l’archeologo sta dedicando al sito archeologico di Somma hanno aperto un capitolo nuovo nella lunga e luminosa storia dell’archeologia vesuviana, e le ipotesi da lui formulate già da molti anni sono oggi confermate anche dal lavoro che suo figlio Girolamo, guida e mente dell’”Apolline Project” sta sviluppando nel territorio di Pollena. E quando diciamo “lavoro”, non ci riferiamo solo all’attività scientifica di scavo e di lettura dei reperti, ma anche alla scuola di archeologia che ogni anno l’ “Apolline Project” apre a centinaia di giovani, italiani e stranieri.
Non a caso il sindaco Abete, il prof. Antonio De Simone, Franco Mosca e Enrico Cicirelli hanno, da diversi punti di vista, affrontato un solo grande tema: conoscere la storia del territorio è oggi l’obiettivo primo della Scuola e delle associazioni, perché solo questa conoscenza permette a tutti noi di capire il valore autentico delle nostre radici e le linee che hanno orientato lo sviluppo della nostra storia, e dunque di giudicare correttamente le tendenze del presente. Il passato ci aiuta a cogliere la dimensione dell’oggi, ma anche il presente ci permette di valutare meglio la lezione che ci viene dai “padri”. Oggi noi “leggiamo” gli affreschi di Villa dei Misteri, la statua di Dioniso restituita dagli scavi di Somma e il mosaico della villa di Ottaviano anche alla luce di quel bisogno del sacro e del numinoso che in questo momento sollecita potentemente la nostra spiritualità. Antonio De Simone ha detto che il nuovo “quadro” dell’archeologia vesuviana verrà completato quando si avvierà l’indagine scientifica sui siti archeologici di Sant’ Anastasia: noi ci permettiamo di immaginare che da questi scavi venga fuori la prova definitiva che il culto della Grande Madre sopravvisse a lungo nelle grandi ville tra Ottaviano, Somma, Sant’ Anastasia e Pollena in cui la vita riprese dopo l’eruzione del 79 d.C., dopo la distruzione definitiva di Pompei.
Prima dell’intervento del prof. De Simone, Carmine Cimmino aveva sinteticamente parlato delle leggende del Vesuvio, dopo aver ricordato che è destino di un territorio tanto particolare annullare le differenze tra religiosità popolare e teologia, tra modelli pagani e principi cristiani, tra verità di fede e leggenda. E così dopo l’eruzione del 1631 la Chiesa nolana ritiene che sul Vesuvio ci possa essere un ingresso dell’Inferno, da cui negli anni successivi escono gli smisurati nugoli di insetti voraci, “muroli et campe”, che devastano i vigneti: e ai Vesuviani non è concesso di sterminarli, perché, sostengono seriamente i teologi, “gli animaletti” sono uno strumento “biblico” della punizione che Dio infligge alle genti del territorio, corrotte dal peccato e dall’inclinazione alla violenza: inclinazione che, secondo Paolo Mattia Doria, sarebbe favorita dallo zolfo vulcanico che i Vesuviani respirano sciolto nell’aria. E così a metà del sec. XIX il dott. Giuseppe Maria Carusi, di Baselice, può seriamente sostenere che dalla lava del vulcano si sprigiona una “forza magnetica” che, irresistibile, trascina nel fuoco non solo farfalle e insetti – pare che il Vesuvio ce l’abbia a morte con gli insetti -, ma anche gli alberi che hanno la sventura di trovarsi lungo il fiume di lava. E non dobbiamo meravigliarci se, nel 1872, al Ponte della Maddalena i Napoletani insultarono e colpirono la statua di San Gennaro, poiché il Santo Patrono non metteva fine alla fitta pioggia di lapilli e cenere infuocati che da ore cadeva su Napoli. Carmine Cimmino, che ha sviluppato il suo intervento commentando immagini, mostra al pubblico la riproduzione di uno straordinario disegno, pubblicato ai primi di giugno del 1872 dal giornale inglese “The Graphic”: l’autore, S. Durand, mostra il “popolaccio” armato di pietre e di bastoni che aggredisce la statua del Patrono.
Ma le eruzioni del Vesuvio, dice Cimmino, hanno contribuito a costruire nel Vesuviano anche una classe dirigente capace di affrontare con prontezza e con lucidità i problemi: e a confortare la sua tesi compare sul video l’immagine del frontespizio (v. foto in appendice) del Regolamento per “la distribuzione dell’acqua del Serino” che il Consiglio Comunale di Sant’ Anastasia approvò nel maggio del 1896.
Resta, concludeva Cimmino, da scoprire i tesori nascosti dal brigante Vincenzo Barone nelle caverne del Somma. Una conclusione tra la serietà e lo scherzo: anche Carmine Cimmino aggiungeva la sua voce a quelle degli altri oratori nel chiedere a tutti, istituzioni, associazioni, cittadini, di far sì che la strada intrapresa con questa manifestazione venga percorsa fino in fondo. L’attenzione e l’interesse del pubblico che ha partecipato all’evento possono essere letti come un saldo conforto alla comune speranza.





