Un anno fa scrivemmo un articolo per rompere quel silenzio che era calato su Angelo Prisco e la sua storia. Ora riprendiamo il filo del discorso, per cercare di fare chiarezza su una storia che purtroppo di luce ne ha ancora poca.
Ci siamo alzati presto sabato mattina. Io alle quattro e mezza; ho bisogno di carburare un’oretta prima di uscire senza barcollare come uno zombie. L’appuntamento è alle sei, alla Valle delle Delizie, ad Ottaviano. Abbiamo scelto l’accesso alla Montagna per il grande centro vesuviano perché quello di Terzigno, quello che Angelo Prisco talvolta sceglieva, era impraticabile, soprattutto al buio del primo mattino.
La Valle delle Delizie è tutt’altro che a valle e perché la chiamino così non mi è dato saperlo, forse il nome di uno dei tanti locali pacchiani e abusivi presenti in zona. La si raggiunge dal centro di Ottaviano, lungo una strada che si inerpica lungo un antico canalone, di lì si arriva a quota 500, dove parcheggiamo le auto. Stavolta sono accompagnato o meglio guidato, da Marcello, il mio Virgilio, che mi condurrà nella Valle dell’Inferno. Un maresciallo della Guardia Costiera, amico di Angelo e che ne ha condiviso la gioventù e la passione.
Sono le sei e venti ed è ancora buio, il solstizio è ancora vicino. Intraprendiamo l’ascesa lungo una ripida e odiosa strada asfaltata, quella fatta costruire dalla camorra degli anni ottanta per i loro loschi traffici più a monte, nei loro luoghi d’incontro; poi finalmente lo sterrato, il sentiero. Illuminiamo con le torce elettriche il cammino, tra gli alti pini domestici che coprono il cielo e il terreno vulcanico che scricchiola sotto gli scarponi, là dove individuiamo tracce fresche di un automobile, probabilmente un fuoristrada – da diciassette anni a questa parte non è cambiato niente mio caro Angelo!- questo era il nostro pensiero, ma neanche il tempo di discuterne che ecco, uno sparo sordo, seguito a breve distanza da un altro. E sì! Diciassette anni di parco nazionale e c’è ancora chi caccia di frodo, e lo fa per il suo esclusivo ludibrio, non certo per necessità e magari pensando di essere anche un tutore dell’ambiente dalle ancestrali virtù. Diciassette anni sono passati da quando un cacciatore di frodo gli scaricò una rosa di pallini nel petto!
Che gente di valore questi cacciatori! Manco se andassero a cacciare con arco e freccia! Sparano piombo nell’aria e ne riempiono il terreno assieme ai loro bossoli, vanno a caccia di leprotti perché quelli d’allevamento, loro, veri uomini, non li mangiano! Altro che America! Quante licenze di porto d’armi sono state date con cieca elargizione, quanti facili fucili sono custoditi nelle nostre case, solo con la scusa di un’anacronistica attività venatoria!
Più avanti, il fumo di un fuoco spento in fretta e furia col terreno, ci fa capire che non siamo soli ma neanche la calda luce del sole nascente ci mostra i nostri oscuri compagni di viaggio.
Arriviamo a Largo Prisco e non possiamo fare a meno di soffermarci presso la sua lapide, Marcello, visibilmente toccato, ma fiero nella sua flemma di uomo di legge, mi racconta un aneddoto; si sbottona il colletto e si toglie una laccetto al quale è legato un tau, quello da noi definito croce di San Francesco. – Vedi – mi dice – questa è la croce di Angelo, ce l’aveva anche quand’è morto e da allora la porto con me. – Mi dice che qualche anno dopo il barbaro omicidio di Angelo, anche lui si trovò a dover fronteggiare dei bracconieri e fu in quel frangente che perse quel tau, per poi trovarlo, tempo dopo, appeso a un angolo della lapide. È un segno? – gli dico – È un segno! – mi risponde.
Riprendiamo il nostro viaggio catartico, corroborati dalla luce solare, scossi di tanto in tanto dalle sferzate della tramontana. Ci inerpichiamo lungo un cammino che porta verso il crinale e dopo un paio di curve, eccola! L’auto, il fuoristrada! All’interno c’è la gabbia per i cani, ci sono le impronte, le orme dei cani e del loro padrone, uno stivale 42; ora ne avvertiamo la presenza e un po’ ci sentiamo osservati; che passerà nella mente di quell’uomo? Mi chiedo tra me e me; quale sarà la sua convinzione? Quella sua presunzione di essere nel giusto, da dove viene? A prima mattina e col freddo che fa, preferisco lasciare a più tardi questi miei tristi pensieri e proseguo col mio duca verso i Cognoli.
Giungiamo nello splendore del mattino sulla cresta e guadagniamo facilmente il luogo esatto dove Angelo fu ucciso, a metà strada tra i Cognoli di Ottaviano e il sentiero che attraversa la Valle dell’Inferno. Marcello mi mostra degli alberi, dei pini, – vedi – mi dice – quei pini li abbiamo piantati io, Isabella, la fidanzata di Angelo, e altre persone che volontariamente e a spalla, li hanno portati fin qui. – Io lo ascolto, annuisco benevolmente e con partecipazione, ma poi non posso fare a meno di notare, in quello stesso luogo, dove diciassette anni prima Angelo Prisco era stato ucciso dai bracconieri, le impronte dei loro seguaci che si incrociano con quelle dei loro cani; anche le loro bottiglie d’acqua marcivano lì, le bucce d’arancia fresche attendevano che il sole le seccasse, le rosse carte delle caramelle club e tutti i segnali del loro passaggio erano lì emblematici della loro recondita presenza.
Pensavo in quel momento che a questo serviva la memoria; per questo ora scrivo, per mantenere vivo il ricordo, per chi, non appartenendo a questa elite di galantuomini del sopruso, capisca e sappia quello che succede sulla nostra terra e prima o poi se ne riappropri!

