A febbraio si è spento Ugo Mollo, che abitava in Sant’Anastasia, e che mise insieme, con amore e con competenza, un tesoro favoloso di notizie, documenti e incisioni in cui c’è tutta la storia della canzone napoletana.
Molti anni fa – collaboravo allora con “La Bardinella“ – mi misi a studiare le relazioni tra la canzone e la pittura, e tra la canzone e la pubblicità.
Il primo tema non riguarda solo l’attività di certi pittori, penso a Pietro Scoppetta e a Ugo Matania, che guadagnavano qualche lira disegnando “cartoline“ per le “copielle“ e per i manifesti “musicali“, ma tocca i modi dell’ispirazione artistica, poiché alcuni pittori napoletani, anche importanti, hanno “visto“ il paesaggio, la luce e i volti con gli occhi dei poeti e dei musici della canzone classica. L’interesse per il secondo tema venne sollecitato da un articolo apparso in un album della Piedigrotta del 1927 su una novità recente che era già moda: molte ditte commissionavano canzoni per pubblicizzare i loro prodotti.
Scrissi sulla “Bardinella“ qualche riflessione sull’argomento, raccontai che nei primi anni ‘30 anche la ottajanese China – China Pisanti, produttrice di liquori famosi in tutta Italia, era stata celebrata in una canzone di cui era interprete la “divina“ Elvira Donnarumma: ma confessai che di quella canzone non sapevo altro. Poche ore dopo la pubblicazione dell’articolo mi telefonò Francesco D’Ascoli: la canzone è ‘O rialo moderno – mi disse -, i versi sono di Canetti e la musica è di Cioffi, e Elvira Donnarumma è venuta più volte a Ottaviano a tenere concerti nei saloni del palazzo Pisanti (quello che ancora oggi ospita la sede dell’azienda): cerca sui giornali – mi ordinò – è una storia che merita di essere raccontata.
Il giorno dopo, se non ricordo male, bussò alla mia porta Ugo Mollo. Non ci conoscevamo. Si presentò prendendo da una cartellina un ritaglio di giornale con la notizia della serata al Politeama dedicata alla China-China Pisanti (foto in allegato) e la copiella di ‘O rialo moderno: vi ho portato anche le fotocopie, mi disse. Mi raccontò della sua passione per la canzone napoletana, della raccolta dei dischi, della sua partecipazione a Lascia o raddoppia. Mi colpì il tono della voce: parlava di cantanti, poeti e musici che non c’erano più come se fossero ancora vivi, e lui li avesse incontrati da poco. Raccontava con calma, e su ogni argomento diceva qualcosa di nuovo e di interessante, con ricchezza di dettagli.
Mi invitò a casa sua, abitava sul confine tra Somma e Sant’ Anastasia. Gli feci visita, di lì a poco, e lui mi mostrò un tesoro molto più grande e molto più prezioso di quanto le sue parole e la sua modestia mi avevano indotto a immaginare: c’era, in quella casa, la storia della canzone napoletana, la storia tutta, nella sua ampiezza e nella sua profondità: perché Ugo Mollo aveva messo insieme i documenti, i testi, i dischi, anche i dischi dei tempi eroici, non solo delle canzoni molto famose o solo abbastanza famose, ma anche di quelle che nessuno avrebbe mai cantato e che nessun libro avrebbe mai citato.
E tutto era in ordine, secondo autori e secondo date: un cosmo, insomma, di cui la mente dell’ordinatore conosceva angoli, particolari e dettagli: una conoscenza fatta di scienza e di amore, fermata in un enciclopedico catalogo, scritto a stampatello. Quando citai, non ricordo più a che proposito, Ada Bruges, soprannome della cantante Ida Papaccio, e ricordai la sua amicizia con E. A. Mario, Ugo Mollo andò a prendere un foglio del suo catalogo e me lo porse “ tenetelo – disse – è una copia “ (vedi foto). Vi si legge: 1931 Mierelo Affortunato, E.A. Mario, Ada Bruges, e sotto, La poesia si chiama –E s’annasconne – Da ariette e sonette 1898.
Gli dissi rispondendo a una sua domanda che tra tutte le canzone napoletane io non mi sarei mai stancato di ascoltare Maria Marì: parlammo dell’autore del testo, di quel Vincenzo Russo, ciabattino povero e analfabeta, che aveva conosciuto Eduardo Di Capua per due ragioni: perché si diceva che lui, il ciabattino, fosse un “assistito“, che parlasse con i defunti e ne avesse numeri certi da giocare al lotto: e perché Eduardo Di Capua aveva la mania del lotto. Come scrisse argutamente Paliotti, Vincenzo Russo a Di Capua diede qualcosa di più prezioso dei numeri, diede i versi di Maria Marì e di I’ te vurria vasà.
Nel salutarmi Ugo Mollo mi disse che Vincenzo Russo, la cui vita era durata solo 28 anni, aveva scritto più di cento canzoni. Forse colse nella mia espressione il segno del dubbio. Due o tre giorni dopo venne a casa e mi consegnò l’elenco delle 127 canzoni di Russo: di ciascuna erano indicati l’autore della musica e per le prime cento anche l’anno di pubblicazione. Chiudeva l’elenco una nota scritta a penna: per le altre non si sono trovate altre notizie. Ugo Mollo.
Da allora non ho più rivisto Ugo Mollo. La vita si diverte ad aprire e a chiudere strade. Qualche giorno fa ho saputo che egli non sta più tra noi.
Poco prima di morire Vincenzo Russo scrisse “L’urdema canzona mia“, che Eduardo Di Capua musicò dopo la morte del poeta: Pe’ mme tutt’è fernuto. /Addio, staggione belle! /Addio, rrose e viole, / i’ ve saluto! Ma ora il poeta sta in un luogo in cui la stagione bella, le rose e le viole non appassiscono mai. Lì lo ha incontrato Ugo Mollo, e ora certamente stanno parlando di Napoli, delle sue canzoni, della propria vita consacrata alla musica. Con scienza. Con passione.
(Foto: P.Scoppetta, "cartolina" per una "copiella", 1910)

