Fiore Romano è uno degli ultimi patriarchi della civiltà del vino vesuviano, testimone di un’epoca in cui il vino era il segno di un territorio e della sua gente, e non ancora un elisir alchemico.
Il Premio “Amodio Pesce“ 2012, che è ormai la sola giustificazione culturale della manifestazione “Vesuvinum“, è stato assegnato, per il lacryma christi bianco, all’azienda “Fiore Romano“ di Ottaviano. Il premio l’ha ritirato il patriarca eponimo, Fiore, scortato dai figli, che oggi hanno la responsabilità, non lieve, di tutelare un nome e una storia. Qualcuno si aspettava che l’assessore al turismo del Comune di Ottaviano, seduto tra le autorità, spendesse qualche parola per il Grande Vecchio: il cerimoniale avrebbe sopportato anche questo strappo, anzi tutto il pubblico si sarebbe alzato in piedi per un applauso sincero. Invece l’assessore ha taciuto. E ha fatto bene.
Mi pare che egli sia, tra l’altro, un sommelier patentato, nonché il fiduciario di una condotta Slow Food: e dunque è probabile che si sia ricordato di Ruggero Arcuri, che diceva che la cultura del vino è anche una mistica del silenzio. Insomma, nella circostanza ha fatto bene a tacere, l’assessore. Gliene sono grato. Spero che non taccia, quando gli rivolgerò qualche domanda sull’estate ottajanese.
Fiore Romano è uno degli ultimi testimoni dell’ultima stagione eroica della civiltà del vino vesuviano, quando il vino di Ottaviano, di Terzigno e di Somma conquistava il suo spazio nelle mescite, nelle osterie, nelle trattorie napoletane, nei ristoranti di terra e di mare battagliando con i vini di Gragnano e di Terra di Lavoro. Erano tempi in cui la produzione e il commercio del vino richiedevano, nella stessa misura, la conoscenza del territorio e la conoscenza degli uomini. Fiore Romano ha l’una e l’altra. Una volta mi disse che il vino è una persona: il vino parla. A chi lo sa ascoltare, in rispettoso silenzio. E lui al secondo sorso ti diceva da dove veniva quel rosso, se da Recupe o dalla Scavolella, e a quale sole aveva conformato il suo corpo un certo bianco; ti diceva di chi era la mano che aveva curato la vite, e a chi appartenevano i sensi che avevano vegliato il vino che maturava e si affinava nelle botti.
Oggi non potrebbe: e non perché sia cambiato lui. Lui è quello che è sempre stato: un fusto di pianta che niente è riuscito a piegare: un fusto diritto fuori, e diritto dentro. Oggi è cambiato il vino: anche il vino vesuviano ha dovuto adeguarsi al gusto dei “barbari“. Il vino non parla più, e nemmeno ascolta i fiotti di chiacchiere che certi sapientoni gli rovesciano addosso, correndo continuamente il rischio di dire di un vino di Amalfi le stesse cose – gli stessi aggettivi, le stesse metafore, gli stessi consunti riboboli – che quattro giorni prima avevano declamato su un vino del Taburno. Fiore Romano potrebbe raccontare, senza pausa, storie fascinose di “trafiche“, di sensali, di cantinieri e di ostesse, e di bevitori incolmabili, degni della penna di Rabelais: potrebbe: ma non lo fa: poiché ha conservato certe rare virtù vesuviane, come il pudore della memoria, il culto geloso dei ricordi, il rispetto degli altri, assoluto nella assoluta reciprocità.
Egli è testimone di tempi in cui nella società agricola la stretta di mano valeva più di un atto notarile, e il vino aveva un suo carattere, come una persona, e portava in sé valori e notizie, e rappresentava la terra e la gente. Un vino schietto lo producevano solo uomini schietti, per uomini schietti.
La cerimonia di premiazione si è svolta nella scuderia di Palazzo Medici. Vi alloggiarono un tempo i purosangue di Giuseppe III Medici, che a metà dell’ Ottocento Giuseppe Semmola incoronò come uno dei padri dell’enologia vesuviana. Il principe aveva fatto venire dalla Borgogna i suoi enologi, perché insegnassero ai contadini vesuviani le novità delle tecniche e delle macchine, e perché, a loro volta, imparassero qualcosa dai contadini e dalla terra. Vini e cavalli furono le passioni (le passioni pubbliche) di Giuseppe III Medici, vini e cavalli sono le passioni di Fiore Romano. Non è un caso. I vini e i cavalli possono rappresentare molte cose: il piacere, il divertimento, il danaro, la gara, la contesa, l’amore per la natura.
Per Fiore Romano e per la società in cui egli visse la sua giovinezza vini e cavalli furono, prima di tutto, i simboli chiari di valori morali, di “mores“, avrebbero detto i Romani: lo sdegnoso rifiuto della volgarità, la generosità, la schiettezza, la lealtà, sempre consapevole dei meriti e sempre capace di riconoscere pubblicamente gli errori. A ben vedere, questi valori si intrecciano a formare un solo valore: il coraggio della dignità: che è uno stile di vita. È lo stile di Fiore Romano.
Gli altri premi sono stati assegnati all’ azienda “I nobili del Vesuvio“ per il lacryma christi rosato, alla “Cantina del Vesuvio“ per il lacryma christi rosso, all’ “Azienda Agricola Sannino“ per il coda di volpe. Di “Vesuvinum“ parleremo con calma: dopo aver tentato di capire cosa sia.
(Quadro: Vincenzo Migliaro, Taverna a piazza Mercato, 1906-1910)

