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Ricordo di Francesco Rosi, un Maestro del cinema, un illuminista napoletano

La rappresentazione rigorosa delle “immagini” della storia italiana: il coraggio di Rosi e la speranza che la ragione potesse vincere ipocrisia e corruzione. Da Le mani sulla città a Cristo si è fermato a Eboli: la lezione di un neorealismo particolare.

I film di Rosi sono una descrizione coraggiosa e puntuale della corruzione etica e morale, collettiva e individuale degli Italiani tutti, e non solo delle genti del Sud, come qualcuno ha impropriamente detto e scritto anche nel momento dell’ addio al grande regista.

Da “I magliari” ( 1959) a “Salvatore Giuliano” ( 1962), da “Le mani sulla città” (1963) a “Il caso Mattei” (1972) e a “Lucky Luciano”( 1973), fino a “Cristo si è fermato a Eboli”, che è del 1979 e pare un ultimo saluto alla stagione del neorealismo, Francesco Rosi trasforma le sua inchieste e i suoi giudizi in immagini di un realismo tanto vigoroso da diventare forma simbolica, secondo i principi di Luchino Visconti, di cui Rosi era stato assistente durante le riprese del film “La terra trema”.

La centralità dell’immagine chiudeva lo spazio all’ insidia dell’estetismo, e nello stesso tempo era lo strumento più adatto ad esprimere l’illuminismo del regista, la speranza che la ragione potesse, un giorno, sgonfiare e asciugare il barocchismo e lo spagnolismo della cultura e della mentalità dei napoletani e delle altre genti del Sud: una speranza che Francesco Rosi condivideva con gli amici La Capria e Compagnone, con Giorgio Napolitano, con gli intellettuali che hanno rappresentato la borghesia “illuminata” di Napoli. Il rigore delle immagini servì a Rosi per salvarsi dalla “teatralità” partenopea: e non a caso egli ha amato l’essenzialità dell’arte di Eduardo, di cui mise in scena “Napoli milionaria”.

Oggi tutti dicono che Francesco Rosi è stato uno dei Maestri del cinema italiano, ma negli anni ’60 e ’70 il sistema di potere avversò apertamente il suo cinema, che denunciava con spietata chiarezza la corruzione e l’ipocrisia delle classi dirigenti. Il film “Salvatore Giuliano” venne rifiutato a Venezia, ma trionfò al Festival di Berlino. Il 7 marzo 1962 il film venne proiettato nella piazza principale di Montelepre, il paese natale del bandito. Si temevano disordini, ma il pubblico seguì in silenzio il racconto della storia del concittadino. Alla fine non ci furono commenti, e qualcuno osservò che proprio quella sera, e proprio a Montelepre, incominciò a sfaldarsi il mito di Salvatore Giuliano. Nel film “Le mani sulla città” c’è la scena, famosa, dell’edificio che crolla, poco lontano dal porto di Napoli.

Racconta Stefano Masi che la scena, allestita dallo scenografo Andrea Crisanti e dall’architetto Massimo Rosi, fratello del regista, venne girata “con la macchina a spalla che febbrilmente si muove in mezzo ai passanti, non preavvertiti e realmente spaventati, catturando automatiche vibrazioni di sgomento”. Ricordiamo che il “Giornale d’Italia”, quotidiano notoriamente vicino a Confindustria, licenziò il suo critico cinematografico, Gino Visentini – che era anche Presidente del sindacato nazionale dei critici cinematografici – reo di aver recensito positivamente non solo “Il gattopardo” di Visconti – che per Confindustria già era una colpa grave -, ma perfino “Le mani sulla città”.

Molti hanno ricordato il valore profetico della scena in cui alcuni consiglieri comunali di Napoli, in un’ infuocata seduta di consiglio che ha per tema la cementificazione selvaggia di alcune zone della città, sollevano le braccia e agitano le mani gridando : noi abbiamo “le mani pulite”.
Francesco Rosi ha esercitato su quaranta anni di storia italiana l’intelligente, ironico sguardo del suo razionalismo, alla ricerca di una verità che andasse oltre la dimensione del “fatto” e arrivasse alla psicologia e alle intenzioni degli artefici di quei fatti. Non a caso il suo attore prediletto è stato Gian Maria Volontè, la cui “maschera inquietante” – così la definisce Stefano Masi – è stata perfetta nell’interpretazione di Enrico Mattei.

La lezione di Rosi, Maestro assoluto dell’ immagine, sta proprio nell’averci ricordato che l’immagine è solo l’ingresso del complicato labirinto che porta alla verità. In questo rapporto con le apparenze, fatto di passione e di cautela, di trasporto e di sospetto, è la “napoletanità” particolare, originale, di Francesco Rosi.

(Fonte foto: Rete Internet)

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