Diceva Eugène Ionesco che il comico, “essendo l’intuizione dell’assurdo”, è “più disperante che il tragico”. Oggi l’ Assurdo trionfa sul Comico: l’ha reso inutile. Cosa è, per un genio comico, la “depressione”?
Ho rivisto l’altra sera la replica dello show che Robin Williams tenne, credo l’anno scorso, nel salotto televisivo di David Letterman. In pochi minuti l’attore interpretò tutte le varianti del “comico”, il burlesco, la satira, l’umorismo, l’ironia finissima, e dimostrò, ancora una volta, che non “faceva” il comico, ma “era” un genio comico. Ha detto Peter Weir, il regista dell’ “Attimo fuggente : “>Robin era grande, tendeva a diventare un attore appena c’erano più di due persone. Era un uomo diverso, quando stavamo soli io e lui, al lavoro, nel mio ufficio o in albergo. Ma non appena qualcun altro entrava nella stanza, anche solo il cameriere che portava il caffè, iniziava a recitare per lui, e raccontava storie sui camerieri e sul caffè, o sulle piantagioni, o su come conservare i semi del caffè, o altro, sempre qualcosa bizzarro“.
Sarebbe bello vedere il film di un incontro tra l’attore e l’analista che gli curava la depressione. Quella sera, da Letterman, ancora una volta le mani accompagnarono in modo magistrale l’interpretazione: a un certo punto si posarono dolci sulle mani di Letterman, e parole dolci uscirono dalla bocca di Robin, e David, imbarazzato, ritrasse le sue mani dal contatto. Mi parve che gli occhi dell’attore non rispondessero più alle esigenze del ritmo: c’era nei suoi sguardi un furore innaturale, scolastico. Ma forse ero suggestionato dalla notizia della sua morte. Robin non tacque nemmeno un attimo, incalzò ogni parola con uno scroscio di parole, come se avesse deciso di offendere una verità che era il cardine dell’arte comica, e dunque anche della sua arte: la comicità esplode nelle parole, ma si innesca nelle pause.
I devoti del principio della “causalità” hanno cercato le ragioni del suicidio e le hanno trovate nei problemi finanziari, nell’alcoolismo e, infine, nella “depressione”. Non sono un ammiratore entusiasta della psicologia che si veste da scienza, lo ammetto: ma aspetto ancora di incontrare qualcuno che mi spieghi che cos’è la “depressione”. Io sono rimasto fermo alla “melancolia”, che è anche più elegante, come parola, e si associa a immagini e a storie di raffinata sostanza: la “depressione” è uno di quegli arnesi di cui si dotarono la scienza medica e lo studio della psiche negli anni in cui vennero aperti i primi Grandi Magazzini e l’individuo venne spazzato via dalla massa. Che “il comico” sia più “disperante” del tragico è una verità nota già a Sofocle, a Euripide, a Shakespeare, a Faust: è una condizione esistenziale sperimentata da Molière, da Gogol, da Charlot, da Totò, da Eduardo: il quale, sottolineando la novità strutturale di “Questi fantasmi”, esortava il pubblico e la critica a considerare l’opera non una commedia, ma una “tragedia moderna”, capace di spingere gli spettatori a ridere su un caso tragico.
Una sublime “maledizione” costringe, da sempre, i geni del “comico” a rovesciare i fatti e le storie, a demolire il disegno in cui faticosamente si sistema e si nasconde l’assurdità quotidiana, a cogliere nella luce l’ombra, a liberarsi nel riso, e a proporre anche agli altri questo atto di liberazione: dopo aver trovato, ovviamente, il coraggio necessario per compierlo. Dopo “Il nome della rosa” tutti sappiamo che c’è qualcosa di demoniaco nella “comicità” e che teologi di grande nome, alcuni dei quali divennero santi, hanno sostenuto, seriamente, che Cristo non ha mai riso, perchè il ridere avrebbe deformato il Santo Volto.
Il genio comico incrina lo specchio della realtà, in cui anche lui si guarda, ogni giorno. Gli altri possono non accorgersi, o fingere di non accorgersi, che lo specchio è incrinato, e possono persuadersi che la loro immagine vi si rifletta intatta. Il genio comico non può ingannarsi, non può dire, come il cieco Borges, “>non so qual è la faccia che mi guarda / quando guardo la faccia dello specchio“, non può sperare che lo specchio “nasconda il vero volto” dell’anima sua. E’ questa la sua “maledizione”: non può smascherare senza smascherarsi.
Egli scopre “l’assurdo”, ma rispetto al passato c’è una novità: oggi il genio comico scopre che l’ “assurdo” è più forte di ogni risata, ha mille teste, e mille facce di bronzo, e che non c’è arte comica, su questa terra, che possa umiliarlo, cancellarlo, che sia in grado di vincere la battaglia. Il genio comico dei tempi nostri si accorge, all’improvviso, che il ridere non produce più purificazione e liberazione, poichè viviamo in un mondo in cui l’assurdità non è più solo un aspetto marginale e periferico. Oggi tutto è assurdo, compresi i sentimenti e gli affetti: il Tutto è Assurdità. Marginale e periferico, e superfluo, è il genio comico: sopravvive solo al cinema, e in Tv. A patto che non esageri. Il genio comico scopre, all’improvviso, la sua inutilità, scopre che il mondo si vendica, ride di lui che non fa più ridere. Robin Williams si è ucciso per salvare la dignità del suo genio. Il suo è un suicidio stoico. Non facciamo il gioco della realtà ripetendo che egli si è ucciso per depressione. Egli non merita dai suoi ammiratori questa ingiuria.
Vorrei parlare dell’ “Attimo fuggente”. Ma non c’è più spazio.




