Il matrimonio di due giovani sposi spagnoli si trasforma in una sagra dell’orrore in seguito ad un virus che fa impazzire gli invitati. Il terzo capitolo della fortunata serie Rec mostra significative variazioni sul tema e punta dritto sullo splatter.
La Spagna e l’America latina sono da qualche anno un punto di riferimento per gli amanti del genere horror. Produzioni indipendenti si alternano ad opere più canoniche e commerciali, utilizzando tutte le variabili possibili.
C’è l’orrore da fiumi di sangue, ci sono intrecci raffinati e cervellotici, le trovate in odore di religione, i morti che ritornano, ecc. Tutti i clichè del caso vengono rielaborati in film che, mediamente, sono di buona fattura e che in alcuni casi hanno dato il là alla carriera di registi capaci di superare le barriere del genere. Tra tutti spicca il nome di Jaume Balaguerò, il papà con Paco Plaza del filone cult Rec, che nel 2011 abbiamo ritrovato alla regia di un thriller sofisticato e riuscito come Bed Time.
Molto è stato già detto sulle radici di questa “propensione all’orrore” di spagnoli, argentini, cileni e affini. Possiamo fare riferimento ad altre forme di espressione, alle agghiaccianti Pinturas Negras di Goya, ai deliri di Dalì, ai demoni e alle trovate fantastiche di Zafón oppure alla paura dell’ignoto dell’ultimo caso letterario spagnolo, quella Fine dell’esordiente David Monteagudo la cui scrittura secca già suggerisce una futura trasposizione al cinema. E anche i registi spagnoli lontani dal marchio horror, da Buñuel a De la Iglesia, hanno sempre mostrato una predilezione per l’elemento grottesco e per una certa sadica cattiveria nei confronti dei protagonisti dei propri film e del pubblico.
Per il terzo capitolo della fortunata serie Rec – che può essere considerata il simbolo di questa rinascita horror di marca spagnola – Paco Plaza è abbandonato dal fedele compagno Balaguerò e prova a tenere da solo le redini della regia.
Le differenze con gli altri due capitoli però sono tante. Abbandonato il condominio degli episodi passati ma contemporaneamente a quegli eventi, il film ci porta al matrimonio di due giovani sposi; nei primi venti minuti – ripresi con la camera digitale da un invitato – vediamo sullo schermo la cerimonia in chiesa e i festeggiamenti. Tutto procede in modo tranquillo finché lo zio dello sposo, con la mano fasciata per il morso di un cane, addenta il collo di una donna. È l’inizio del massacro. Il misterioso virus, che è alla base della serie, si diffonde tra gli invitati trasformandoli in pseudo-zombie assetati di sangue. Nel delirio, i due sposini cercheranno di scappare.
La serie Rec ha dimostrato che la sopravvivenza di un genere trito come l’horror passa dalle scelte formali. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per l’altra saga cult di questa generazione, l’americano Paranormal Activity. Il referente “spirituale” per entrambe (e per altri ancora) non può essere che The Blair Witch Project. In tutti i casi la tecnica scelta è quella del falso documentario, nel quale il regista finge di nascondersi dietro un mezzo inserito nella narrazione (la telecamera di un giornalista, le videocamere fisse casalinghe, ecc.). Il risultato è quello di aumentare la tenuta “realistica” del racconto, di creare ansia e paura con immagini quotidiane e vicine, anche nella forma, allo spettatore.
Rec 3 torna all’antico, non prima di aver omaggiato il modello di partenza. Infatti Plaza sceglie di filmare i primi 30 minuti dietro la telecamera di un ragazzo invitato alla festa. Lo spettatore assiste così ai festeggiamenti come in un reale filmino da matrimonio. L’inizio della mattanza porta però ad un ritorno al passato; lo sposo distrugge la camera digitale in un eccesso di rabbia, sullo schermo nero appare il titolo “Rec” e il film riprende (parte) in modo canonico con riprese tradizionali.
Plaza sembra volerci dire che l’espediente della ripresa-documentario, almeno in Rec, ha esaurito la sua energia narrativa. Tuttavia, nel cambio, non sostituisce quella scelta formale con altre trovate interessanti. Il risultato è che Rec 3 rinuncia al timbro della serie ma non porta verso nuove direzioni, ripiegando anzi nell’horror più canonico, con un gruppetto di protagonisti accerchiati dagli zombie.
La sensazione è che il regista abbia voluto divertirsi e lasciarsi alle spalle la tensione narrativa dei due episodi precedenti. Il sottotesto religioso evocato anche dal titolo è un pretesto gettato lì per dare un minimo di contenuto, ma neanche Plaza sembra crederci davvero. Il sangue che scorre a fiumi, le morti bizzarre, lo sposo vestito da San Giorgio, l’efficace personaggio della sposa furiosa perché le stanno rovinando il matrimonio, gli indizi sono tanti e ci conducono tutti a non prendere troppo sul serio quello che vediamo sullo schermo.
Chi si aspetta l’ansia e l’angoscia che hanno fatto la fortuna della serie rimarrà ampiamente deluso. Questo terzo capitolo è un divertissement innocuo, che rinunciando alla forma dei suoi predecessori e puntando sul classico dell’horror-splatter celebra il funerale di una saga che ha rivitalizzato il genere e che, probabilmente, non ha più niente da aggiungere.
Regia di Paco Plaza, con Leticia Dolera, Diego Martín, Ismael Martínez, Alex Monner
Genere: horror
Durata: 80 minuti
Uscita nelle sale: 17 gennaio 2013
Voto 5/10
(Fonte foto: Rete Internet)

