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Traiettorie dell’allargamento Europeo: verso quale unione?

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Nel pieno della crisi politica ed economica, il percorso di allargamento non si ferma. Quali sono le prospettive future? Ha senso parlare di “confini” dell’Unione?

Il 1° luglio del 2013 la Croazia diventerà il ventottesimo membro dell’Unione europea, aprendo le strade dell’integrazione alla parte più turbolenta dei Balcani. Per molti Paesi europei l’appartenenza all’Unione rimane una meta politica prestigiosa e uno strumento di rafforzamento economico, nonostante l’euro-scetticismo che attraversa il continente da anni.
L’ingresso della Croazia non stravolgerà gli equilibri del continente. Alcuni nodi irrisolti – legati al nazionalismo e alle guerre degli anni Novanta – avevano rallentato il cammino di un Paese che oggi ha un’economia in discreta crescita e si mostra più in salute di quanto fossero, ad esempio, Bulgaria e Romania nel 2007. I due Paesi dovevano far parte della grande “apertura ad Est” del 2004, ma gli evidenti ritardi in molti settori ne posticiparono l’adesione.

Con l’ingresso della Croazia si chiude una fase storica dell’allargamento dell’UE studiata da tempo e programmata con molta attenzione. Da qui in avanti lo scenario sarà complesso e i passi più incerti, sia per le difficoltà economiche e politiche generali sia per i problemi dei futuri possibili candidati. Si è parlato molto di Albania (domanda di adesione già presentata), Bosnia-Herzegovina, Montenegro e Macedonia; nei primi due casi si tratta di Paesi con economie assai deboli (anche se la Bosnia è in crescita) e con la maggioranza della popolazione musulmana. Per la Macedonia – la cui struttura economica peraltro non è solida – c’è da risolvere l’annosa questione del “nome” con la Grecia. Il Montenegro ha già avviato i negoziati.

Al di là di questi quattro casi e degli isolazionisti storici (Islanda, Norvegia, Svizzera), restano Paesi con grossi nodi geopolitici ancora da sciogliere. Sulla Serbia (comunque candidato ufficialmente) pesa l’ingombrante passato recente, sull’Ucraina il vicino russo amico-nemico. Finché la Bielorussia sarà l’ultima dittatura d’Occidente le porte dell’UE saranno chiuse. Il Kosovo farebbe festa per l’ok di Bruxelles, ma con il problema del riconoscimento internazionale e della suscettibilità serba il capitolo per ora non è stato neanche aperto. Restano in gioco alcuni piccoli Stati dell’universo ex sovietico: Moldavia, Georgia e Armenia; tutte hanno espresso il loro desiderio di entrare nell’Unione, ma le difficoltà economiche (per la prima) e i sistemi politici ancora instabili (per le altre due) sono ostacoli ancora insuperabili. Senza dimenticare per tutte e tre il nodo delle relazioni con il gigante russo.

Il caso turco merita un discorso separato. La Turchia ha presentato domanda di adesione nel lontano 1987 e i negoziati sono stati avviati già dal 2005. Le titubanze di molti membri dell’Unione e l’evidente fastidio turco per i continui “esami” hanno frenato il processo, che negli ultimi anni si è praticamente arenato, complici da una parte lo status di potenza regionale che la Turchia sta guadagnando sulla scia di buone performance economiche e di relazioni politiche intelligenti, dall’altra i travagli dell’UE.
I diritti dell’uomo, la tutela delle minoranze, la questione cipriota e quella armena, i rapporti con la Grecia, sono gli argomenti ancora sul tavolo. Per anni l’adesione della Turchia è stata materia di dibattito a Bruxelles e nelle cancellerie europee; oggi il quadro sembra essersi capovolto ed è la Turchia a chiedersi se ha realmente bisogno dell’Europa.

La discussione sull’allargamento e sui confini europei, per molti versi teorica, è necessaria per i suoi risvolti pratici. Cosa è europeo e cosa no? C’è un limite all’allargamento e, se esiste, lungo quali fratture va collocato? Quelle della storia, della geografia, della cultura? Fino ad oggi si è andati avanti “a vista”, con discorsi singoli caso per caso, in rapporto a Paesi che erano indubbiamente europei. Tuttavia, già le adesioni di alcuni Paesi orientali hanno fatto storcere il naso a molti, convinti che un’Unione troppo ampia e differenziata (per livelli di sviluppo) corresse il rischio di diventare inutile.

Una delle proposte più equilibrate è stata quella di introdurre un livello “intermedio” di appartenenza, una membership limitata ad alcuni aspetti (libertà di circolazione, Euro, altre politiche) sulla base delle caratteristiche del Paese candidato.
Che dire allora di fronte alle ipotesi (al momento fantascientifiche) dell’adesione turca, ucraina o perfino russa e a quelle più concrete della Serbia, della Bosnia, dell’Albania? L’argomento non è di stretta attualità. La crisi economica ha messo altre questioni sotto la lente e affossato l’europeismo; è difficile dire oggi cos’è l’Unione e quali sono i suoi obiettivi politici ed economici, senza doversi scervellare su scenari futuri. Le riflessione sul futuro dell’Unione passeranno, tuttavia, anche dal modo in cui Bruxelles sarà in grado di gestire e programmare l’allargamento.
(Fonte Foto:Rete Internet)

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